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Andoni Goikoetxea – Il macellaio di Bilbao

By 14 Marzo 2020 Marzo 16th, 2020

Storia dell’uomo che ha rotto una gamba a Maradona

Si dice che a Las Arenas, a Gexto, a qualche chilometro da Bilbao, ci sia una casa con una teca di cristallo. Dentro ci sarebbe un paio di scarpe dell’Adidas indossato soltanto due volte. Centottanta minuti in tutto, centottanta minuti che sono stati sufficienti a farlo entrare nella storia. Per sempre. Andoni Goikoetxea si ricorda alla perfezione la prima volta che si è allacciato stretti quegli scarpini. Era il 24 settembre 1983, un sabato.

Allora il suo Athletic Bilbao era andato a far visita al Barcellona con lo sguardo fiero di chi custodisce in bacheca il titolo di campione di Spagna. Andoni si era cambiato nervosamente. Aveva infilato la maglietta bianca a strisce rosse, i pantaloncini neri, i calzettoni bordati di bianco. Ancora non sapeva che quella sera sarebbe diventato famoso in ogni angolo del pianeta. Ma sapeva benissimo che non era più il benvenuto al Camp Nou. Non lo era più da due anni, da quando aveva rotto un ginocchio a Bernd Schuster costringendolo a passare una stagione intera senza la cosa più importante: il pallone.

Allora il calcio spagnolo era così. Qualche goccia di classe in mezzo a un mare di legnate. Era l’effetto della nuova democrazia, anche nel  fútbol. Calcio e politica che si mescolano insieme. Pulsioni autonomiste che prima si alleano contro quell’incarnazione dello stato centrale che è il Real Madrid e poi se le danno di santa ragione per affermare la propria supremazia.

Anche per questo, mentre usciva dagli spogliatoi, Andoni Goikoetxea era perfettamente consapevole che non si sarebbe trattato di una semplice partita. Poi, nel momento di salire le scalette che portavano al campo, tutto gli era sembrato più chiaro. Aveva provato a scacciare i fantasmi che infestavano la sua testa, a chiudere gli occhi per qualche secondo, a non ascoltare l’urlo di quelle novantamila anime coperte di blaugrana. Novantamila anime che, stavolta, avrebbero contrastato con i fischi ogni suo intervento. Come se non fosse solo una semplice partita di pallone, come se si trattasse qualcosa di personale.

Per qualche secondo Andoni aveva provato a ripassare quella serie di movimenti che l’aveva reso uno degli stopper più difficili da superare di tutta la Liga. Anche perché, da quando aveva iniziato a giocare a pallone, aveva fatto più o meno sempre le stesse cose. Uno stacco imperioso di testa, un anticipo che lascia di sasso l’attaccante, una randellata sulle caviglie per far capire all’avversario che quell’area di rigore era la sua area di rigore. Un luogo sacro dal quale bisognava tenersi a debita distanza, un tempio che non poteva essere insozzato. Per nessun motivo.

Un copione che Andoni ormai conosceva a memoria e che aveva provato a recitare anche quella sera. Aveva staccato di testa, aveva anticipato, aveva randellato. Ma non era servito a niente. Più lui si impegnava, più lui raddoppiava, più lui contrastava, più gli avversari tagliavano la difesa basca con una facilità quasi offensiva.

Una semplicità che aveva permesso ai padroni di casa di blindare in cassaforte il risultato già all’inizio del secondo tempo. Una semplicità che aveva preso presto le sembianze di uno smacco troppo grande per passare impunito. Goikoetxea era nervoso, sentiva la rabbia gonfiarsi dentro il suo stomaco e lievitare fino a comprimergli le mascelle. Aveva provato a non dar retta al canto di gioia del Camp Nou, aveva tentato di concentrarsi solo sul campo, a non ascoltare quei cori che lo punzecchiavano dalle tribune. E aveva staccato di testa con più forza, aveva anticipato con più velocità, aveva randellato con più energia. Ma non era servito a niente.

Poi Schuster era entrato in tackle duro su di lui mentre l’arbitro aveva fatto segno di giocare. Era stato in quel preciso momento che Andoni aveva perso la testa. Il cronometro segnava il minuto 58. Un minuto che nessuno avrebbe più dimenticato. Un folletto con i riccioli neri aveva preso palla a centrocampo. Ai piedi aveva un paio di Puma nere e sulla schiena aveva ricamato un numero 10 bianco. Quel folletto aveva 22 anni e si chiamava Diego Armando Maradona. Uno che non si riusciva a fermare con le cattive, figuriamoci con le buone.

L’argentino aveva ricevuto il pallone ed era scattato verso sinistra. Un movimento rapido, elegante, perfetto. Un movimento che non lasciava presagire niente di buono per i tifosi dell’Athletic. Alle sue spalle Andoni Goikoetxea si era buttato in scivolata con tutta la forza che aveva in corpo. Aveva tenuto gli occhi bene aperti Andoni, per non mancare il suo obiettivo. I tacchetti dei suoi scarpini contro la caviglia dell’argentino, le ossa che si rompevano come un bicchiere di vetro, il dolore che annebbia la vista.

