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Abdon Porte, l’idolo accantonato troppo presto

By 2 Settembre 2019

Mediano del Nacional e della Celeste, Abdon Porte non si era mai ripreso da un problema al ginocchio. Il suo club gli aveva comunicato l’intenzione di non puntare più su di lui così, dopo una festa, decise di raggiungere in tram lo stadio del Nacional e di togliersi la vita

Le finestre non sempre escludono il mondo dagli appartamenti e quella notte del 5 marzo 1918 nel quartiere La Blanqueada di Montevideo la morte esplose poco lontano, qualcuno si sollevò dal letto, qualche altro ancora era in piedi, forse ne parlarono con la moglie, il marito, i figli, poi tornarono a dormire: erano le due del mattino, troppo presto per lasciarsi incuriosire da un rumore, uno solo, probabilmente un petardo di qualche ubriaco o di balordi spaventati dalla solitudine. Faceva molto freddo, in Europa l’epidemia di spagnola stava uccidendo milioni di persone mentre in Uruguay le stagioni seguivano il loro corso; quel 5 marzo Lenin riportò la capitale a Mosca da San Pietroburgo dopo la rivoluzione d’ottobre ma l’Uruguay in quei giorni era assai lontano dalla Russia.

Passarono poche ore dallo strano fragore quando un cagnolino camminava festoso all’interno del Gran Parque Central Stadium, costruito nel 1900 e ancora in funzione oggi; era la mascotte del Nacional, una squadra gloriosa che il giorno prima aveva vinto 3 a 1 contro il Charley (sarebbe diventato Independiente nel 1927). Il padrone del cane, Severino Castello detto “L’Indiano”, custode dello stadio, lo inseguì ma quando nel cerchio di centrocampo vide un corpo scomposto con il suo cane accanto si avvicinò pieno di orrore: di lato c’era un revolver, la camicia dell’uomo era sporca di sangue sul lato sinistro e poco distante un cappello di paglia con dentro due lettere. Severino riconobbe subito il cadavere, il viso da indio Charrúa era la sua, di Abdon Porte, idolo della squadra e della nazionale uruguaiana, mediano potentissimo e tecnico, si sarebbe dovuto sposare il mese dopo e tutto era pronto per le nozze. Quel mattino di Montevideo prese il gelo del corpo di Abdon: invernale, senza vita; le ore irrigidirono come il cadavere. Una lettera era per il presidente del Nacional, José Marìa Delgado, poeta e scrittore, e l’altra per la mamma.

«Caro dottore José María Delgado. Chiedo a voi e agli altri commissari di fare per me come ho fatto per voi: fate per la mia famiglia e per la mia cara madre. Addio caro amico della vita».

Ma soprattutto scrisse:

«Nazionale anche se polvere trasformata / e sempre amorevole polvere. / Non dimenticherò per un momento / quanto ti ho amato. / Arrivederci per sempre».

Abdon Porte era arrivato allo stadio in tram, a tarda sera, quando le persone tornano a casa stanche e affamate strette nella calca a bordo o nell’attesa sul marciapiede, lui era un calciatore famoso, chissà se qualcuno lo ha riconosciuto stando in piedi o seduto; il freddo era forte a Montevideo e immaginare Abdon sul tram rievoca la folla moscovita (che mai avrà saputo della fine di Porte avvenuta il giorno stesso della sua promozione politica) di cui pochissimi anni dopo la morte dell’Indio parlerà in un suo amaro libro lo scrittore cèco Jirí Weil: “Arrivò il tram A e la folla lo prese d’assalto; anche Ri si mise a correre, ma la borsa piena le impacciava e così arrivò per ultima davanti alla porta. Inoltre aveva paura di dover rimanere appesa all’asta di metallo e di correre il rischio di cadere dal tram in corsa”.

O, chissà, Abdon se ne sarà stato invece seduto a guardare fuori dal finestrino per l’ultima volta Montevideo da un tram vuoto, con il cappello di paglia tra le mani e la certezza che il giorno dopo sarebbe stato sepolto ne cimitero de La Teja accanto alle leggende del calcio uruguagio: i fratelli Bolívar e Carlos Céspedes, morti a poco più di vent’anni di vaiolo nel 1905. Si sentiva uno di loro per grandezza, bellezza e per una fine precoce che non avrebbe mai fatto dimenticare i loro nomi.

