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1994, la serie calcistica

By 4 Ottobre 2019

Mentre parte la serie tv Sky “1994”, ripercorriamo quella stagione calcistica passando dall’impresa della Bulgaria di Stoichkov alla tragedia di Escobar, dalla leggerezza di Lalas al paradosso di Bergkamp. E poi Futre, Guerrero, Desailly, Romario. Flash sparsi da un’era lontanissima distante 25 anni

Dio è Bulgaro

È una domenica di fine giugno, dalla radio arriva la notizia che la Germania è in vantaggio sulla Bulgaria ai Mondiali americani. Tutto nella norma: i campioni del mondo stanno per superare l’outsider e affronteranno l’Italia in semifinale.

I bulgari sono arrivati negli States in maniera un po’ rocambolesca: dovevano fare da sparring partner alla Francia di Cantona e Ginola al vecchio Parco dei Principi, ma a Parigi succede qualcosa di clamoroso. Una volta in vantaggio i francesi cominciano a specchiarsi, come se la partecipazione al Mondiale gli spetti di diritto. Finisce con un clamoroso rovescio e un titolo indimenticabile, il giorno dopo, de LEquipe “Francia qualificata. Ai Mondiali del 1998”. Quelli che le spettavano di diritto come paese organizzatore.

In maniera molto simile, e grazie agli stessi protagonisti, Letchkov e Stoičkov, la Bulgaria riesce a sovvertire il pronostico e battere i campioni del mondo in carica. Si fermano in semifinale contro la migliore Italia di Sacchi (quella del primo tempo), ma quella dei bulgari resta una delle grandi imprese del 1994. Per quanto le finali terzo e quarto posto siano delle partite senza alcun senso, ci aiutano a dare un peso reale alla bellezza di un Mondiale. Usa 1994 annovera uno dei terziequartoposto più insensati di sempre: Svezia–Bulgaria 4 a 0.

16 luglio 1994, Hristo Stoichkov segna un gol alla Svezia durante un match dei Mondiali statunitensi.

La fine di Escobar

Tante sono le storie del Mondiale americano: quella di Maradona trovato positivo all’antidoping, quella di Roberto Baggio che diventa un Paolo Rossi senza lieto fine dagli ottavi in poi, quella di Bebeto e Romario, coppia di baixinhos di uno dei Brasile meno spettacolari di sempre. E poi c’è la Colombia, che Pelé ha pronosticato campione del mondo e durante le qualificazioni ha martirizzato 0 a 5 l’Argentina al Monumental in una partita che, a proposito di titoli, ha suggerito al Diario Olè di dedicare nove colonne alla parola Verguenza.

Francisco Maturana in panchina, zonista e sacchiano convinto, Valderrama in mezzo al campo, El Tren Valencia, Tino Asprilla. E dietro un leader, un giocatore che ha le chiavi della difesa: ha tecnica, leadership e coraggio. Si chiama Andrés Escobar e contro la Romania segna nella sua porta condannando di fatto i cafeteros ad uscire prematuramente dal Mondiale.

La Colombia del 1994 è uno stato in cui si respira tensione: da qualche mese è morto l’altro Escobar, Pablo, il re del narcotraffico e Andrés si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Viene apostrofato, deriso, accusato di aver fatto perdere soldi a tutto il Paese. Venne freddato nel parcheggio di una discoteca in una notte che segnò forse il punto di non ritorno di quel Paese.

Andres Escobar si dispera dopo l’autogol nel match contro gli Usa ai Mondiali 1994 (Photo by Michael Kunkel/Bongarts/Getty Images)

Il musicista con l’hobby del calcio

I padroni di casa del Mondiale si presentano con una maglia tra le più belle mai realizzate dall’Adidas: è jeansata con le stelle. La indossa con incredibile disinvoltura un difensore di origine greca che nel tempo libero scrive canzoni e suona la chitarra. Il suo nome è Alexi Lalas ed è uno dei personaggi più mediatici del torneo.

Il Padova, che è appena tornato in Serie A battendo il Cesena in uno spareggio, decide di portarlo in Italia. Oltre che per il look molto eccentrico, diventa famoso grazie ad una dichiarazione rilasciata al Processo del lunedì che diventa una sorta di manifesto della cultura della sconfitta: «Abbiamo perso? Sì è vero, pazienza. Torno a casa, suono chitarra, scopo con mia ragazza e poi ricomincia tutto come prima».

Alexi Lalas è un musicista (la sua band si chiama Gypsis) che, fra una canzone e l’altra, coltiva l’hobby del calcio. In realtà gioca anche un discreto campionato: scende in campo sempre da titolare e l’Euganeo ne apprezza moltissimo l’impegno. Realizza anche due gol, di cui uno al Milan di Capello, in una partita storica vinta dal Padova per due a zero.

(Mike Powell /Allsport/Getty Images)

Desailly vs Romario

Già, il Milan. Quello che nel 1994 vince la più inaspettata delle sue Coppe dei Campioni. Quella sfuggita l’anno prima contro l’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie e Basile Boli. Ad Atene si sfidano le due squadre che hanno dominato l’Europa tra la fine degli anni ‘80 e i primi ’90. Tre Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, diversi campionati nazionali.

