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Cristiano Ronaldo oltre i cliché. Intervista a Fabrizio Gabrielli

By 10 Gennaio 2020

Abbiamo fatto due chiacchiere con Fabrizio Gabrielli, autore di “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale”, per cercare di capire chi è davvero il fenomeno portoghese e, soprattutto, cosa abbiamo capito noi del fenomeno portoghese

Soltanto sul catalogo di IBS ci sono una decina di libri sull’argomento pronti per essere recapitati comodamente a casa vostra. Lecito, dunque, domandarsi se ci fosse poi davvero bisogno di un altro volume sull’argomento. La risposta, prima ancora che dalla lettura, viene formulata da titolo e  sottotitolo: “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale” (66thand2nd, euro 17), dove il termine “intima” non riguarda solo la sfera più personale del fenomeno portoghese, ma anche quella dell’autore e, più in generale, di ciascun lettore.

Perché Fabrizio Gabrielli, vicedirettore di Ultimo Uomo, ha dato vita a un libro diverso. Non un volume compilativo, non un semplice incastro di fonti, ma un manuale di catechismo per comprendere a fondo quella religione pagana che Cristiano Ronaldo ha voluto costruire intorno a sé. E per riuscirci, l’autore è dovuto partire da un viaggio a Madera, il luogo dove il fenomeno è nato e che nel corso degli anni è stato trasformato nel santuario del suo culto (con tanto di albergo brandizzato e museo personale) ma, soprattutto, nell’unico posto al mondo dove la popolazione si divide in parti uguali fra chi ama, chi detesta, chi sopporta e chi venera Cristiano Ronaldo.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Come in un gioco di specchi, l’esplorazione dell’isola diventa la prima profonda analisi di CR7. E Madera è così impregnata dell’aura del portoghese che Cristiano Ronaldo risulta ingombrantemente presente anche quando si trova a migliaia di chilometri di distanza. Gabrielli osserva, annota, parla con chi ha avuto a che fare con il fenomeno e con chi ne è rimasto deluso, con chi lo ha visto esordire, con chi è stato testimone della genesi di una divinità pagana e ha deciso di diffonderne il verbo in qualche modo. Ed è solo partendo dalla radice, passando sotto la lente di ingrandimento i legami familiari, il rapporto morboso con la madre, l’ossessione verso se stesso e verso i numeri, i record, le statistiche, è soltanto raccontando il culto del proprio corpo, il machismo ostentato e la sua continua autoreferenzialità che si può andare oltre alla solita narrazione di Cristiano Ronaldo e provare a decodificarlo senza chiedere aiuto ai luoghi comuni.

Ed è proprio questa l’idea alla base dell’ottimo lavoro di Gabrielli, che tramite una sequenza non di aneddoti ma di riflessioni cerca di spiegare non che cosa è Cristiano Ronaldo, ma cosa abbiamo effettivamente capito noi di Cristiano Ronaldo. E il risultato è un libro che si legge facilmente ma che non per questo può essere considerato un libro facile da leggere.

 

Fabrizio, perché un altro libro su Cristiano Ronaldo?

È stata una sfida. Scrivere la classica biografia aveva poco senso visto che già ce ne sono di importanti. Basta prendere quella di Guillem Balague, che è davvero perfetta, o quella di Luca Caioli, che è molto puntuale. Ma non aveva senso neanche scrivere un libro apologetico, anche se magari era proprio quello che si poteva aspettare il mercato italiano. Io volevo scrivere un libro che parlasse della percezione che abbiamo di Cristiano Ronaldo e volevo affrontare l’argomento in maniera più letteraria.

(Photo by Chris Ricco/Getty Images)

Eppure è un personaggio che non si presta molto alla letteratura

Esatto, sotto molti aspetti è anti letterario, è l’antiretorica per eccellenza. Fra l’altro io non ho mai scritto di personaggi europei così famosi e iconici. Daniele Manusia, che oltre a essere il mio direttore è anche uno dei miei mentori, una volta mi disse: «Se tu hai molti dubbi su un pezzo, fai sì che il tuo pezzo siano quei dubbi». Io avevo molte domande su Cristiano Ronaldo e ho pensato che scrivendo questo libro, esplorando queste domande, avrei potuto arrivare alle risposte.

Le hai trovate?

Credo che non troveremo mai risposte su Cristiano Ronaldo,  è un personaggio davvero troppo complesso.

Come ci si avvicina a un’icona così complessa?

Con i piedi di piombo, perché il rischio è quello di farsi catturare dal fascino della narrazione superficiale. Su Ronaldo, e anche su Messi, si possono scrivere un miliardo di cose che, però, alla fine appartengono alla narrazione che anche loro vogliono che esca su di loro. Ti faccio un esempio: il documentario realizzato da Anthony Wonke vuole raccontare Ronaldo in una certa maniera e lo fa utilizzando dei meccanismi narrativi che sono congeniali alla sua volontà di rappresentazione. Per questo la chiave è approcciarsi con la volontà di scoprire qualcosa che ancora non sappiamo di Ronaldo, qualcosa che ancora non abbiamo capito.

