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Alen Boksic, il gol come dettaglio

By 28 Ottobre 2020

La guerra, la Coppa dei Campioni con il Marsiglia, l’avventura con le maglie di Lazio e Juventus, poi il declino in Inghilterra. Ecco la storia di un attaccante capace di spaventare gli avversari quando partiva in velocità per poi disinnescarsi davanti alla porta

Nel 1991, un mese dopo la dichiarazione di indipendenza della Croazia, l’esercito jugoslavo comincia a sparare colpi di cannone, le città finiscono sotto attacco, si scappa, ci si nasconde, la paura incrina le pareti, i divani, i letti e le tavole; le Nazioni unite gracchiano l’embargo sulle armi, come sempre nessuno fa caso al suo innocuo pigolio: i serbi hanno arsenali, rabbia, organizzazione per evitare quella mutilazione geografica. A Vukovar inizia l’assedio che dura mesi, la resistenza della piccola città infine cede, la dottoressa Vesna Bosanac, direttrice dell’ospedale, viene arrestata dopo esser rimasta accanto ai malati; vecchi, donne, bambini sono massacrati, i corpi bruciati, appesi agli alberi; sugli altari sono sgozzati decine di contadini, avvengono uccisioni in tutta la Croazia, si sente il crepitare della morte sull’asfalto più che tra le lenzuola, il dolore arriva ovunque, l’Onu strilla di smetterla, di non sparare più – si uccide ancora a dicembre, quando il mondo comincia ad avere nausea per quelle morti inesatte che ogni giorno appaiono in televisione.

Poco prima di Natale a Bruska, vicino Benkovac, la famiglia Marinovic viene sterminata mentre cena, una strage tra le stragi. Mesi addietro, in maggio, l’Hajduk Spalato nella finale di Kup Maršala Tita (l’ultima, prima della distruzione della Jugoslavia) batte 1 – 0 la Stella Rossa Belgrado, gioca col lutto al braccio per la morte, pochi giorni prima, a Borovo Selo di dodici poliziotti croati nello scontro con miliziani serbi che ricusano i primi tentativi di indipendenza della Croazia. Il gol della vittoria lo segna Alen Bokšić.

Clive Brunskill/Allsport

“Sono stato fortunato perché Tapie mi ha chiamato pochi mesi prima che scoppiasse la guerra. Disgraziatamente, ogni sera, guardando i telegiornali vengo però a sapere di nuovi massacri. Tutto questo deve cessare. Gli Stati Uniti debbono impegnarsi per far cessare le ostilità. La rivalità tra serbi e croati comunque è sempre esistita. Anche nel calcio. Bisogna ammetterlo: siamo due paesi nemici. Un mondo di odio ci separa. E forse sarà sempre così”.

Bokšić arriva in Francia nel 1991, in prestito al Cannes e dopo un anno infelice e un solo gol segnato passa all’Olympique Marsiglia del controverso presidente Bernard Tapie, le sue parole da giovane sono porte chiuse per lutto, hanno addosso ancora la polvere da sparo di quei giorni e la consapevolezza atroce della divisione etnica; lui è un centravanti forte fisicamente, potente, tecnico, dai piedi raffinatissimi, quando parte in velocità entusiasma e spaventa, sembra impossibile da fermare però davanti alla porta capita che si inceppi spesso, rovinando o distruggendo con gesto dadaista quel calcio meraviglioso tirando alto, storto, moscio. Alen gioca e diventa grande, intanto la guerra si sente anche da lontano, non c’è tregua, l’ex poliziotto serbo – croato Milan Martić, con l’aiuto di  Slobodan Milošević, fonda in Croazia la Repubblica Serba di Krajina, ordina di distruggere città, villaggi e deporta cittadini non serbi, fa massacrare i croati, spinge per la pulizia etnica in nome della Grande Serbia.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Ero stesa nella polvere sul ciglio della strada.
Non vidi il suo volto.
Né lui vide il mio.

Poesia d’amore di Vesna Parun ma pare raccontare la guerra, quella di Tancredi e Rinaldo che combattono come si amassero ignorando però chi sia l’altro, chiusi dentro armature da pupi siculi.

E l’uomo il suo fardello prese, e partì
in lacrime verso la sua casa.
E la sua casa è la polvere della strada
com’è anche casa mia.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Nel 1995 la guerra finisce, le strade sono come le case e le case come le strade, stessa rovina stessa polvere stesso lutto, sparisce per sempre la Jugoslavia dalla cartine geografiche, da due anni Alen gioca nella Lazio (l’Olympique è retrocesso per corruzione) e fa sfracelli pur segnando poco. A Marsiglia ha vinto e fatto tanti gol, la squadra francese è stata campione d’Europa, lui candidato a Pallone d’oro, è ormai uno dei fenomeni del calcio mondiale e a Roma, dopo un primo anno difficile con Zoff, diventa grazie a Zeman non tanto bomber ma calciatore – mondo, uno che sta ovunque e travolge ogni cosa con la sua carica forsennata.

Segna anche di testa ma il croato soprattutto esplode sul campo, ha una forza magnifica che sradica tutto quello che incontra prima di andare a sbattere contro la porta; non è un vero goleador, quello che sbaglia è più di quello che segna.  Eppure è uno che resta negli occhi, il pallone lo segue come un cagnolino, la sua irruenza è un movimento che dichiara amore per il calcio, sembra una radice che esce dalla terra già albero; con Zeman c’è incomprensione, litigano, viene venduto alla Juve, resta un solo anno, si fa male spesso, però vince scudetto, coppa intercontinentale e supercoppa europea. La Croazia è diventata indipendente, arriva terza al Mondiale 1998 ma senza Alen infortunato, quell’anno sopravvive male la Repubblica Federale di Jugoslavia, ossia Serbia e Montenegro (con Kosovo e Voivodina regioni autonome).

Da un anno Bokšić  è alla Lazio, il menisco lo fa soffrire, sbaglia sempre tanto ma resta incredibile; in tre anni vince scudetto, due coppa Italia, una supercoppa europea, una supercoppa italiana e la Coppa delle Coppe. Poi, un giorno. “Mister la maglietta è stretta, i pantaloncini non mi stanno, mi sento un pupazzo. Guardi, non gioco”. Il mister è Eriksson, sono spogliatoi sembrano tavole di palcoscenico; il croato per poco non strappa i pantaloncini. “Va bene Alen, vai a casa”, il teatro dell’assurdo prosegue. Il giovanotto slavo si allontana. Inizia la pantomima. Massimo Cragnotti, figlio del presidente, lo ferma, lo convince, non vai da nessuna parte. “Scusi mister, ma così proprio non riesco a giocare”, ribadisce Bokšić. L’allenatore e il calciatore, come Vladimiro ed Estragone. L’ attaccante va in panchina, sostituito da Ravanelli. Non c’è altro. Emigra in Inghilterra, al Middlesbrough; gol, infortuni, polemiche, a gennaio 2003 la fine. È tempo di fermarsi sull’isola di Mariaska, in Dalmazia, comprata tanti anni fa, il mare, finalmente, come l’infanzia.

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