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Alain Sutter, contestatore seriale

By 23 Novembre 2020

Il centrocampista, famoso per la sua fluente chioma, è stato uno dei più apprezzati calciatori svizzeri. Ma, soprattutto, è stato un uomo che non ha mai perso occasione esprimere il suo punto di cista su temi importanti come il nucleare e il disboscamento dell’Amazzonia

Sulle note dell’inno nazionale tirò fuori dai calzoncini un piccolo drappo, offrendolo alla messa a fuoco dei famelici obiettivi e delle carnivore telecamere presenti allo stadio Ullevi di Goteborg. Sopra c’era scritto: “Stop Chirac”, in chiara protesta verso l’allora presidente francese che aveva condotto test nucleari a Mururoa, in Polinesia. L’ariete scandinavo Martin Dahlin, che da buon filo-pastinese boicottava qualsiasi inno, compresa la politica di Chirac su tutta la linea, applaudì il coraggioso ragazzo con il drappo, al secolo Alain Sutter.

E’ il 5 settembre del 1995, Svezia e Svizzera si giocano un posto agli Europei di Londra, ma i risvolti politici sequestrano l’aperitivo che precede il banchetto agonistico dei novanta minuti. In quei giorni Chirac aveva gonfiato il petto per mostrare al mondo lo strapotere nucleare francese e un calciatore svizzero si era messo di traverso a modo suo. Senza che l’arbitro, il livornese Piero Ceccarini (non ancora assurto agli onori delle cronache italiche) prendesse alcun provvedimento. Fa quasi sorridere vedere due ragazzi fisicamente agli antipodi uniti dalle stesse motivazioni. Dahlin era il bomber, d’ebano, della Svezia, con il cranio scarsocrinito, paragonabile a un paesaggio lunare. La chioma bionda di Sutter era invece così folta da richiedere un elastico per raccoglierla e un nastrino sulla fronte per tenere lontane le ciocche dagli occhi.

Mike Hewitt/ALLSPORT

Alain Sutter è il calciatore svizzero più famoso in Svizzera. Non è un gioco di parole tirato per i capelli (trattandosi di Sutter…), ma corrisponde al vero, perché all’estero il più celebrato risulta essere ancora oggi Heinz Hermann. Il Beckham di Zurigo è riconosciuto ovunque come il contestatore per eccellenza del pallone. No al nucleare, in una nazione che sostiene la causa dell’atomo da tempo immemore, ma soprattutto no al disboscamento dell’Amazzonia, battaglia nella quale l’ex centrocampista si sta battendo fin da ragazzino. Ironia della sorte la sua Svizzera ha giocato la terza gara del torneo iridato del 2014 a Manaus contro l’Honduras, in piena Amazzonia. Quel che è peggio, in uno stadio, l’Arena Amazônia, edificato sacrificando ettari di foresta vergine, e oggi trasformato in una cattedrale-giungla in abbandono.

“Mi sembra davvero una beffa. Se fossi stato ancora in attività avrei boicottato quella partita. E’ una questione di principio. Non si possono far valere le proprie idee solo con la teoria. Serve applicazione, a costo di diventare impopolari. Io lo sono stato. Portavo i capelli lunghi perché contestavo tutto e tutti. Ho avuto la fortuna che gli allenatori comprendessero le mie ragioni, premiando l’impegno sportivo”.

Sutter, l’integralista tra i pollici verdi, esplose nel Grasshoppers di Zurigo e fu protagonista dei Mondiali a Usa 94, dove però si perse gli ottavi di finale con la Spagna a causa di una frattura al piede (da allora ogni volta che la nazionale incrocia le Furie Rosse viene intervistato dalla stampa del suo Paese…). A prescindere dall’infortunio disputò un grandissimo Mondiale, tanto da strappare un contratto nel Bayern Monaco per l’anno successivo, dove restò però solo una stagione, a cui ne seguirono altre due nel Friburgo. Poi un’esperienza in America nei Dallas Burns e una carriera conclusa male a causa di un infortunio (in allenamento cadde in una buca nel campo).

(Photo by Bongarts/Getty Images)

In totale 68 presenze e 5 reti nella nazionale del riscatto iridato elvetico con Roy Hodgson in panchina a chiudere un’astinenza di un trentennio. “Per quanto riguarda la mia esperienza posso dire che è stato bellissimo, anche solo vedere che il valore dello sport cresceva. Il calcio non era ancora al centro degli interessi del pubblico, e le domande che mi ponevano più spesso erano: “Riesci a guadagnarci qualcosa?” e “Ma è un lavoro vero?”. Il calcio allora in Svizzera non aveva grandissima importanza. Poi la situazione è cambiata, l’attenzione pubblica è cresciuta sempre di più e se la popolarità è grande se ne trae naturalmente una bella soddisfazione”.

Oggi Sutter, 52enne, ha il capello corto e una barba bianca incolta. E’ rimasto nel mondo del calcio, come direttore sportivo del San Gallo, squadra che orbita nei quartieri alti della Super League elvetica. “Puntiamo sui giovani e su chi ha voglia di riscatto. A queste latitudini si può fare. Non esiste una vera e propria pressione mediatica. Si lavora con serenità. Il troppo isterismo, altrove, rischia di uccidere il calcio”. 

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