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Dove la luce dei riflettori non arriva

By 18 Luglio 2019

La finale di Coppa d’Africa fra Senegal e Algeria sembra un affare privato fra Sadio Mané e Riyad Mahrez. Ma le storie che meritano di essere raccontate sono quelle di Idrissa Gana Gueye e di Youcef Belaïli, due calciatori con vissuti molto diversi che sono riusciti a diventare fondamentali

Domani sera, alle 21, Senegal e Algeria si contenderanno la Coppa d’Africa 2019 in un confronto inedito e ricco di storie. E non poteva essere altrimenti visto che, in senso più ampio, la conquista della finale da parte di una squadra è sempre un intreccio di vicende individuali la cui trama è coincisa nello stesso punto del corso degli eventi. Quando una squadra ottiene un risultato, positivo o negativo che sia, è perché la storia di ogni singolo calciatore ha deviato precisamente verso la stessa strada. Soprattutto in una competizione per nazionali, dove gli uomini scelti per condividere un capitolo della propria vita sono addirittura 23.

Spesso a emergere più delle altre sono le storie dei calciatori che, per le loro gesta straordinarie e a prescindere dal loro rendimento nel torneo, sono scolpiti nell’immaginario della maggior parte degli appassionati. Nel caso della Coppa d’Africa 2019, a brillare sono senz’altro le storie delle stelle Sadio Mané e Riyad Mahrez. Non che abbiano vissuti che non valga la pena raccontare o che abbiano disputato un torneo sotto tono, anzi. Però alla vigilia di questa finale, inusuale, vogliamo mettervi sulla strada di due calciatori meno noti e forse meno appariscenti dei più illustri compagni.

SENEGAL, IL GUERRIERO DI DIAMBARS
Il successo di Aliou Cissé alla guida del Senegal, oltre che nelle sue abilità tattiche, risiede nella capacità di aver ricreato all’interno dello spogliatoio lo spirito della Teranga. Così come fece il suo caro mentore Bruno Metsu con la generazione d’oro dei primi anni 2000. Il termine “teranga” in lingua wolof vuole esprimere accoglienza, armonia, accettazione delle diversità. Ed è questo il percorso da seguire per raggiungere un obiettivo di gruppo. Ma forse non basta, perché il Senegal, insieme al Mali, è l’unico paese africano dalla grande tradizione calcistica a non aver mai vinto una Coppa d’Africa. I giornalisti e i tifosi in tribuna sono impazienti, spesso piangono durante le partite, per loro questa finale significa tanto, tutto. Forse anche troppo. Allora è qui che, al fianco dello spirito della teranga, subentra quello del diambars. Del guerriero.

Idrissa Gana Gueye con la maglia dell’Everton (Getty Images).

Il Diambars FC è un’accademia e club calcistico fondato a Saly nel 2003 dall’ex capitano del Benin Jean-Marc Adjovi-Boco, dai francesi Patrick Vieira e Bertrand Lama e dal senegalese Saeck Sarr, attuale presidente. In questi mesi l’Olympique Marsiglia sta perfezionando un accordo di partnership con il Diambars, sulla falsariga di quello in vigore tra il Metz e Génération Foot, l’accademia da cui sono usciti Sadio Mané e Ismaïla Sarr.

Nel 2007, però, il Diambars aveva legami solidi con un’altra realtà del calcio francese: il Lilla. È lì che approda Idrissa Gana Gueye, centrocampista oggi in forza all’Everton e molto corteggiato dal Paris Saint-Germain. In un’intervista a Jeune Afrique, Adjovi-Boco ricordava di come Gueye avesse fatto molti provini prima di entrare a far parte della sua accademia a 13 anni. Di lui diceva: “Era bravo, però c’erano molti giocatori superiori che volevamo prendere. Poi ci siamo accorti che era una spugna, che apprende in fretta, e l’abbiamo preso”. Apprendeva così in fretta che è presto diventato il capitano della squadra giovanile in cui militava e a 18 anni è stato acquistato appunto dal Lilla. Nel club del nord della Francia Gana Gueye cresce ancora più in fretta sotto l’ala protettiva di Rudi Garcia. Vince un campionato e una coppa di Francia – finora i suoi unici titoli in carriera – da riserva: 18 presenze e 1 gol in stagione in una rosa che contava su Gervinho ed Eden Hazard e i connazionali senegalesi Moussa Sow e Pape Souare, altro prodotto del Diambars.

