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A chi non piace questa Champions?

By 17 Settembre 2019

Ajax, Celtic e Copenaghen lavorano da tre anni a una proposta di riforma della Champions League che prevede l’accesso alla fase a gironi in base al coefficiente Uefa per club anziché a quello per paese, con conseguente diminuzione dei posti fissi e aumento di quelli ottenibili attraverso i preliminari. Una boccata d’ossigeno per club e competizione?

Sono lupi in abiti di agnelli. Anzi, di Agnelli. «L’Ajax ha disputato la semifinale della Champions League quest’anno», ha dichiarato a giugno l’attuale presidente dell’ECA, «vincendo campionato e coppa ma dovrà ripartire solo dai turni preliminari. Come può l’Ajax crescere così?». Peccato che questo sistema abbia contribuito a costruirlo proprio lui attraverso la riforma che ha garantito quattro posti Champions secchi al paese quarto classificato nel ranking Uefa – l’Italia al momento della riforma, la Germania oggi – con conseguente scivolamento ai preliminari di numerosi club appartenenti a campionati non di primo livello.

Non che le colpe siano imputabili solo al presidente della Juventus e ai top club che appoggiano la sua visione, considerando che, se in un particolare momento, l’Olanda si è trovata al 14esimo posto del ranking, costringendo la vincente della Eredivisie a due turni preliminari, la colpa è anche del sopra citato Ajax, protagonista negli ultimi anni di tonfi clamorosi contro Rapid Vienna, Rostov, Nizza e Rosenborg, non propriamente l’elite del calcio continentale.

La semifinale di Champions degli ajacidi è stato un incidente di percorso che non possiede basi strutturali sufficientemente solide per ripetersi in maniera più che sporadica. L’exploit tuttavia è arrivato al momento giusto per mettere sul tavolo la controffensiva studiata dalle piccole in ottica Champions 2024, quando verrà rivista per l’ennesima volta l’architettura della maggiore competizione continentale. L’Ajax, assieme a Celtic e Copenaghen, è al lavoro da tre anni su una proposta che prevede l’accesso alla fase a gironi di Champions in base al coefficiente Uefa per club anziché a quello per paese, con conseguente diminuzione (da 26 a 20) dei posti fissi e aumento (da 6 a 12) di quelli ottenibili attraverso i preliminari. Gli accoppiamenti di questi ultimi sarebbero regolati dal punteggio del singolo club nel ranking, che verrebbe così slegato dai risultati internazionali delle squadre del proprio paese.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

In un ambiente da homo homini lupus come quello del calcio contemporaneo, ogni società ovviamente tenta di portare acqua al proprio mulino e, fuori dal campo, il play non è per niente fair. Le squadre belghe, tanto per fare un esempio, si sono dissociate dalla proposta, perché con 4 diversi campioni in 5 anni per loro è più sicuro il coefficiente per paese. Se il capofila di tale riforma fosse stato il solo Celtic, squadra che non riesce a venire a capo nemmeno del Cluj, sarebbe stato facile derubricare – a ragion veduta – il progetto sopra descritto come mero tentativo di rimanere ancorati a una giostra milionaria della quale si posseggono a malapena i requisiti (economici, strutturali ma anche tecnici) per poterci salire.

Lo stesso Ajax ha bisogno di questa riforma per annientare definitivamente l’opposizione nella Eredivisie, trasformandola in un torneo monocolore modello Ligue 1. La favorevole congiuntura tra i soldi incassati dalla campagna di Champions e quelli dal mercato (con meno dei proventi della cessione del solo Frenkie de Jong, Overmars ha acquistato sette giocatori), ha permesso all’Ajax di spendere cifre – e pagare stipendi – impensabili per le rivali olandesi. Nei Paesi Bassi è in vigore la seguente regola: un giocatore extra-comunitario deve percepire uno stipendio pari almeno al 150% del salario medio di un giocatore di Eredivisie, quota che si abbassa al 75% nel caso di 18enni e 19enni. Facile prevedere come i salari sempre più alti pagati da Overmars rendano la vita ancora più difficile alla concorrenza. Ancora più facile comprendere come questa politica necessiti un accesso costante a quella Money League che è diventata la coppa dalle grandi orecchie.