Abdon aveva solo venticinque anni ma si sentiva vecchio, come capita spesso ai precoci. Era cresciuto nel Colón di Montevideo esordendo nel 1910, l’anno successivo, dopo un breve periodo nel Libertad, Porte venne chiamato dal Nacional. Con i tricolores collezionò 270 presenze in 6 stagioni, conquistando quattro titoli nazionali (1912, 1915, 1916, 1917). Gran fisico, piedi eccellenti, giocava nella zona mediana con intensità, sapeva difendere e impostare, gran colpitore di testa, intelligente tatticamente; era per questo amatissimo dai tifosi. Nel 1917 vinse anche il Campeonato Sudamericano con la maglia dell’Uruguay ma il Ct Ramón Platero (sarà poi il primo straniero ad allenare il Brasile) non lo fece mai giocare. E da lì ebbe inizio la tristezza che lo portò alla morte.

Abdon Porte

Il mese dopo il suo suicidio, sulla rivista argentina “Atlántida” uscì un brevissimo racconto (“Juna Polti, difensore”) del grande scrittore uruguagio Horacio Quiroga, dove riassume la tragica parabola del calciatore indio e la sua decadenza di cui non si accorgeva o faceva finta di non accorgersi: “Pues bien: un día, Polti comenzó a decaer. Nada muy sensible; pero la pelota partía demasiado hacia la derecha o demasiado hacia la izquierda; o demasiado alto, o tomaba demasiado efecto. Cosas estas que no engañaban a nadie sobre la decadencia del gran half-back. Sólo él se engañaba, y no era tarea amable hacérselo notar”.

Arrivava in ritardo sulla palla per il troppo effetto, perché troppo a destra o troppo a sinistra, a venticinque anni si sentiva un uomo finito ma taceva. Il suo posto sul campo era stato preso da Alfredo Zibechi, che lo aveva sostituito anche in nazionale; quando giocava ormai Abdon veniva fischiato, non era più il mediano potente degli anni precedenti, era diventato impacciato, goffo per un ginocchio che funzionava male dopo una partita che lo costrinse poi a rimanere fuori per un infortunio che riteneva non potesse essere curato.

Era diventato marginale, non più necessario alla squadra e alla nazionale, orgoglio di un paese tanto piccolo quanto fortissimo nel calcio. Abdon si sentiva un calciatore senza futuro, incapace di lottare, più malato del ginocchio che faticava a reggerlo; non sarebbero servite cure approssimative o corse sulla sabbia: doveva rassegnarsi a essere già vecchio. Uno da bordo campo, al massimo.

Il comitato del Nacional gli aveva comunicato l’intenzione di puntare su Zibechi e non più su lui (in quegli anni non c’erano le sostituzioni e dunque chi andava fuori spesso lo viveva con disonore, come avviene per i militari, perché significava smettere di esistere per il calcio) e Porte tacque, dilatando il dolore in corpo. Il 4 marzo 1918, dopo la vittoria contro il Charley, la squadra si radunò in un club house nel centro di Montevideo per festeggiare fino al mattino, solo che Abdon andò via, si sentiva stanco, disse, e non aveva nemmeno fame, si allontanò verso la fermata del tram.

Abdon Porte

La pistola doveva averla già portata da casa, lasciata in una giacca negli spogliatoi, la pistola riposava in attesa di uccidere mentre Abdon giocava la sua ultima partita. Chissà quando aveva deciso. Chissà se ha esultato dopo i tre gol. Non sappiamo nemmeno se abbia mai segnato una rete, non ne risultano.

La sua morte stava per arrivare e stava per tintinnare contro le finestre di anonimi condomini che forse si saranno recati al funerale e poi avranno raccontato, con orgoglio e tremore, ai parenti e alla gente nei negozi o al lavoro che loro avevano sentito il colpo di revolver che aveva messo fine alla vita e alla carriera di Abdon Porte. Il padre dei fratelli Céspedes accolse la richiesta di seppellirlo accanto ai figli, in Uruguay il lutto si trasformò in folla ai funerali e sui campi; arrivarono fiori e condoglianze dalle squadre avversarie.

Il Nacional, tramortito dalla perdita, perse lo scudetto quell’anno, dopo aver dominato il campionato per molti mesi, l’anno successivo però lo vinse e lo dedicò ad Abdon. A più di cento anni, nella curva a lui dedicata del Parque Central i tifosi espongono uno striscione che incita i calciatori a dare ogni cosa “per il sangue di Abdon” che, a quanto pare, non sarà mai davvero polvere.

Le illustrazioni del pezzo sono di Salvatore Parola.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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