Successivamente Gueye diventa un punto fermo del Lilla ed esordisce in nazionale. Ciò che stupisce sono la sua impressionante generosità, che lo porta a coprire ampie porzioni di campo, e la sua duttilità: è estremamente intelligente e sa adattarsi a vari ruoli in mezzo al campo. Questo è il motivo per cui oggi lo vediamo recitare il ruolo di centrocampista difensivo nell’Everton e quello di completo box-to-box in nazionale, dove davanti alla difesa giostra Pape Alioune Ndiaye, anche lui uscito dall’accademia Diambars (così come il difensore Saliou Ciss). Semplificando, potremmo dire che i prodotti del vivaio Diambars fanno da diga affinché il talento di Mané e Sarr, elementi di Génération Foot, fluisca verso la porta avversaria. In realtà, come dimostra il gol contro il Benin nei quarti di finale, Gueye è capace anche di arrivare a rete e segnare.

Idrissa Gana Gueye abbraccia Aliou Cissé dopo la vittoria sul Benin nei quarti di finale (Getty Images).

Aliou Cissé lo reputa un elemento fondamentale nel suo scacchiere. Un guerriero silenzioso, in grado anche di unire i compagni nello spogliatoio a passi di danza – è spesso Gueye che sceglie la musica, senegalese, nel bus o prima di andare all’allenamento. Fin qui l’unico passo falso del Senegal è stato proprio la sconfitta contro l’Algeria nella fase a gironi. Indovinate chi era assente per infortunio? Sì, avete indovinato.

Nel 2006, miglior risultato del Senegal prima della finale di quest’anno, Gueye guardava la semifinale contro l’Egitto insieme ai suoi compagni dal centro di formazione del Diambars. Era triste dopo l’eliminazione, e si era ripromesso che un giorno avrebbe dato il suo contributo alla causa. Per Idrissa Gana Gueye da Diambars, quel giorno è arrivato.

ALGERIA, DALLA PENA ALLA REDENZIONE
Il Paese Algeria sta attraversando un periodo sociopolitico delicato. L’ottuagenario presidente Abdelaziz Bouteflika si è dimesso il 2 aprile dopo settimane di protesta in piazza, ogni venerdì. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la candidatura di Bouteflika per le prossime elezioni. Il quinto mandato, di un uomo malato e che da anni non parlava in pubblico, era inaccettabile.

Ora le proteste proseguono, mentre la nazionale algerina di calcio regala emozioni forti in Coppa d’Africa. La terza finale, la prima dopo l’unico trionfo del 1990 in casa, è realtà. Qualcuno ha affermato che “se l’Algeria è sulla buona strada, automaticamente anche la nazionale andrà bene”. Gli algerini sono certamente legati a tutti i componenti della rosa di Belmadi, che stanno dimostrando un attaccamento alla propria nazione che raramente si vede al giorno d’oggi. Ma è forse più naturale rivedersi in chi in Algeria è nato, cresciuto e ha giocato. In chi è caduto pesantemente – come l’Algeria durante il ventennio di Bouteflika – e ora vuole rialzarsi una volta per tutte.

Senegal Algeria

Youcef Belaili esulta dopo il gol al Senegal nella fase a gironi (LaPresse).

Youcef Belaïli è una pepita calcistica venuta al mondo nel marzo del 1992 a Oran (Wahran in arabo), la seconda città più importante d’Algeria. Porto mediterraneo dell’est del Paese più esteso d’Africa e capitale del Raï, il genere musicale popolare in Algeria, Oran è finita di nuovo al centro dell’attenzione per la presenza in nazionale di Bounedjah e Belaïli. Tra le varie sfumature di significato, il termine “raï” può assumere anche quella di “punto di vista”. E il punto di vista di tutti coloro che vedevano giocare Belaïli era lo stesso: è un fenomeno che danza col pallone. A volte questa danza può apparire goffa, perché istintiva, passionale. Altre volte più elegante, perché studiata, frutto di riflessione. Come quando accarezza improvvisamente la sfera con la suola dopo essersi fermato a pensare. E a osservare i compagni per scegliere la prossima mossa.