 

«Secondo me noi tendiamo a fraintendere il concetto di talento nel mondo del calcio. Tendiamo a pensare al talento come al dono, a una caratteristica innata, a qualcosa di intangibile e immodificabile».

 

La narrazione di Cristiano Ronaldo, però, sembra concentrarsi sul tema della sua costruzione, perdendo per strada la base di tutto: il suo talento

Cristiano Ronaldo ha ridefinito il concetto di talento innato. Secondo me la sua capacità di lavorare su se stesso, su quel dono che comunque c’è, questo continuo insistere sull’etica del lavoro, sono già un talento. Secondo me noi tendiamo a fraintendere il concetto di talento nel mondo del calcio. Tendiamo a pensare al talento come al dono, a una caratteristica innata, a qualcosa di intangibile e immodificabile. In realtà Ronaldo ha dimostrato proprio il contrario: che si può lavorare su se stessi calcisticamente e extracalcisticamente. Per questo sono convinto che il suo talento sia sottovalutato, che non venga riconosciuto come tale.

 

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

È per questo che Messi viene sempre indicato come un talento naturale e Cristiano Ronaldo come uno costruito?

Lionel Messi appartiene a una categoria di talento che conosciamo e che abbiamo già codificato. Cristiano Ronaldo è un qualcosa che invece non esisteva prima. Nessuno poteva pensare che sarebbe esistito un calciatore con una capacità di automiglioramento quasi da manuale. È un archetipo nuovo perché non c’era prima un giocatore che fosse allo stesso tempo talentuoso e meccanico, dominante ma virtuoso. Messi è un qualcosa che già sappiamo interpretare perché è un canone estetico già definito. Messi non sarà l’ultimo, ce ne saranno altri che sono stati come Messi, che sono stati come Maradona, che sono stati come Pelé.

Il cliché che usiamo più spesso quando parliamo di Cristiano Ronaldo?

Tutto quel discorso sulla tenacia che sopravvale il talento, ma devo dire che Cristiano Ronaldo lo interpretiamo molto per luoghi comuni, per cliché. Intendiamoci, il cliché non è un qualcosa di negativo, appartiene a un topos letterario. Dire che a Cristiano Ronaldo non interessa nulla dei compagni di squadra, che in testa ha solo i numeri, i record da battere non è completamente sbagliato, ma è anche una semplificazione e la semplificazione è una grossa barriera interpretativa dietro alla quale lui si trincera. L’ultima intervista rilasciata a Dazn sono 26 minuti di cliché, e Cristiano Ronaldo non ha nessuna intenzione di discostarsi da quei luoghi comuni perché rappresentano quel tipo di narrazione che probabilmente gli è funzionale.

In un’intervista hai detto: «il modo in cui ci rapportiamo con Ronaldo dice molto più di noi di quanto non dica di lui».

Quando parliamo di Cristiano Ronaldo dobbiamo fare i conti una con una barriera. Non è un personaggio con il quale puoi stabilire un rapporto empatico perché vive la professione nella maniera in cui la vive il collega che noi odiamo. È il perfezionista, il presenzialista, la primadonna. Il modo in cui lo guardiamo e lo recepiamo ci dice molto di noi perché in qualche modo ci mostra come in realtà siamo simili lui, pur non volendo. Dietro a ogni rosicata di Cristiano Ronaldo perché non ha vinto il Pallone d’Oro c’è una nostra rosicata perché non abbiamo avuto la promozione che volevamo. In verità Cristiano Ronaldo ha un altro aspetto positivo.

 

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Ossia?

Riesce a farsi grimaldello di tutti i vizi, di tutte le storture comportamentali che un personaggio pubblico non può mettere in mostra. Invidia, rabbia incondizionata verso il compagno di squadra, individualismo sono comportamenti negativi che nessuna icona può permettersi di mettere in mostra. Lui lo fa apertamente e la cosa bella è che noi, vedendolo, lo percepiamo in maniera massivamente divisiva.

 

«Lionel Messi appartiene a una categoria di talento che conosciamo e che abbiamo già codificato. Cristiano Ronaldo è un qualcosa che invece non esisteva prima».

 

Il rapporto con il padre assente è una delle prime chiavi utili per capire davvero Cristiano Ronaldo?

Suo padre non è stato presente nella maniera in cui avrebbe voluto, tanto che Cristiano Ronaldo ha cercato figure paterne in Jorge Mendes e in Alex Ferguson. Due cose mi hanno colpito particolarmente: la prima frase che lui usa su suo padre nel documentario, quindi in quella che doveva essere la sua rappresentazione isitituzionale, è: «Mio padre era molto divertente quando si ubriacava e raccontava le barzellette». È pazzesco che il primo ricordo che lui ha del padre sia proprio di una debolezza.

E l’altra?