Il Dream Team di Cruijff contro gli invincibili di Fabio Capello, che però ha la fama di essere uno dominante in campionato (58 partite di fila senza sconfitte), ma mai vincente in Europa. Sono andati via gli olandesi e il Milan è ripartito dal talento di Dejan Savićević, dal solito Massaro e da Marcel Desailly che diventa persino bersaglio delle ironie di Cruijff: «La differenza tra noi e loro è che noi abbiamo preso Romario e il Milan Desailly». Che segnerà la rete del 4 a 0 con il quale si concluderà la partita. Prima di lui una doppietta di provvidenza Massaro e quel perfido pallonetto di Savićević.

(Gary M Prior/Allsport/Getty Images)

Gli olandesi dell’Inter

Gli olandesi, nel 1994, vestono la maglia dell’Inter. Ernesto Pellegrini si è talmente invaghito dei successi europei del Milan che decide di andarsi a prendere i due giocatori più forti dell’Ajax. La cosa incredibile è che molti si ricordano le loro prestazioni poco convincenti in un campionato in cui l’Inter rischia addirittura di retrocedere, pochi o quasi nessuno degli 8 gol di Bergkamp in Coppa Uefa. Coppa vinta dall’Inter, grazie anche al gol di Wim Jonk nella finale di ritorno al Meazza contro il Salisburgo, all’epoca lontanissimo da essere la squadra della Red Bull.

Nonostante la vittoria della Coppa, l’esperienza dei due olandesi venne etichettata come fallimentare e Bergkamp si trovò nel mezzo di quella che Tommaso Pellizzari, definì una guerra di religione: da un lato il Milan figlio di Sacchi che predilige la zona, dall’altra l’Inter orfana di Trapattoni – che ha provato senza convinzione a passare dalla gabbia di Corrado Orrico per poi tornare al calcio pane e salame di Bagnoli – che non si schioda dal modulo a uomo. La storia dell’insuccesso di Bergkamp è la conferma di quanto sia importante il contesto per un giocatore. Resta il fatto che l’Inter traghettata da Marini alza la sua seconda Coppa Uefa prima di salvarsi all’ultima giornata della Serie A.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Un capotreno chiamato Guerrero

Il 1994 è anche l’anno del film “Selvaggi” dei fratelli Vanzina: una pellicola che apparentemente c’entra poco con il calcio, forse anche meno con il cinema. Tra gli attori c’è Emilio Solfrizzi che ad un certo punto del film cita «il cannoniere del Bari: Miguel Guerrero». Il colombiano è tutto, tranne che un cannoniere. Ma smessi i panni del bomber che non è, veste quelli del capotreno: un trenino che fermerà in tutte le periferie e i campetti d’Italia.

Dal 16 ottobre del 1994, giorno del suo primo gol a San Siro (ne segnerà un altro e basta) nulla fu più come prima. Su tutti i campi amatoriali non c’era un gol che non viene festeggiato così. Tutto il calcio italiano gode di quella coreografia collettiva, Sandro Tovalieri – cito Antonino Spera nel libro “La Bari siete voi” – «fu capotreno ben 15 volte. Miguel Guerrero si limitò ad essere uno dei vagoni di quel trenino. L’inventore di quella buffa esultanza finisce per viaggiare in seconda classe».

Ma Bari è una città strana, a volte si affeziona a qualcuno anche se non fa bene il proprio mestiere: Miguel Guerrero non era un bomber da 20 gol ma ha permesso a Bari di essere citata in un film dei Vanzina, con tanto di trenino. E questo gli vale un posto di diritto nella hall of fame.

 

30 ottobre 1994, Paulo Futre della Reggiana a contrasto con Antonio Paganin dell’Inter (Mike Hewitt/Allsport)

Sono tante le storie del 1994, sono quelle delle finali Europee delle milanesi, dei protagonisti dei Mondiali, ma anche delle storie di provincia del Padova, del Bari, del Piacenza tutto italiano e della Reggiana di Paolo Futre. O del Foggia che acquista il promettente talento olandese Bryan Roy, come se oggi una provinciale italiana potesse permettersi di comprare Van de Beek dell’Ajax.

D’altronde è l’anno del miracolo italiano, «quando il Silvio, – parole di Enrico Brizzi in La vita quotidiana ai tempi del Silvio – raccontatore di miracoli impareggiabile, si affacciò sulla scena politica e ancora si ripeteva in giro che la televisione era lo specchio della società. Era un’interpretazione ormai inadeguata: presto la società italiana sarebbe entrata dentro quello strano specchio, tutta intera come Alice e, come lei, sarebbe partita per il viaggio più colorato e spaventoso della propria Storia».

 

Cristiano Carriero

About Cristiano Carriero

Giornalista e storyteller, scrive di calcio, tra le altre, per Esquire, Rivista11 e Il Nero e l’Azzurro di cui è co-fondatore con Michele Dalai. Ha pubblicato tre libri sul Bari: “Che storia la Bari”, “La Bari siete Voi” e “Tanto non Capirai”. Fondatore de La Content Academy, Docente di marketing all’università di Comunicazione e pubblicità di Urbino, curatore della collana di digital marketing di Hoepli, con 11 titoli pubblicati.

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