Belaïli sembrava destinato a una carriera sfavillante. Cresciuto nel RCG Oran insieme a Bounedjah – da qui la grande intesa in campo, si veda il gol contro la Guinea -, Belaïli esplode nel club principale della città, il MC Oran. Realizza 16 reti in due stagioni e a 20 anni raggiunge la più ricca Tunisia per accasarsi all’Espérance di Tunisi. Dopo due anni positivi, ma vissuti all’ombra del talento del quasi omonimo Youssef Msakni, Belaïli decide di far ritorno in Algeria. L’Europa, che era stata vicina qualche anno prima per l’interesse del Caen, può aspettare. Sliding door.

Sul piano calcistico va tutto a gonfie vele. L’USM Alger, la nuova squadra di Belaïli, vince il campionato e si qualifica per la Champions League africana. La stagione successiva, il 5 agosto 2015, Belaïli esce di sera con gli amici e si siede in un bar a fumare della shisha. Due giorni più tardi, dopo la sfida di Champions contro i connazionali del MCE Eulma, Belaïli viene trovato positivo al test antidoping. Due anni di squalifica. Il 19 settembre successivo altro controllo in campionato. Positivo: la sostanza proibita è la cocaina. Una piaga diffusa tra i calciatori in Algeria – l’ultimo è stato beccato circa un mese fa. La sanzione sale a quattro anni.

 

Senegal Algeria

Il portiere del Kenia Patrick Matasi in uscita su Youcef Belaili (LaPresse).

La carriera di Youcef Belaïli sembra finita lì: sarebbe tornato a giocare a 27 anni. Ma il calciatore fa ricorso al TAS, giurando di aver smesso immediatamente di fumare shisha quando un amico lo aveva avvertito che qualcuno l’aveva mischiata con la cocaina. La sanzione viene ridotta a due anni e a fine 2017 Belaïli trova un nuovo contratto. In Francia all’Angers del presidente di origini algerine Saïd Chabane. Belaïli è un po’ in sovrappeso e fatica a mettersi in mostra. Disputa una manciata di partite con la squadra riserve in quinta divisione e appena 45 minuti in Coppa di Lega con la prima squadra. Frustrato e impaziente, l’algerino decide di partire e tornare all’Espérance, dopo alcuni ammiccamenti al MC Oran.

Ed è a Tunisi che Youcef ricomincia a danzare, a volte goffamente, altre volte in maniera più raffinata. Ma sempre efficace e godibile agli occhi dei suoi tifosi. Insieme a Badri e Khenissi forma un attacco capace di vincere due campionati e due Champions League a cavallo tra il 2018 e il 2019, l’anno del centenario del club. Il Principe di Wahran, com’è soprannominato in patria, riconquista così la nazionale. Il CT Belmadi, che aveva affrontato nell’ultima apparizione con l’Algeria nell’amichevole persa contro il Qatar nel 2015, decide di dargli fiducia. A marzo lo schiera titolare nel 4-1 al Togo che sigilla la qualificazione alla Coppa d’Africa e da quel momento non lo toglie più.

Belmadi e Belaïli parlano la stessa lingua: il dialetto algerino dell’est, zona di cui anche la famiglia Belmadi è originaria. Si capiscono, si stimano. Belaïli sente che il buio è alle spalle e corre verso l’apice della propria carriera. Una luce che avrebbe potuto non vedere mai. L’esterno offensivo algerino non ha etichette di ruolo. Si prende tutte le responsabilità possibili. Scende basso a ricevere, imposta o conduce, fa la cosiddetta “pausa”, duetta con i compagni nello stretto, recupera, rifinisce. E segna. È infatti suo il gol decisivo nella gara contro il Senegal nella fase a gironi. La partita che ha comunicato al continente intero le ambizioni dell’Algeria. Le ambizioni di un ragazzo che ha commesso un grave errore e pian piano si sta riprendendo tutto ciò che aveva perso. “Perché tutti abbiamo diritto a una seconda chance”, aveva risposto Chabane, presidente dell’Angers, dopo l’acquisto dell’algerino. Tutti. Come l’Algeria dopo Bouteflika. Come Belaïli dopo la squalifica.

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