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Alireza Beiranvand, il pastore che ha parato un rigore a Ronaldo

By 17 Dicembre 2019

Da piccolo Alireza Beiranvand era costretto a portare le pecore a pascolare in montagna e trascorreva lunghi periodi da solo. Suo padre non voleva che giocasse a pallone e gli ha tagliato più volte i guanti, costringendolo a parare a mani nude. Ora quel ragazzo è il portiere dell’Iran

Fa freddo sulle montagne del Lorestan, in Iran,  il gelo scende rapido e non va via, la solitudine lassù è naturale come le pietre, i pastori con i loro greggi ci passano le stagioni, anche Alireza porta le pecore in cerca di cibo, è il più grande dei suoi fratelli, la notte gli fa compagnia e il giorno lo costringe alla fatica

Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto.

Piccolo pastore che erra per l’Asia, come canta Leopardi, tra il dolore del mondo e l’asprezza della vita, con addosso l’odore forte degli animali, inebetito dalla noia gioca a lanciare le pietre il più lontano possibile fino a non vederle più (In Iran questo gioco è chiamato Dal Paran).

(Photo by Clive Mason/Getty Images)

Alireza ha lo stesso nome del figlio di Mohammad Reza Pahlavi, scià di Persia morto in esilio dopo la rivolta degli studenti che lo accusavano di aver venduto l’Iran alle compagnie petrolifere statunitensi; soprattutto venne condannato dalla folla per aver brindato bevendo champagne il Capodanno 1978 con il presidente Jimmy Carter. Alireza Pahlavi si è ucciso nel 2011, dieci anni prima sua sorella Leila lo aveva fatto a Parigi, nessuno di loro in Iran, spariti come spariscono gli stranieri. Solo che queste cose le montagne non le hanno mai sapute, non hanno molto interesse per le cose degli uomini che invece di rimanere immobili come fanno loro si agitano e muoiono.

Ad Alireza Beiranvand piace giocare a pallone ma il papà non vuole, lui deve badare alle pecore, per Morteza (il nome del padre) il calcio non è un lavoro ma solo perdita di tempo; quanti padri sono stati così, tanti, da quello di Pino Daniele a quello di Franz Kafka, solo che per il piccolo Alireza era difficile: attorno a lui solo montagne e sassi e pecore e solitudine; non ci sono tentazioni lassù, anzi da quelle parti i mistici vanno per isolarsi e pregare Dio. Suo padre, in quei giorni, era Angra Mainyu, lo Spirito Distruttore dello zoroastrismo iranico contro la volontà di bene.

 (Photo by Clive Mason/Getty Images)

«A mio padre non piaceva affatto il calcio e mi ha chiesto di lavorare. Mi ha anche strappato i vestiti e i guanti e ho dovuto giocare a mani nude diverse volte»

Bisognava sfuggire al male. Così uno zio, forse un cugino, gli presta qualche soldo e Alireza, appena ragazzo, scappa via dalle montagne proprio come quei personaggi inquieti dei film di Kiarostami. Arriva a Teheran, la grande città, non ha un centesimo, è povero, smarrito ma lui vuole diventare calciatore; solo che ha fame e ha sete.

Le mani sono crude di povertà. Dorme nei pressi di Torre Azadi – costruita nel 1971 e considerata da alcuni come uno dei tanti sprechi dello scià Pahlavi – tra mendicanti e colpi di tosse e insonnie e paure. Hossein Feiz, allenatore che aveva conosciuto su un autobus, lo aiuta, Alireza comincia ad allenarsi e resta ospite di un compagno di squadra per qualche settimana; per mantenersi fa il sarto e nella sartoria dorme.

Lasciami ridestare dal sonno,
Che tutti i vicoli della città
Sappiano della mia presenza.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Lo scrive Ahmad Shamlu, grande poeta persiano morto nel 2000, lo ripete Alireza aggirandosi per le strade chiassose di Teheran. Va a lavorare negli autolavaggi, diventa bravo, ormai è alto più di un metro e novanta, si specializza nel lavaggio dei Suv perché pulisce bene il tettuccio della macchina. E gioca in porta, dopo aver sostituito il portiere titolare.

Ha paura ancora di essere il mendicante a cui fare l’elemosina come nei primi tempi del suo arrivo nella capitale, quando le persone gli lasciavano ryal accanto mentre dormiva tra stracci e cartoni. Fa il lavavetri, il garzone di pizzeria, lo spazzino e il portiere di calcio. Solo che si fa male, la sua squadra non lo vuole più. Ma c’è la poesia di Ahmad Shamlu dentro di lui che lo regge.

La montagna nasce dalle prime pietre
E l’uomo dai primi dolori.

 (Photo by Jan Kruger/Getty Images)

Lo assume la squadra della società petrolifera (National Iranian Oil Company) del governo iraniano, ha un nome che sembra uscito da un fumetto di Alan Ford: Naft Teheran Football Club. Alireza è bravo a parare, ha un rilancio fatto con le mani che attraversa quasi tutto il campo, quel pallone torna a essere il sasso che lanciava da ragazzo sui monti e lui il pastore solo.

Ha fisico e coraggio tra i pali Beiranvand, buon senso della posizione e agilità; finalmente nel 2015 diventa portiere della nazionale dell’Iran. La polvere delle strade del Lorestan gli sono rimaste tra le dita, il puzzo degli autobus pure, nemmeno è finito il belato delle pecore che hanno fame o il freddo delle coperte stese a terra; la vita passata non si dimentica al massimo la si seppellisce dentro le colpe o la strafottenza.

Beiranvand ai Mondiali di Russia del 2018 para un rigore a Cristiano Ronaldo, entrambi vengono da due povertà diverse, solo che uno è diventato re e l’altro suddito. Nessuno si aspetta che l’iraniano afferri il pallone calciato dal piedino sponsorizzato del portoghese, il cui corpo ridotto a un tabellone pubblicitario si schiera contro il corpo spigoloso e duro come la pietra di Beiranvand. Quando si è accartocciato sul pallone Alireza lo ha abbracciato con amore, ci è rimasto con la testa sopra alcuni secondi chiudendo gli occhi a lungo; aveva la tenerezza dell’innamorato, al posto del pallone si poteva immaginare il viso di una donna; il fatto è che parare un rigore a una delle star mondiali ti fa entrare nel sogno da cui non vorresti più uscire e allora continui a tenere gli occhi chiusi mentre (lo scrive il poeta Nader Naderpour)

Sul vetro incrinato
il ragno aveva tessuto una tela.

Quella che partendo dal soffitto dell’infanzia arriva fin sul pavimento, dove si comincia a camminare per andare incontro a ciò che stava in principio, proprio sul soffitto.

la traduzione di Nader Naderpour è di C. Riccarand.

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