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8 gol che spiegano perché Edin Dzeko è l’attaccante perfetto per la Roma

By 22 Agosto 2019

Edin Dzeko sembrava destinato all’Inter di Antonio Conte, ma alla fine ha preferito rinnovare con la Roma. Ecco i suoi otto gol che spiegano perché può essere l’attaccante ideale per Fonseca

Il gallo non aveva ancora cantato, eppure Edin Dzeko aveva già rinnegato la Roma molto più di tre volte. Per due mesi e mezzo, a voler essere precisi. Dal 26 maggio fino al 16 agosto. Nel mezzo, un’estenuante parentesi di calciomercato capace di grattugiare i nervi anche dei più pazienti.

D’altra parte l’atto finale era stato piuttosto esplicito. Nell’ultima giornata di campionato, all’Olimpico, i giallorossi avevano affrontato il Parma in un match che metteva fine a una stagione di ferite e lacrime, a un’annata che doveva passare alla storia come la consacrazione definitiva delle “proposte” di calcio di Eusebio Di Francesco (e della sofisticata arte di vincere attraverso le plusvalenze di Monchi) e che invece si era trasformata in un fallimento. L’ennesimo.

Al 62′ Claudio Ranieri aveva richiamato in panchina la punta bosniaca per far spazio a Patrik Schick. Una parte dello stadio ne aveva approfittato per fischiare Dzeko, accusato per tutto l’anno di scarso impegno e di indolenza (oltre che di una violenta discussione negli spogliatoi con El Shaarawy). E mentre l’altra porzione dell’Olimpico aveva iniziato ad applaudire, il numero 9 era uscito dal campo battendo le mani e storcendo la bocca. «Bravi, bravi», aveva detto sdegnato.

Quel fotogramma aveva iniziato a circolare immediatamente. Sui pannelli sempre più definiti dei televisori, sugli schermi sempre più grandi dei telefoni. Non c’era occhio che non avesse visto, orecchio che non avesse ascoltato, bocca che non avesse parlato. Il resto lo aveva fatto la notizia, pardon, la voce, di un accordo sulla parola fra l’attaccante e l’Inter di Antonio Conte. Due indizi che avevano fatto una prova. Soprattutto in quel tribunale severo che è  presieduto dalla passione dei tifosi. Così, in poche ore, il quinto attaccante più prolifico della storia della Roma era diventato una zavorra di cui disfarsi, un idolo da seppellire il prima possibile.

Un finale amaro per una storia d’amore che non era mai stata poi così dolce. Perché Edin Dzeko, a Roma, si è sempre portato sulle spalle un macigno. Quello di una prima annata sconfortante, di una stagione passata alla storia (rigorosamente con la minuscola), più per i gol sbagliati che per quelli realizzati. Sisifo con le scarpe bullonate, il bosniaco era stato costretto a caricarsi sulle spalle il suo fardello stagione dopo stagione. E ogni volta che era riuscito ad arrivare in cima, a convincere l’Olimp(ic)o delle sue effettive potenzialità, ecco che il masso rotolava malignamente fino a valle.

Nel suo saggio “Il mito di Sisifo“, del 1942, Albert Camus indica nel personaggio della mitologia greca la personificazione dell’assurdità della vita umana. Ma non solo. Secondo lo scrittore, infatti, Sisifo è per sua natura felice, come se “la lotta stessa verso le vette fosse sufficiente per riempire il cuore di un uomo”. E alla fine è stato così anche per Dzeko. La sua guerra personale per riscattare quell’annata, per cancellare dalla memoria altrui i suoi errori, lo ha spinto a migliorarsi, a diventare imprescindibile (in questo sono stati suoi preziosi alleati anche gli attaccanti arrivati negli ultimi anni nella capitale: Schick e Defrel, 65 milioni di euro in due, hanno segnato in Serie A con la Roma 6 gol in tutto).

Edin Dzeko

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Eppure la sensazione è che nei suoi primi 4 anni in giallorosso Edin Dzeko non sia stato compreso a fondo. D’altra parte ci si può liberare di tutto, tranne che delle prime impressioni sbagliate. Quando Walter Sabatini lo aveva acquistato dal Manchester City, in molti pensavano di aver trovato un nuovo Batistuta, un pascolatore di aree di rigore capace di piazzare la zampata vincente, una macchina programmata per livellare al suolo le porte avversarie.

