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Quando il mondo ha imparato a conoscere il Senegal

By 19 Luglio 2019

Il 31 maggio del 2002 l’euro era entrato nelle nostre vite da soli cinque mesi. La crisi finanziaria ed economica era lontana e a febbraio il Dow Jones era tornato sopra i 10 mila punti. I migranti morivano in mare, come oggi, ma la legge Bossi-Fini non era ancora entrata in vigore. I razzisti si chiamavano razzisti e in pochi avevano l’ardire di farne una bandiera. Al governo c’era Silvio Berlusconi, Matteo Salvini era ancora consigliere comunale a Milano e 5 anni prima era entrato nel Parlamento del Nord coi comunisti padani. L’11 settembre era passato da nemmeno un anno e al Qaeda l’aveva già rivendicato ma le Brigate rosse, che a marzo avevano ucciso Marco Biagi, ci facevano ancora più paura del terrorismo islamico. Internet c’era già, l’Adsl pure, ma molti viaggiavano ancora a consumo. Comunque Youtube sarebbe arrivato solo 3 anni più tardi e in pochi conoscevano Pape Bouba Diop.

Di certo non lo conosceva Pelé, che definì il Senegal la squadra più debole del girone A alla vigilia di quel Mondiale giocato tra Corea del Sud e Giappone che noi – anche se non lo sapevamo ancora – avremmo ricordato per sempre per le ragioni sbagliate, col nome di Byron Moreno impresso nella memoria più di quello di Christian Vieri. Tutto questo, però, sarebbe successo solo 18 giorni più tardi. Quel 31 maggio ci sedemmo davanti alla tv in quell’orario così inusuale, con il pranzo sulla tavola, per capire qualcosa di più del Senegal, che ai Mondiali non c’era mai stato, e della Francia, che li aveva vinti quattro anni prima. Tifavamo Senegal, perché giocava contro la Francia ovviamente, ma non solo. Tifavamo Senegal perché era la squadra meno forte, la novità esotica, e l’avremmo tifato fino ai quarti di finale, commentando le partite con i senegalesi che ci fermavano per venderci fazzoletti e accendini indossando le maglie tarocche di El Hadji Diouf e Henri Camara, gioendo con loro per ogni vittoria.

Aliou Cissé, attuale commissario tecnico del Senegal, è stato il capitano dei Leoni della Teranga ai Mondiali del 2002 (Getty Images).

Tifavamo Senegal per i lunghi riccioli biondi di Bruno Metsu, un signore francese di 48 anni nato a Codekerque-Village, vicino al confine col Belgio, che dopo aver perso la voglia di calcio in Europa l’aveva ritrovata in Africa. Tifavamo Senegal perché credevamo ancora in un calcio in cui la Lazio e la Roma potessero essere più forti di Juve, Milan e Inter, in cui Parma e Fiorentina potessero puntare allo scudetto o almeno a un posto in Champions League. E poi perché ci avevano raccontato che se il calcio non aveva mai scaldato troppo i francesi, nemmeno dopo il Mondiale organizzato e vinto in casa, in Senegal, come in gran parte dell’Africa, il calcio è vita quotidiana vissuta sui campi sterrati e sotto il sole.

Se noi conoscevamo poco quel Senegal che a febbraio aveva perso solo ai rigori la finale della Coppa d’Africa contro il Camerun, i francesi li avrebbero dovuti conoscere un po’ meglio. Non solo perché studiarlo sarebbe stato compito di Roger Lemerre, che aveva preso il posto di Aimé Jacquet dopo Francia 98 e aveva conquistato l’Europeo del 2000 superando in finale l’Italia con una delle beffe più dolorose della nostra storia calcistica, ma anche perché 21 dei 23 convocati da Metsu giocavano proprio nel campionato transalpino. E invece i francesi ci capirono poco. Privi di Zidane per un infortunio alla coscia patito a pochi giorni dall’esordio, apparvero scarichi, come poi nel prosieguo di un Mondiale che per loro si sarebbe concluso al girone con la miseria di 1 punto e 0 gol fatti. Il palo di Trezeguet spense la Francia e il Senegal cominciò a prendere campo. El Hadji Diouf, che giocava nel Lens e sarebbe passato al Liverpool, bruciava le fasce a destra e a sinistra. Da qui, dopo l’ennesima fuga in dribbling, fece partire il cross basso verso il centro dell’area che Petit in scivolata mandò a sbattere su Barthez prima che la palla carambolasse dalle parti di Bouba Diop, che l’attendeva sdraiato sull’erba.

Senegal 2002.

Bouba Diop in azione fra Wiltord e Djorkaeff (Getty Images).

Eravamo convinti che la Francia avrebbe pareggiato presto e poi vinto e invece finì così, 1-0. Ciò che non finì quel giorno è il Mondiale del Senegal, che pareggiò con la Danimarca e poi, in maniera clamorosa, con l’Uruguay. Era avanti 3-0 con i gol di Fadiga e una doppietta del solito Bouba Diop, si fece prendere da un’eccessiva allegria e fu raggiunto da Morales, Forlan e Recoba e rischiò persino di perderla ed essere eliminato. Andarono avanti, invece, superarono gli ottavi con la Svezia con una doppietta di Camara, persero ai quarti con la Turchia col golden gol di Ilhan Mansiz, un’altra magnifica meteora di inizio estate che col tempo avremmo finito per dimenticare.

Il Senegal no, non l’abbiamo mai scordato. Ricordiamo Bouba Diop, le sue progressioni a centrocampo e gli inserimenti senza palla, i tackle di Aliou Cissé, gli scatti brucianti di Diouf, i gol di Camara, i cross di sinistro di Fadiga, che sulla scia di quel Mondiale, un anno più tardi, sarebbe passato all’Inter per scoprire una sofferenza cardiaca che gli avrebbe impedito di esordire in nerazzurro. Li ricordiamo ancora, ogni volta che parliamo di calcio africano, almeno quanto il Camerun di Roger Milla e la Nigeria di Finidi.

Senegal 2002

Getty Images.

Pionieri in un mondo che sembrava dovesse evolversi e che invece si è involuto. Diouf non è mai diventato il giocatore che poteva diventare, Cissé è il ct del Senegal di oggi, l’unico selezionatore dell’Africa Sub Sahariana presente al Mondiale di Russia 2018. Diciassette anni dopo il boom del pallone africano non c’è ancora stato. L’aumento dei top player provenienti dal continente ed emigrati in Europa non ha portato miglioramenti strutturali al movimento. Bruno Metsu se n’è andato il 15 ottobre del 2013, ucciso da un cancro al colon a 59 anni dopo aver esplorato il calcio degli Emirati e del Qatar. Noi, invece, tra crisi finanziaria e un razzismo sempre più sdoganato dentro e fuori dagli stadi, siamo messi un po’ peggio di prima. A qualcuno manca Berlusconi, va a finire che rivaluteremo pure Byron Moreno.

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