Silent Check

Il papero di ritorno

By 7 Aprile 2020

Alexandre Pato ha parlato dal Brasile, dove sta vestendo la maglia del San Paolo. Ha detto che gli manca l’Europa e che vorrebbe tornare, anzi, che gli piacerebbe tornare, chissà, magari, un giorno al Milan. Quella di Pato è stata una delle parabole più crudeli e incredibili della storia del calcio moderno. Il suo arrivo al Milan è da telenovela. Viene acquistato, d’estate, diciassettenne e fino al gennaio dell’anno successivo non potrà vestire la maglia rossonera, questione di regolamenti per la sua provenienza dal Brasile. Poi quel giorno arriva e Pato, in un Milan – Napoli 5 -2 dalle tinte di una corrida, rivela a tutta l’Italia la sua esistenza. Parte titolare, accanto a Ronaldo il fenomeno in un Diavolo che, a pensarlo com’è ridotto oggi, viene da piangere. Segna, dribbla, è imprendibile. È nata una stella. Poi, però, come accade alle stelle, comincia la trasformazione in un buco nero. Si ingrossa. Comincia a spaccarsi. Viene risucchiato nella polvere di un’altra stella, figlia del presidente. È la fine. Dopo cinque anni andrà al Corinthians, tornando in Brasile. Pato è stato un lampo, un abbaglio. Il fraintendimento. O, forse, Pato è stato vittima di errori di valutazione da parte della società e di quel Milan Lab che, a conti fatti, non si sa se ha fatto più vittime o miracoli. Quello che è certo è che oggi, in rossonero, ci mancherebbe solo il ritorno di Pato per completare l’album delle figurine che non si attaccano più. Non volergliene ai milanisti se non ci credono più, Alexandre: non è tempo, questo, dei paperi di ritorno.

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