Edin Dzeko, invece, è un attaccante estremamente complesso. Complesso e moderno. È un ossimoro che cammina. Due piedi da trequartista imprigionati sotto a un fisico da pivot. Edin Dzeko è soprattutto attesa. Ogni pallone che tocca è lì sospeso, in continuo equilibrio fra l’orgasmo e la castrazione. Le sue giocate sono universi paralleli che viaggiano a braccetto, mondi del possibile che si aprono l’uno dentro l’altro. All’infinito. Un altoparlante che può passare dall’heavy metal a liscio da balera con una facilità sfiancante. Edin Dzeko sbaglia gol impossibili da sbagliare e segna gol impossibili da segnare. Suspense che fagocita un intero impianto narrativo. L’attaccante bosniaco è un’assicurazione che non garantisce niente di specifico. L’unica certezza è che con un tocco può farti vincere una partita. Ma può fartela anche perdere. E sempre per una questione di centimetri, di frazioni di secondo.

Edin Dzeko

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

I gol per Edin Dzeko non sono un punto di arrivo, ma di transito. Un altro paradosso per una punta che ha vinto il titolo di capocannoniere in Bundesliga e in Serie A. A metà strada fra un numero 9 e un numero 10, Dzeko si è evoluto per non soccombere. Centravanti, seconda punta, regista offensivo. Lui non occupa uno spazio, lo crea. Si decentra sulle fasce, genera superiorità numerica, gioca di sponda e poi o si accentra per provare la conclusione in porta oppure cerca di scaricare per qualche compagno. Ma, soprattutto, in pochi sono abili come lui ad accorciare e allungare la squadra, una fisarmonica capace di tener palla per far rifiatare i compagni o di comprimerli all’indietro per poi farli esplodere in avanti in ripartenza.

Dzeko non vede la porta, la sente. La percepisce. Un pregio che può anche trasformarsi in difetto, in quell’eccesso di sicurezza che ogni tanto lo porta ad accelerare la conclusione, ad anticipare la giocata. Con risultati che non sempre sono apprezzabili. Due pali e un traversa che hanno l’effetto di una calamita. Una forza attrattiva da cui è impossibile fuggire. Faccia alla porta Dzeko è un apriscatole che prova sempre a mordere la latta della difesa avversaria. Ha un buon tiro, ma sopratutto il suo passato da centrocampista gli ha lasciato in eredità la capacità di giocare con e per i compagni. E la sua partecipazione alla manovra si traduce in sponde, assist e filtranti.

Nella passata stagione, non esattamente la più entusiasmante da quando è nella Capitale, Dzeko è stato il secondo giallorosso per numero di assist (6, contro i 7 messi a referto da Under) e il terzo per numero di passaggi chiave a partita (1,4, mentre il primo, Lorenzo Pellegrini, ne ha completati 2,4 ogni 90′). Eppure i numeri non riescono a esprimere davvero la qualità del suo contribuito offensivo. Anche perché, con la Roma di Di Francesco e Ranieri in difficoltà a costruire una manovra efficace, Edin si è dovuto reinventare.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Pur restando comunque il finalizzatore della squadra (molti dei suoi gol sono arrivati grazie a tap-in vincenti), l’attaccante ha iniziato a cambiare movimenti. Sempre più spesso, infatti, Dzeko si è abbassato per ricevere palla spalle alla porta per poi, di prima, allargare il  gioco innescando la corsa degli esterni (con giocate che ricordano quelle del Capitano). Non segna molto di testa, ma è capace di mettere giù buona parte dei palloni spinosi gettati in avanti dalla retroguardia e di spizzare il pallone per i compagni (nell’ultima stagione ha vinto in media 4 duelli aerei a partita, che diventano addirittura 5,5 in Champions League).

Anche per questo Antonio Conte lo voleva nella sua Inter. Ed Edin aveva detto di sì. La Roma stava rifondando un’altra volta. Aveva perso Totti (come dirigente) e De Rossi (come giocatore ma soprattutto come vessillo), stava cedendo i suoi giocatori migliori per prendere giovani di prospettiva. Ma non c’è nascita che non passi per l’oblio. Così l’attaccare aveva accettato di cambiare aria. E magari provare vincere un trofeo.

Edin Dzeko

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

La Roma ha corteggiato Higuain e Icardi, ha provato a parlare argentino ma non ha superato nessuno dei due esami. E per la prima volta negli ultimi anni non ha accettato di vendere (o svendere) un suo giocatore importante davanti a un’offerta considerata non del tutto soddisfacente. Una piccola rivoluzione copernicana. Intanto Fonseca ha lavorato sodo, al telefono e negli spogliatoi. Ha fatto sentire Dzeko di nuovo al centro del progetto, gli ha fatto capire che a Roma nessuno doveva essere necessariamente di passaggio. Ma soprattutto gli ha spiegato che nessuno era più indicato di lui a giocare come unica punta nel suo 4-2-3-1.

