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Per favore, non chiamatelo derby ebraico

By 8 Maggio 2019
Derby ebraico Ajax Tottenham

Le tifoserie di Ajax e Tottenham non hanno origini ebraiche ma si sono appropriate della religione di alcuni dei loro compagni, rifiutando una connotazione negativa e creando un nuovo senso di appartenenza

Il prontuario del copia-e-incolla non poteva mancare di produrre, in occasione della semifinale di Champions League tra Ajax e Tottenham Hotspur, articoli in serie sul derby “ebraico” d’Europa. La sfida tra due club dall’identità e dalle tradizioni più affini a quelle dello stato di Israele, la cui bandiera campeggia regolarmente sugli spalti tanto della Johan Cruijff ArenA, quanto su quelli del (New) White Heart Lane. Nell’era del web, il fake corre a velocità decuplicata, perpetrandosi e ingigantendosi. Anche se non c’è nulla di vero e il tutto si riconduce a un singolare cocktail di stereotipi, cultura tifosa e luoghi comuni.

Agli inizi del Ventesimo secolo diverse città inglesi videro crescere al loro interno una nutrita comunità ebraica. Numeri alla mano, la più numerosa si trovava a Leeds, mentre a Londra la più alta densità veniva riscontrata nei quartieri dell’area nord-est. Tottenham era uno di quelli, ma non aveva la percentuale più alta. Stesso discorso se dalle strade si passava sugli spalti, dove si è stimato che la tifoseria Spurs di religione o di origine ebraica arrivava a fatica al 5%, un numero più basso di quello degli storici rivali dell’Arsenal. Ma né il Leeds né i Gunners sono mai stati etichettati come Yids, nomignolo oltretutto dalla valenza dispregiativa.

Sono anni nei quali nel tessuto sociale inglese si affacciano le seconde generazioni delle comunità ebraiche, cresciute tra le strade locali e alla ricerca di un mezzo, e di uno spazio, per connettere appartenenza etnica e identità nazionale. Il calcio come strumento di integrazione non lo scopriamo certo oggi. Ma perché proprio il Tottenham? Diversi storici del club parlano di questione di approccio. Sugli spalti del White Heart Lane i tifosi di origini ebraica non trovano indifferenza, né qualcuno che mormora Yids alle loro spalle, ma solidarietà e condivisione. Si tifa tutti per quei giocatori in campo con maglia bianca e pantaloncini blu marino, il resto non conta.

Proprio questo processo di inclusione ha indotto le tifoserie rivali a ironizzare sui tifosi degli Spurs con cori su rabbini e camere a gas, perché – triste ma vero – quando ci sono di mezzo gli ebrei gli insulti finiscono sempre in quella direzione. Ma ai saluti con il braccio teso e all’intero repertorio di battute in odore di croce uncinata, i tifosi degli Spurs hanno risposto non solo appropriandosi delle origini di alcuni dei loro compagni, ma utilizzandoli come motivi di orgoglio. Ecco quindi le bandiere di Israele, le stelle di David, gli stendardi con la scritta “Yids Army”, il coro/motto “We are the Yids we are we are we are the Yids!”.

Scrivono Matteo Grazzini e Mauro Bolzoni nel loro libro, dal titolo T.H., dedicato agli Speroni: «Sconcertante che la stragrande maggioranza (dei tifosi del Tottenham, nda) non fosse affatto ebreo. Ma utilizzando questo termine con orgoglio e cameratismo ne annullavano la sua connotazione spregiativa e rifiutavano di esserne sviliti. Diventava un tratto identitario per distinguersi da altri tifosi […] una espressione di orgoglio e di appartenenza esclusiva al Tottenham. Ma certamente privo di alcuna appartenenza religiosa».

Durante la seconda metà degli anni Trenta la città di Amsterdam è stata il rifugio principale di migliaia di ebrei provenienti da tutta Europa. Il rapporto particolarmente intenso instauratosi tra la capitale olandese ed il popolo ebraico, un legame che affondava le proprie radici nel XV secolo, quando migliaia di ebrei vennero espulsi dalla Spagna e dal Portogallo, ha finito con il riflettersi anche sul più importante club cittadino, l’Ajax, spesso identificato come una società che ha in qualche modo assorbito parte della “cultura ebraica” e nella quale, di conseguenza, molti ebrei si sono riconosciuti.