Riguardo al nuovo format proposto da questa alleanza olandese-scozzese-danese, il timing della grande stagione ajacide è stato perfetto. Il club di Amsterdam si trova al 20esimo posto nel ranking per club Uefa, eppure ha dovuto affrontare due turni preliminari, rispettivamente contro Paok Salonicco e APOEL Nicosia, entrambi superati con fatica e diversi brividi. Per contro società come Valencia (39esima), Inter (46esima), RB Lipsia (69esima), Atalanta (92esima) e Lille (111esima) erano già tranquillamente ai gironi, sicure della loro fetta di una torta sempre più ricca, basti pensare che il valore dei diritti Champions è passato da 594 milioni nel triennio 2003-2006 a 1.389 nel 2012-15 fino a 2.825 nel 2018-21 (dato ovviamente frutto di una proiezione).

(Photo by Mark Runnacles/Getty Images)

Del resto, più scende nella classifica del valore dei singoli tornei, più l’impatto dei diritti Uefa sui bilanci dei singoli club cresce. Secondo il documento Vision 2024 stilato dalla Uefa, gli introiti provenienti dalle competizioni europee nel 2017 hanno inciso mediamente per il 10% sul fatturato di un club dei primi 5 campionati continentali, per il 15% su quelli inclusi tra le posizioni 6 e 20, e dal 30% al 40% per i successivi. La forbice, enorme, nasce ovviamente dalla vendita dai diritti dei campionati locali: per le prime 5 leghe, questi sono cresciuti, nel periodo 2008-2017, da 3.090 milioni a 6.650, mentre per il resto d’Europa si è saliti da 446 a 864. Nel 2017 le vendite di tali diritti a livello internazionale hanno prodotto 2.300 milioni di euro, il 65% dei quali provenienti da paesi non europei, distribuiti però per il 95% alle prime 5 leghe e il restante 5% a tutte le altre.

Il format basato sul coefficiente per club è una proposta discutibile ma che merita di essere discussa, anche perché nel corso degli anni si è sentito di peggio – vedi le wild card, per permettere a club ormai ombra di sé stessi (ad esempio il Milan) di poter partecipare ancora, grazie al blasone, alla Champions. È una proposta che punta molto sui risultati ottenuti sul campo, anche a costo di rischiare un maggiore squilibrio in un torneo già tormentato, nella fase a gironi, da una mancanza di competitività quasi assoluta.

I dati del CIES non mentono: tra il triennio 2003-06 e il 2015-2018 le partite nei gironi terminate con uno scarto di 3 reti o superiori sono cresciute dal 16.9% al 22.9%; punti e differenza reti delle prime classificate sono passati rispettivamente da 2.11 e + 6.38 a 2.26 e + 8.91, mentre quelli delle quarte e ultime sono scesi da 0.59 e -6.72 a 0.46 e -9.06; infine la percentuale di partite vinte dalla squadra favorita sono incrementate dal 76.1% all’81.4% per i match casalinghi, dal 62.5% al 74.6% per quelli in trasferta, e dal 74.9% al 79.5% a livello globale. Dati che hanno portato, secondo una ricerca Nielsen, a un crollo dell’audience televisiva, specialmente nelle fasce di età più giovani, con un -51% registrato nell’ultimo quinquennio per la fascia 12-17 anni, un -40% per quella 18-34, un -18% per la 35-49, un -4% per la 50-64, per finire con un +3% per gli over 64.

(Photo by Ludvig Thunman/EuroFootball/Getty Images)

Senza dubbio Ajax-Manchester City sarebbe commercialmente più appetibile di Atalanta-Barcellona o Lille-Real Madrid, ma il discorso cambierebbe con Copenaghen-Liverpool. Sempre a patto che gli ajacidi rimangano quelli della gestione Overmars/Ten Hag e non del periodo di Frank de Boer, costretto a competere a livello europeo con ragazzini appena sfornati dal vivaio e parametri zero. Si ritorna quindi alla domanda posta da Agnelli. Con due o tre turni preliminari da giocare ogni stagione, come possono crescere queste società alla periferia dell’impero?

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