È che in verità il padre è una figura molto presente nelle sua vita. Dentro casa, a Madrid, Cristiano Rinaldo aveva un ritratto del padre. Io credo che uno dei suoi più grandi rimpianti sia quello di non aver avuto l’opportunità di dimostrare al padre cosa era capace di fare. Questo ti mette in un rapporto di empatia con lui, perché in tanti non riescono a dimostrare i propri successi lavorativi ai padri. A me ha fatto molto riflettere anche sul rapporto che ho io con mio padre.

 

E la paternità di Cristiano Ronaldo è molto interessante

Per un duplice motivo: non solo ti fa pensare al rapporto che lui aveva con il padre, ma anche al tipo di figura paterna che lui vuole diventare, che è l’esatto opposto. Lui è presente in maniera molto invasiva, in un modo in cui io non mi sognerei mai di essere presente con i miei figli perché diventerei troppo determinante per il futuro. Sappiamo che i figli si fanno anche perché siano la nostra prosecuzione, ma qui è un caso di clonazione quasi drammatico, spaventevole. Riversa sul figlio un affetto che non è paterno, ma che è materno-ossessivo, che è esattamente il rapporto che lui ha avuto con sua madre. È tutto molto strano all’interno di quel contesto familiare così fuori da ogni canone. Lui è l’esemplificazione massima del machismo e viene da un gineceo.

Come è cambiata in un anno e mezzo la percezione di Cristiano Ronaldo?

Le stagioni con la maglia del Real Madrid sono quelle in cui si è sentito al massimo dell’invincibilità. Nell’anno della “decima”gli è riuscito tutto e gli riesce in una maniera così arrogante. Lui ha deciso di cambiare maglia anche per aumentare il suo tasso si simpatia e su questo ha sempre fatto delle scelte molto coerenti. Lui aveva bisogno di un piccolo downgrade, anche perché fare un upgrade dal Real Madrid era praticamente impossibile, e lui ha deciso di farlo in un contesto dove poteva risultare più simpatico. La rovesciata di Torino è stata fondamentale, perché ha capito che in quel contesto sarebbe partito con qualcosa in più visto che in maniera paradossale era già amato anche se con quella rovesciata aveva eliminato la squadra in ci si apprestava ad andare a giocare. Il cambio di maglia è stato funzionale a un cambio di narrazione intorno a lui.

Il Cristiano Ronaldo che stiamo vedendo a Torino, dunque, è meno vicino a un superuomo?

Sì ha fatto questa scelta perché doveva cambiare anche la narrazione che aveva di sé, doveva passare da “prima donna” a “fratello maggiore”. Intendiamoci, in campo è sempre la prima donna, è sempre quello che vuole calciare la punizione anche se ne imbrocca pochissime, ma a Torino gli abbiamo visto fare delle cose che a Madrid non faceva. Ora ringrazia i compagni, dopo il terzo gol al Cagliari non ha esultato e ha chiamato a sé Douglas Costa. Si sta normalizzando, è più benevolo.

LaPresse.

Come è cambiato il tuo modo di vedere Cristiano Ronaldo dopo questo libro?

Non l’ho mai amato incondizionatamente e lo dico chiaramente: per tutto il tempo della stesura del libro mi ha ossessionato. E continua a farlo ora. Adesso guardo tutto quello che fa, mi interessa molto e secondo me stiamo assistendo a una mini-evoluzione dei suoi comportamenti che è super-coerente. Credo di aver capito un po’ il suo pattern e il mio gioco settimanale è cercare di capire dove può andare a parare.

Ci riesci?

La cosa bella è che il 90% delle volte mi sbaglio. Questo vuol dire che è davvero imprevedibile, quindi non è un tipo di persona che si comunica in maniera piatta. Non avrei mai pensato che nella parte dell’anno dove storicamente va meno bene sbroccasse così a Sarri, però l’ha fatto è stato molto divertente osservarlo. Ora lo vedo molto più umano di quanto non lo vedessi prima di scrivere il libro.

Nel libro utilizzi un piano narrativo molto intimo, arrivi a dare del tu a Cristiano Ronaldo e a inserire tue esperienze vissute in prima persona. Come è nata questa scelta?

Subito, appena ho iniziato a scrivere. Il sottotitolo è venuto dopo ed è anche un po paraculo se vogliamo, perché storia “intima” fa pensare che sia andato a scavare nell’intimità di Cristiano Ronaldo. In verità sono andato a scavare nella mia intimità, che poi è la stessa che abbiamo con i nostri idoli. Qui la resa è facilitata dal fatto che per buona parte della sua carriera Cristiano Ronaldo si è costruito lo status di semidivinità. Il mio rivolgermi a lui utilizzato il tu è lo stesso del ragazzino che parla con il suo idolo o, ancora, quello del credente che si inginocchia ai piedi del letto e parla con la divinità. Io personalmente con Dio ci parlo poco, ma non credo che uno si rivolga a Dio utilizzando il lei o il voi.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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