Ma anche in questo caso si è trattato di un processo simile a quello già raccontato per il Tottenham. Nel suo saggio “Ajax, la squadra del ghetto”, Simon Kuper racconta di come nella Amsterdam degli anni Trenta esistessero squadre “ebraiche” quali l’AED, il Wilhelmina Vooruit, l’Hortus e l’Endrecht Doet Winnen (le ultime tre si sono in seguito fuse nel WH-HEDW, tutt’oggi esistente a livello dilettantistico e ancora con qualche giocatore ebreo in rosa), ma esse giocavano solo nelle divisioni minori del campionato olandese.

Derby ebraico Ajax Tottenham

Ad alti livelli invece il fattore che incideva maggiormente sulla scelta della squadra del cuore era la parte della città dove le persone risiedevano; perciò gli abitanti di Amsterdam nord erano quasi tutti per il Dws o il De Volewijckers, quelli di Amsterdam sud per il Blauw-wit mentre quelli di Amsterdam est, dove si trovava il quartiere ebraico, per l’Ajax. Una relazione quindi puramente “geografica”, a cui bisogna anche aggiungere che delle circa diecimila persone che abitavano il quartiere ebraico solamente una minima parte erano membri del club biancorosso. La stragrande maggioranza degli ebrei infatti costituiva la parte più povera del proletariato di Amsterdam e non avrebbe mai potuto permettersi l’iscrizione ad una squadra che affondava le proprie radici nella middle-upper class e che già allora era considerata “la squadra dei notabili, degli amministratori e dei banchieri”.

Una squadra al cui interno i giocatori di origine ebraica non erano presenti in numero maggiore rispetto a qualunque altro club cittadino. A sostegno della sua tesi Kuper cita anche lo storico dell’Ajax Evert Vermeer il quale, nel raccontare la storia del più famoso club olandese sul quotidiano “Het Parool”, nell’ottobre del 1999 scrisse che “i tifosi delle altre squadre erano soliti arrivare ad Amsterdam alla Weesperpoort Station, la cui zona pullulava di venditori ambulanti di origine ebraica. Da qui nacque il modo di dire ‘andiamo dagli ebrei’ ogniqualvolta qualcuno si recava nella capitale. Ma in realtà, almeno nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale, l’Ajax era assolutamente privo di una cultura ebraica”.

Paradossalmente fu proprio il fatto di non essere un club ebreo a permettere ai (pochi) membri di origine ebraica della squadra di mettersi in salvo durante la guerra. Appartenere a una squadra non ebrea significava infatti avere delle conoscenze anche tra la popolazione cristiana, tra i quali c’erano molte persone che, con grande coraggio aiutavano, gli ebrei a sfuggire all’esercito tedesco. Una rete di contatti che un club ebreo ghettizzato nel quartiere ebraico si sarebbe soltanto potuto sognare.

Derby ebraico Ajax Tottenham

Dopo che la F-Side, la frangia più radicale del tifo Ajax, ha adottato la stella di David come proprio simbolo –scelta dalle motivazioni identiche a quella che portò alla creazione della Yids Army – , si è raggiunto il punto di non ritorno, tanto nell’appropriamento di radici e culture che non appartengono (quantomeno da un punto di visto storico) al club, quanto soprattutto nella degenerazione dello spirito antisemita in molte curve olandesi.

Anni fa l’Ajax aveva pensato a una campagna per smarcarsi dall’ebraismo. «Siamo stufi», aveva dichiarato l’allora presidente John Jakke, «di sentire una massa di ignoranti gridare di mettere gli ebrei nelle camere gas solamente per insultare la tifoseria rivale». Si volevano bandire dall’Amsterdam ArenA (oggi Johan Cruijff ArenA) le bandiere israeliane, ma soprattutto era stato stilato un progetto per insegnare nelle scuole che la parola “joden” (ebreo) non è un nomignolo spregiativo per indicare un tifoso dell’Ajax. L’iniziativa era stata annunciata nel corso di un convegno del CIDI (Centro Informazioni e Documentazioni Israeliane). Ma le bandiere hanno continuato a sventolare, i cori nazisti non sono cessati e gli articoli copia-e-incolla sono sempre lì, pronti a tornare buoni in ogni occasione utile.

 

Foto: Getty Images. 

 

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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