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Abbiamo davvero bisogno di Zlatan Ibrahimovic?

By 10 Novembre 2019

A 38 anni lo svedese si è offerto a tantissime squadre di Serie A. Ma ora che stiamo provando a ricostruire il nostro movimento calcistico, abbiamo davvero bisogno dello svedese?

Qualche anno fa, credo fosse il 2010, mi capitò tra le mani l’album di un gruppo romano. Erano esordienti, avanguardisti, allegorici, dissacranti. In una sola parola: strani. Persino il nome del loro CD lo era: “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”. Ricordo che sorrisi quando un amico me ne parlò.

Nove anni fa, come immagino rammenterete, questa stucchevole onda indie (cavalcata in maniera “meravigliosa” dai vari Paradiso, Gazzelle, Galeffi, Motta ecc) era ben lontana dall’essere riconoscibile e riconosciuta. Così come erano ancora in via di sviluppo le app che oggi utilizziamo per usufruire della discografia mondiale. Esisteva solo youtube e le varie difficoltà del caso. Da attribuire a linee internet piuttosto rivedibili che rendevano la visione di un video o l’ascolto di una canzone, qualcosa di piuttosto serio.

Comunque, per farvela breve, mi innamorai de I Cani al primo incontro. E nei giorni successivi, cuffie alle orecchie e gigabyte al cielo, consumai quell’album, ascoltando a ripetizione le undici tracce delle quali si componeva. Tra tutte, ce n’era una che sceglievo con più frequenza: “Le coppie”. Parlava di dinamiche relazionali. Nulla di nuovo, commenterete. Già. Ma in maniera così diretta e vera, da essere capace di insinuartisi sotto la pelle. “La statistica afferma che spesso – cantava Nicolò Contessa – il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso/che alla fine dirà di troncare”.

(Photo by Meg Oliphant/Getty Images).

Devo dire che negli anni successivi ho pensato tantissimo a questa frase. Cercando di applicarla alla mia vita, per capire quanto fosse vera. A rifletterci oggi, e affiancandola a Zlatan Ibrahimovic, la mia idea iniziale trova conferma: I Cani avevano maledettamente ragione.

Perché in questo piovoso giorno di novembre, abbiamo deciso di parlare di uno dei più forti centravanti degli ultimi 20 anni? La spiegazione è semplice: Ibra potrebbe tornare. Sì, in Italia. Dove, non è ancora dato saperlo. Possiamo solo basarci su alcune dichiarazioni. Quelle del diretto interessato (“Al Bologna per Mihajlovic, a Napoli per riempire il San Paolo…”) o quelle di Don Garber, commissario e capo della MLS (“Ha 38 anni e ora è stato preso dal Milan, uno dei club più importanti al mondo”). Al netto della veridicità o meno di queste frasi, credo che a gennaio avremo delle grosse sorprese. Quindi prepariamoci a nuove presentazioni, nuovi bagni di folla e soprattutto a nuove dichiarazioni ad effetto, con baci alla nuova maglia.

Non nascondiamoci: tutto ruota attorno a questo atteggiamento. Quello che probabilmente irrita di più i tifosi. Ovvero dichiarare amore eterno ad una squadra, per poi lasciarla solo qualche mese dopo e senza nemmeno un grazie.

Proviamo ad andare a fondo alla questione: quello di Zlatan è veramente un comportamento ipocrita, utile soltanto ad imbonire la torcida? A mio avviso no. Ed ora vi spiego anche perché.

(Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images).

Ibra si innamora per davvero

Dai, è successo a tutti. Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha incontrato una persona (donna o uomo non fa differenza) capace di dirgli ti amo, dopo soli pochi appuntamenti. E forse dopo un solo bacio. Prima di sparire, chiaramente. Per correre dietro al primo sorriso che passa nei dintorni. È un classico, vero? Ecco, Ibra non si comporta in maniera molto diversa. Il fatto è che lo svedese non riesce a distinguere tra campo e vita reale. E in questo non c’è nessuna forma di giudizio: semplicemente è così.