D’altra parte Dzeko non è il miglior attaccante del mondo, ma è il migliore attaccante che la Roma può permettersi. Le amichevoli estive, per quanto sempre bugiarde, lo hanno confermato. Il bosniaco ha segnato gol e confezionato assist, ha corso e ha fatto correre la squadra, dettando tempi e movimenti, dando vita a quelle situazioni di gioco volute da un allenatore che, dopo anni passati nella periferia del calcio, ha voglia di dimostrare di essere all’altezza di un club importante. E Dzeko sembra essere l’attaccante perfetto, il profeta giusto per portare a termine la sua opera di evangelizzazione.

Basta guardare i suoi gol per rendersene conto. E noi ne abbiamo scelti 8 (più due), che spiegano perché il bosniaco diventerà decisivo negli schemi di Fonseca.

Bonus track: Roma – Siviglia, amichevole 14 agosto 2015

Ad accoglierlo a Fiumicino ci sono circa 4mila tifosi. Cori, applausi e tanta voglia di sentirsi di nuovo grandi, di poter competere con la Juventus per lo scudetto. Dzeko sorride, stringe una sciarpa, sembra frastornato. Regala qualche dichiarazione alle emittenti di Trigoria, poi lascia che sia il campo a parlare. Il 14 agosto la Roma è impegnata in un’amichevole contro il Siviglia, il club che grazie a Monchi è riuscito a conciliare plusvalenze e trofei in bacheca.

È un lungo pomeriggio di sorrisi, di sogni e di proclami. È il giorno della presentazione ufficiale della squadra. Verso le 19 lo speaker chiama in campo gli attaccanti: Iturbe, Ljajic, Ibarbo, Gervinho, Iago Falque, Salah, Dzeko (l’unico superstite, oggi, di quella giornata), mentre Francesco Totti è accolto da un’ovazione.

La partita finisce addirittura 6-4. Per i giallorossi. Dopo 4′ Dzeko riceve in area della destra, controlla e lascia partire una botta che a quelle latitudini non si vedeva dai tempi di Sua Maestà Gabriel Omar Batistuta. Il pallone si infila sotto la traversa, l’Olimpico ruggisce. Olè Olè Olè, Dzeko Dzeko. La Roma del tacco e la punta, la Roma che volava come un’ape e pungeva come una farfalla, la Roma che doveva entrare in porta con il pallone per segnare ora ha finalmente il suo centravanti, quello che da quel momento in avanti sprigionerà la sua ira funesta contro le porte avversarie.

 

0) Roma – Palermo 5-0, 21 febbraio 2016

Giornata numero 26, la Roma, quarta, ospita il Palermo, quattordicesimo. Edin Dzeko ne fa due e regala un assist a Salah. Eppure la partita verrà ricordata per un altro motivo. Anzi, per altri due motivi. Totti rilascia una intervista alla televisione dove lamenta una mancanza di rispetto da parte di Luciano Spalletti. Il mister ascolta e cancella il nome del capitano dalla lista dei convocati. È l’inizio di una guerra santa che porterà al ritiro del Capitano e all’addio dell’allenatore.

Ma il campo regala un’altra grana ai giallorossi. Dopo pochi minuti Nainggolan crossa in mezzo dalla destra, la difesa del Palermo rinvia goffamente, così Maicon riprende palla e la mette di nuovo al centro. Dzeko è a due passi dalla porta. Solo. Con il portiere e i difensori rosanero tagliati fuori.

Non deve far altro che aprire il piatto sinistro e correre sotto la Curva. Ed è quello che fa. Solo che il software che collega piede e cervello va improvvisamente in crash. Forse per un eccesso di sicurezza. Forse per la certezza di sentirsi vittima di un sortilegio. Fatto sta che Edin Dzeko disegna una traiettoria grottesca, un cerchio a mano libera che spedisce la palla a lato. Nessuno riesce a credere a ciò che ha appena visto. Soprattutto Edin Dzeko. L’attaccante poggia la testa sul palo mentre dagli spalti piovono i primi fischi.

L’errore è talmente agghiacciante da diventare subito un meme di cattivo gusto. Pochi minuti dopo la partita comincia a circolare una foto particolare. Si vede l’attaccante bosniaco che corre per il campo con la maglietta gialla come il sole rossa come er core della Roma. Ma a fare la differenza sono i dettagli. Dzeko indossa un paio di occhiali da sole, ha un bastone per non vedenti nella mano destra e un cane guida stretto al guinzaglio nella sinistra. A completare l’opera ci pensa la scritta Edin Cieco.

