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Alessandro Diamanti, storia di un conflitto

By 20 Agosto 2019

Il suo talento raffinato e il suo carattere burrascoso sono spesso entrati in collisione, così il trequartista di Prato si è dovuto accontentare di essere uno dei più grandi fra gli incompiuti

Per Curzio Malaparte chi nasce e cresce a Prato è rabbioso e rissoso, nemico d’ogni autorità, spregia non solo il potere ma ogni arroganza umana che, come la gloria, presto si riduce in cencio polveroso: “tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo”; per questo disincanto è sempre pronto a “sputare in bocca ai potenti” e a non prendersi sul serio nemmeno come italiano tanto da avere la maggiore comunità cinese della penisola senza che qualcuno strepiti.

I Pratesi si scaldano, si rinzelano, si stizziscono, s’incolleriscono, divengono attaccabrighe per motivi legati alla mala umanità, alla mediocrità del vivere comune. “Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo. E dico questo non perché son pratese, e voglia lisciar la bazza ai miei pratesi, ma perché penso che il solo difetto dei toscani sia quello di non esser tutti pratesi”. Lo dice Malaparte ma perché non anche Alessandro Diamanti?

Anche lui di Prato, anche lui polemico, anche lui con la benzina al posto del sangue – solo che sulla maglietta non c’è scritto infiammabile ma 23. Numero che ha portato per buona parte della sua carriera. Città biliosa, forse, città ringhiosa come già nei tempi andati confermò Dante: “Ma se presso al mattin del ver si sogna, /tu sentirai di qua da picciol tempo /di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna” (Inferno XXVI, 7-9), ossia che anche una piccola città come Prato desidera il castigo della superbiosa Firenze.

(Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images).

Ora Diamanti è volato in Australia, nelle fila del Western United, squadra appena promossa nella massima serie; il toscano ha trentasei anni e ancora voglia di calciare la palla con i suoi piedi sontuosi e non ha timore di affermare nelle interviste che in serie A di sinistri come il suo, tranne Dybala, non ce ne sono. Lui, che emana sentenze sulla fedeltà calcistica di Totti e dichiara di essere superiore a molti calciatori, a un certo punto se ne va in Inghilterra, al West Ham, in breve diventa l’idolo ma decide di tornare in Italia, al Brescia, per assecondare Lippi, ct della nazionale, che considerava il campionato inglese un torneo di ubriaconi dove i calciatori passano più tempo nei pub che sul campo.

Diamanti somiglia a quei tiri che faceva da centrocampo per scavalcare il portiere, tutti quasi gol – gesto magnifico ma incompiuto. Il suo talento raffinatissimo e il suo carattere burrascoso sono entrati in conflitto o, chissà, in armonia per quella strana legge per cui la tempesta e il cielo sono in unione e non in contrapposizione; questa è la completezza di Diamanti sul campo, che sia in Cina in Inghilterra in Australia o in Italia poco importa: vive di illuminazioni, di lampi abbaglianti, non è mai stato continuo così come spesso capita ai calciatori estrosi; nel corso della carriera ha dato lucore al grigiore autunnale delle province: Albino e Leffe, Perugia, Livorno, Brescia.

(Photo by Paul Gilham/Getty Images)

A Palermo è stato opaco, a Bologna molto meglio; le intermittenze di Diamanti sul campo costringono il tifoso attento, perché dal suo piede arriva, improvvisa, una luce. C’è la frase di un altro toscano, il grande Federigo Tozzi, che racconta Diamanti: “Ho pensato esista un mondo che Dio non ha finito di creare”. Alessandro Diamanti è racchiuso in un rigo appena, la grandezza e l’incompletezza perché lui è di quei calciatori che quando lo vedi pensi: poteva essere un campione, se solo avesse voluto; ma c’è chi preferisce andare via presto, chi invece appare e poi scompare, infine chi vuole rimanere. Dio non lo ha finito di creare, come è accaduto al mondo, la pienezza provoca angoscia come la sazietà genera stanchezza, Diamanti ha preferito stare dalla parte della terra friabile, quella che non lascia mai vera requie e sonno.

L’Australia non aggiungerà nulla alla sua storia di calciatore nomade andato via nel silenzio estivo, quello che doveva essere già è stato, certe volte però allontanarsi serve a non sentire più i rumori dei giorni italiani e l’inutile fatica delle chiacchiere. Quello che poi sarà è avvolto in un Boh nebuloso, come per ognuno di noi. Quando giocava nel Bologna (stagione 2012 – 2013) ha subito il maggior numero di falli: 147, nessuno come lui in nessuno dei campionati più importanti d’Europa; ma il toscano pur venendo da terra di santi non è rimasto a terra nella sacra unione col creato. Quella stessa stagione è stato anche il calciatore italiano più falloso: 81.

Alessandro Diamanti

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

Dimostrazione di rabbia e di lotta, Diamanti non è mai stato il piede mancino che le partite se le guarda, al contrario se c’è da menare mena; educato alla sopravvivenza giocando in squadre piccole o medie, senza alcuna pretesa di regalità, altro non poteva fare per non morire. Spesso è stato espulso, da giovane è andato anche fuori rosa per motivi disciplinari, ha avuto lo pneumotorace, la pubalgia e i piccoli mali dell’esistenza che non risparmiano né la polvere né la luce. Oggi dichiara che ci sono più atleti che calciatori, troppi corrono senza sapere giocare, colpa forse della Champions e dell’Europa League che ha costretto le panchine a raddoppiare, includendo così anche calciatori mediocri spacciati per eroi strapagati dopo tre partite decenti.

Nel 2008 il primo gol di Diamanti, su punizione, contro il Napoli, mettendo la palla alla sinistra di Gianello. Inutile avere rimpianti, i rimpianti non hanno rughe (“Ma se potessi tornare indietro l’unica cosa che non rifarei è lasciare il West Ham. Per il resto non ho rimpianti anche se prender certe scelte è stato veramente difficile”), queste sono per chi la vita ha vissuto ciò che gli è accaduto. Chissà se da qualche parte esiste un mondo dove la storia non è quella che ci appartiene ma quella che sarebbe potuto essere se solo …

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