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A chi sono mancate davvero le nazionali?

By 24 Luglio 2020

Saltato l’Eruopeo, l’ultima partita giocata dall’Italia di Manchini è il 9-1 contro l’Armenia del 18 novembre 2019. Se ne riparlerà nel 2021, eppure a nessuno sembra importare poi molto

Non si fosse messo d’intralcio il Sars-Cov-2, campionato e Champions League ora sarebbero passate in giudicato e, nei giorni scorsi, avremmo verosimilmente scritto la narrativa, sviscerando la storia e le curiosità di un vincitore che, invece, ancora non esiste. Perché a Londra, lo scorso 12 luglio, se gli eventi non avessero preso un’altra piega, Wembley ci avrebbe regalato una nazionale campione d’Europa. E, allo stesso modo ma in senso opposto, staremmo celebrando processi alle delusioni, riscrivendo il presente delle sorprese e guardando alla Nations League che ci dovrebbe condurre a tornare a disputare il Mondiale.

Niente di tutto questo: il primo Europeo paneuropeo della storia è stato fra i primi eventi calcistici a saltare un giro e così, con il calcio tornato ad invadere le tv – ma senza i tifosi ad invadere gli stadi – e, al massimo, ecco comparire i ricordi; Italia 90, a Italia-Germania 4-3, al titolo del 2006 che male non fa. Passato, memoria.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Del resto, l’ultima sfida fra nazionali risale al 26 febbraio, cinque mesi fa, un Bulgaria-Bielorussa tutt’altro che indimenticabile eppure destinato a restare scolpito proprio per una questione cronologica, e bisogna risalire alla seconda metà di novembre per le ultime partite degne di nota. Per l’Italia, il 9-1 contro l’Armenia, il 18 novembre. Otto mesi fa. Per il resto se ne riparlerà a settembre, dopo dieci mesi di un vuoto all’interno del quale nessuno, o comunque pochi, hanno sentito la necessità di tirare fuori l’argomento. E, allora, mai come ora vale la pena provocare: chi si è accorto dell’assenza delle nazionali? A chi sono davvero mancate?

Non agli allenatori – eccezion fatta per Roberto Mancini e i suoi colleghi ct – che in fondo vedono nelle nazionali un intralcio, soprattutto durante la stagione. Che lo ammettano o meno, il discorso è generale: lo pensano, a diverse gradazioni, tutti, salvo poi virare di 360 gradi e diventare i primi tifosi di stage e amichevoli quando una nazionale l’allenano. Non ai dirigenti, che come gli allenatori temono infortuni – soprattutto quelli inferiori ai 28 giorni, che non sono coperti dal Club Protection Program della Fifa – e rischi vari, forse ai procuratori per i quali la presenza di un assistito in una nazionale aumenta il prestigio, di certo ai giocatori, ma a ben guardare nemmeno a tutti, non ai patiti del fantacalcio, in questi giorni in piena overdose di bonus, malus e formazioni da mettere in campo ogni quarantott’ore.

. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Ai giornalisti? Volendo, ma laddove si vive di click regalati a meme ripetitivi e sempre uguali (sconfitta, occhiolino al tifo contro, titolo canonico: i social non perdonano) e di gallery scollacciate delle fidanzate di turno (la classica foto mozzafiato), va da sé che ai padroni del vapore mediatico dell’analisi sul progetto tecnico tattico della Bosnia Erzegovina – avversario dell’Italia il prossimo 4 settembre a Firenze – o del bollettino delle possibilità dei convocabili di Mancini freghi oggi qualcosa di approssimabile allo zero.

Eppure, ciò che sarebbe interessante indagare è quanto siano mancate le nazionali ai tifosi, ad un pubblico sempre attento quando si tratta di grandi eventi – il Mondiale, molto più che l’Europeo – ma piuttosto freddo rispetto al cammino di una stagione ordinaria, anche a livello di share televisivo (la diretta di Italia-Armenia andò poco oltre il 21%) e bombardato a livello social da contenuti calcistici votati alle squadre che, per questioni di numeri, sostanzialmente seppelliscono il resto della narrazione. Lo spirito dei tempi, insomma, alle nazionali è tutt’altro che favorevole e, tanto più ora dopo il lungo congelamento dell’attività e con un Europeo mancato che non ha lasciato vedove né orfani, il calcio non di club ha bisogno di riempirsi di senso per riaffermarsi.

 (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Non che le istituzioni calcistiche l’abbiano aiutato, tutt’altro. Da anni, a intervalli irregolari, da ambienti Fifa e Uefa filtrano ipotesi sulla necessità di una ridefinizione dei calendari, per assegnare alle nazionali una finestra temporale esclusivamente dedicata: in questo senso, intrappolate nell’obbligo di dare un ordine e una conclusione alle manifestazioni in corso e una nuova definizione a quelle programmate e fatte saltare, quelle stesse istituzioni hanno dato l’impressione di avere perso un’occasione per mettere seriamente sul tavolo proposte organiche per il futuro. Il calcio di oggi, fatto salvo lo slittamento del finale di stagione e il traffico di partite odierno, non è diverso da quello di febbraio, nelle logiche di fondo. E per le nazionali, sostanzialmente ferme al 2019, non c’è considerazione più scoraggiante.

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