Da quel momento in poi Edin Dzeko diventa un’icona, il santo protettore del gol sbagliato, meglio ancora se in maniera grossolana o inspiegabile. La punta che aveva segnato oltre 150 reti fra Wolfsburg e Manchester City si è trasformato improvvisamente in brocco, in un brutto anatroccolo al contrario. Da quel giorno l’attaccante porta addosso un tatuaggio, un marchio. È la punta che ha sbagliato quel gol. Un errore che diventa un modo di dire, un termine di paragone, il cosiddetto “questo lo segnava anche Dzeko”. Uno sbaglio che diventa una categoria residuale, un “errore alla Dzeko”. Un’etichetta che lo ha fagocitato e che continua a tormentarlo anche a distanza di anni. Perché ancora adesso quando si parla di reti fallite in maniera clamorosa c’è sempre la sua foto me immagine di copertina.

 

1) Roma – Juventus 2-1, 30 agosto 2015

L’esordio stagionale è deludente. A Verona, contro l’Hellas, è finita 1-1. A impattare il gol di Jankovic è stato Alessandro Florenzi. Così la seconda giornata di campionato diventa subito decisiva. Anche perché la Roma se la deve vedere con la Juventus, ferma a quota zero punti a causa della sconfitta contro l’Udinese.

A sbloccare la partita ci pensa Miralem Pjanic. Poi, al 79′, Iago Falqué lascia partire dalla sinistra un campanile tanto alto quanto lento. Edin Dzeko prende posizione su Giorgio Chiellini, impedisce al difensore di staccare e con la testa spedisce in porta il gol del 2-0. È la rete dell’illusione. Tanto personale quanto collettiva. Il bosniaco penserà di poter vincere la classifica marcatori. La Roma di poter davvero competere per lo scudetto. I tifosi e i compagni crederanno di avere a che fare con un centravanti implacabile di testa.

Non è così. Perché nonostante i 193 centimetri di altezza, Dzeko non segna molto con il capo. I gol segnati grazie a uno stacco vincente sono solo una parte residuale (zero lo scorso anno, 5 nella stagione precedente). Un paradosso amplificato dalla sua capacità di dominare i duelli aerei. Perché oltre che a spizzare la palla per i compagni, il cigno di Sarajevo è bravo a mettere a terra i palloni alti scagliati dalla difesa.

 

2) 3 aprile 2016 – Lazio – Roma 1-4

L’era Garcia è ormai tramontata. Sulla panchina romanista si è seduto Luciano Spalletti. Nel suo 4-2-3-1 codificato Dzeko sembra trovarsi più a proprio agio che nel 4-3-3 disegnato dal tecnico francese intorno alle accelerazioni di Gervinho. L’attaccante bosniaco cresce lentamente, ma è ancora intrappolato in un’annata da incubo.

Nel derby di ritorno, ad aprile, Spalletti decide di farlo partire in panchina e di spedire in campo Perotti, El Shaarawy e Salah. Il 9 entra al minuto 15 del secondo tempo. È sufficiente. Dopo appena 5 giri di lancette Perotti tira da lontano e centra il palo, la palla si imbizzarrisce nell’area di rigore e finisce sui piedi di Dzeko, appena materializzatosi nel cuore dell’area. La forma è da perfezionale, la sostanza no. Il bosniaco questa volta non sbaglia il tap in e segna il gol dello 0-2.

Una rete esemplificativa di quello che Dzeko diventerà soprattutto nella stagione successiva: un terminale offensivo capace  di finalizzare l’azione avviata dai compagni, di suonare l’ultima nota di una sinfonia corale.

 

3)  24 novembre 2016, Roma Viktoria Plzen 4-1

Tutto in un fazzoletto di prato. Perché nonostante la stazza imponente, Edin Dzeko è un attaccante estremamente agile, capace di muoversi e di dribblare anche negli spazi più ristretti. Vedere per credere la partita di Europa League contro il Viktoria Plzen del novembre 2016. È l’11’ quando l’attaccante riceve in area e si esibisce in un doppio dribbling che mette a sedere il difensore avversario. Poi si porta avanti il pallone con il sinistro e con il destro, da posizione molto angolata, apre il compasso e lascia partire un tiro a giro che diventa imparabile per il portiere. Un gioco di prestigio impossibile realizzato in pochissimi metri.