Qualcuno potrebbe parlare di narcisismo. Io preferisco il termine egoismo. Meglio: protagonismo. Questo spiega le frasi ad effetto che spesso infarciscono le sue conferenze stampa (“Rimarrò a Parigi, solo se sostituirete la Tour Eiffel con una mia statua”) e anche il motivo per il quale Zlatan ha fallito solo al Barcellona. Se vincere una Liga può essere inserito nella casella dei fallimenti. Troppi numeri uno. Troppi fuoriclasse con i quali condividere il palcoscenico. E quindi la gloria. Da Guardiola a Messi, da Puyol a Henry. Per rendere al meglio, Ibrahimovic deve essere l’unica star. In cambio le sue giocate da mal di testa e il suo sentimento eterno. Ecco, perché non trovo i suoi atteggiamenti così falsi: Ibra si innamora per davvero. In quel momento, nell’istante in cui si presenta ai suoi tifosi, esaltandoli con il bacio dello stemma, non sta recitando una parte. Ci crede. Vuole veramente cambiare la storia del nuovo club. Che poi questa attrazione possa durare solo pochi mesi non fa differenza. Come diceva qualcuno: l’amore è eterno finché dura.

(Photo by Harry How/Getty Images).

Ibra bacia tutti.

In principio fu il Barca. Parliamo del 2009. La prima volta in cui Ibrahimovic, finalmente insignito con le stigmate del fuori classe, decise di lasciare un club per approdare in un altro. Peggio: di abbandonare un campionato, una nazione, per finire in un’altra. Fino ai tempi dell’Inter, infatti, quando con Mourinho, Ibra riuscì a vincere tutto, salvo lasciare prima del triplete, lo svedese non era altro che un calciatore dalle ottime prospettive. Tanto bello a vedersi, quanto poco efficace. Soprattutto nei momenti decisivi della stagione o in alcune competizioni specifiche, tipo la Champions League. Aveva fatto parlare di sé al Malmo, poi all’Ajax e infine alla Juventus. Dove aveva incontrato un sergente di ferro come Fabio Capello, che comunque non era riuscito a togliergli quell’aura da bello che non balla.

All’Inter, dopo Calciopoli, esplose in tutta la sua forza, divenendo lo Zlatan che ora conosciamo.

Quindi in principio fu il Barca. Quando durante la presentazione al Camp Nou, sembrava più impegnato a contare i presenti (“Sono di più di quelli che accolsero Maradona, vero?”), invece che deliziare i tifosi con trick e giocate. Qualcuno dell’ufficio stampa blaugrana, racconta lo stesso svedese, gli chiese di baciare la maglia. E lui eseguì. Il peccato originale. Fu un punto di non ritorno: da quel momento in poi, ogni squadra in cui ha giocato Ibra, è stata definita come “il club dei sogni”. Milan, Psg, Manchester United. Sostituito nel giro di qualche stagione perché Zlatan, come un moderno Che Guevara, non può fermarsi a lungo in un posto. C’è sempre una nuova nazione oppressa da andare a liberare.

 

(Photo by Alex Livesey/Getty Images).

Abbiamo davvero bisogno di Zlatan?

Tornando al nostro discorso iniziale: non capisco perché si imputi questo comportamento soltanto ad Ibrahimovic. Quando molti altri calciatori, anche suoi contemporanei, hanno fatto lo stesso. Volete degli esempi? Biglia, Pogba, Pjanic e in ultimo anche Donnarumma. E allora perché notiamo questa ipocrisia solo in Zlatan? Forse perché, come gli amanti traditi, vorremmo avere la sua classe solo per noi? Non sopportiamo possa avere un altro partner? Non tolleriamo le nuove foto e i nuovi video, spiattellati senza pietà sui Social? Probabilmente. Ecco perché dovremmo interrogarci più sulle nostre reazioni che sugli atteggiamenti dell’attaccante dei Los Angeles Galaxy.

Piuttosto, forse, sarebbe il caso di chiederci quanto la Serie A, specie in questo momento storico, abbia davvero bisogno di un personaggio come Zlatan. Capace di attirare su di sé attenzioni, critiche ed elogi. Ne abbiamo necessità? Ora che ci stiamo ricostruendo come movimento calcistico, poggiandoci sulla classe e la spensieratezza di giovani del calibro di Zaniolo, Mancini, Sensi, Esposito?

Questo, però, è un argomento che merita un articolo a parte. Magari ve lo proporremo più avanti.

 

Gabriele Ziantoni

About Gabriele Ziantoni

Giornalista per hobby, polemico per professione, Gabriele Ziantoni nasce a Marino il 12 dicembre 1983. Solitario, testardo e vagamente intollerante, è speaker di Radio Rock e direttore della rivista internazionale So Wine So Food.

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