 

4) 1 settembre 2016, Roma – Sampdoria 3-2 

Vedere sopra. Perché la capacità di incidere in spazi ristretti deve andare per forza a braccetto con la rapidità di esecuzione. E la capacità di calciare con entrambi i piedi aiuta Dzeko a incidere nelle situazioni che richiedono freddezza. Proprio come mostrato contro la Sampdoria nel settembre 2016. Totti lancia di prima dalla sinistra, il bosniaco aggredisce lo spazio dietro ai due centrali di difesa, aspetta l’uscita del portiere e la tocca due volte nel giro di un secondo: dribbling con il destro e gol di sinistro.

 

5) 7 maggio 2017, Milan – Roma 1-4 

Uno-due. Con l’assenza di Totti, Edin Dzeko è diventato il vero regista offensivo della Roma. Capace di allungare e accorciare la squadra, l’attaccante ha iniziato a lavorare più per il collettivo che per la gloria personale. Dzeko, infatti, ha imparato ad abbassarsi per ricevere il pallone dai centrocampisti e lanciare in velocità le ali (soprattutto El Shaarawy). Un movimento che spesso l’attaccante effettua spalle alla porta e con un tocco di prima. Esattamente nello stile creato dal Capitano.

 

6) 18 ottobre 2017, Chelsea – Roma 3-3

(Photo by Dan Mullan/Getty Images).

Lancio lungo dalla difesa e tiro al volo così potente da non lasciare scampo al portiere avversario. Il gol che Edin Dzeko ha segnato al Chelsea nell’ottobre del 2017 è un piccolo capolavoro di coordinazione, una rete diventata ormai celebre, quasi simbolica. Ma è soprattutto un gol che ricorda un altro capolavoro: quello segnato da Gabriel Omar Batistuta contro il Parma del 4 febbraio 2001.  Al Tardini una rete di marco Di Vaio aveva portato in vantaggio i gialloblù. Poi, al 75′ ecco che Walter Samuel alza la testa e lascia partire un lob che pesca il destro di Batistuta (Dzeko, invece, ha segnato con il sinistro). Impatto, portiere battuto, Roma che pareggia e poi (sempre grazie a un gol fotocopia) vincerà una partita complicata.

Due reti bellissime e storiche: mentre la Roma di Totti e Batigol riuscirà a vincere il suo terzo scudetto, quella di Dzeko (ma non più di Totti) arriverà fino alla semifinale di Champions League contro il Liverpool.

 

7) 11 febbraio 2018, Roma – Benevento 5-2

A volte un gol non segnato può essere molto più importante di uno realizzato. Un paradosso che Edin Dzeko ha spiegato all’Olimpico l’11 febbraio del 2018. La Roma strapazza il più che modesto Benevento e al 90′ i giallorossi conducono 4-2. Poi, nei minuti di recupero, ecco che il bosniaco si guadagna un calcio di rigore. Solo che invece di sistemare la palla sul dischetto, Dzeko si avvicina a Gregoire Defrel.

L’attaccante francese era arrivato dal Sassuolo in estate per oltre 20 milioni di euro. Era stato una richiesta esplicita di Eusebio Di Francesco. Solo che a febbraio non si era ancora sbloccato e i gol con la maglia della Roma erano fermi a un triste zero. Così Edin Dzeko si è avvicinato al compagno e gli ha consegnato il pallone nel più classico dei tira tu. Defrel ha obbedito e ha segnato il suo primo e unico gol in campionato con la maglia della Roma.

 

8) 19 agosto 2018, Torino – Roma 0-1

Se il gol sbagliato contro il Palermo è diventato il simbolo di un fallimento, quello realizzato contro il Torino è diventato l’icona della rete “alla Van Basten”. Roma e Toro attaccano per tutta la partita, ma il risultato non si sblocca. Dzeko centra anche un palo, con un colpo di testa sugli sviluppi di una punizione calciata dalla sinistra. Sembra tutto finito, poi al minuto 89 ecco che Kluivert lascia partire un cross altissimo dalla destra, Dzeko si coordina e lascia partire un sinistro che scavalca Sirigu e regala i tre punti alla Roma.

È la rete dell’illusione, di nuovo. La stagione di Kluivert sarà molto più in salita del previsto. La Roma di Di Francesco verrà risucchiata in un torpore senza fine. Daniele De Rossi lascerà il club in cui è cresciuto. Ed Edin Dzeko era pronto a sposare l’Inter di Antonio Conte. Almeno fino allo scorso 16 agosto.

 

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