Maradona era caduto a terra ed era scivolato per un paio di metri sull’erba di Barcellona. Ci aveva messo qualche secondo per realizzare l’accaduto. Poi, mentre la sofferenza stirava i suoi muscoli facciali, si era portato una mano poco sopra lo scarpino. Tutto intorno a lui il Camp Nou aveva chiuso gli occhi e aveva trattenuto il respiro. È stato al minuto numero 58 di quel sabato sera che Andoni Goikoetxea ha smesso di essere il Gigante di Alonsotegui ed è diventato il Macellaio di Bilbao. Un’etichetta che gli si è appiccicata addosso cancellando il resto con un colpo di gomma.

In pochi si erano accorti di quello che era successo davvero. Qualcuno si era avvicinato a Maradona e gli aveva fatto segno di piantarla con quella pantomima, Diego, con le lacrime agli occhi, si era limitato a rispondere: «Mi sono rotto tutto». Poi più niente. Solo il dolore, solo la corsa in ospedale, la solitudine di chi è costretto a vivere ai margini di un mondo in cui sei obbligato a dimostrare sempre qualcosa. Giorno dopo giorno. Per tutta la tua carriera.

A pochi metri di distanza, Goikoetxea si era alzato in piedi e aveva aspettato. L’arbitro lo aveva guardato, gli aveva sventolato il cartellino giallo a qualche centimetro dal naso e aveva fatto segno di continuare la partita. Una partita che ormai non aveva quasi più senso. Una partita che il Barcellona ha vinto per 4-0.

Andoni, però, aveva capito che lo aspettava qualcosa di molto più serio. Era consapevole che non l’avrebbe fatta franca. Non questa volta. Non dopo quell’intervento pieno di rabbia e frustrazione. «Io sono un duro, non sono cattivo» aveva ripetuto in quei giorni. E lo faceva più per darsi coraggio che per convincere gli altri. Tant’è che durante l’udienza davanti Comité de Competicion il “duro” era scoppiato in lacrime. I giudici avevano annuito, avevano appuntato qualcosa, lo avevano rispedito a casa in attesa del loro verdetto. Da quel momento Andoni aveva vissuto con il fiato sospeso.

Ma mentre i giudici si arrovellavano per decidere la pena, il Bilbao ha ancora bisogno di lui. La seconda volta che Andoni Goikoetxea si era allacciato stretti quegli scarpini era il 28 settembre. Al San Mames, uno stadio che in tutta la Spagna viene chiamato con reverenza “La Cattedrale”, era arrivato il Lech Poznan. Era una partita che significava tanto. Era una partita che significava l’esordio in Coppa Campioni dell’Athletic. Andoni aveva lottato, aveva staccato di testa, aveva anticipato, aveva randellato. E aveva addirittura segnato. Una zuccata per il momentaneo 1-0. Un gol a cui avevano fatto seguito altre tre gemme biancorosse.

(photo by Mark Leech/Offside/Getty Images).

A fine partita Andoni Goikoetxea era stato chiamato in disparte. Il Comité si era pronunciato. Finalmente. Goikoetxea aveva ascoltato e aveva annuito. Aveva ascoltato e aveva rimpianto quell’attesa. La commissione gli aveva appena inflitto diciotto giornate di stop, poi ridotte a 6. Praticamente un ergastolo per l’uomo che difendeva la sua area come un tempio sacro ma si era permesso di rompere la caviglia di Dios.

Durante quel periodo aveva corso, aveva sudato, si era allenato con i suoi compagni come se niente fosse. Poi, quando arrivava il giorno della partita, loro andavano in campo e vincevano mentre lui rimaneva nell’ombra. Come se la sua assenza non fosse poi così importante. Domenica dopo domenica.

Ma Andoni Goikoetxea non aveva nessuna voglia di mollare. Al contrario, doveva dimostrare al mondo intero di non essere finito, di essere ancora il Gigante di Alonsotegui e non solo il Macellaio di Bilbao. E a un tratto il destino gli aveva offerta una seconda opportunità. Il Bilbao aveva piegato il Real Madrid ed era volato in finale della Coppa del Re. Ad aspettarlo c’era il Barcellona. Il Barcellona di Maradona. Il Barcellona di Schuster.

Andoni aveva dovuto aspettare fino al 5 maggio del 1984. Sul campo neutro del Santiago Bernabeu, il suo Athletic aveva fatto visita ai blaugrana con lo sguardo fiero di chi custodisce in bacheca il titolo di campione di Spagna. Per la seconda volta consecutiva. Andoni si era cambiato tranquillamente. Si era allacciato un paio di scarpette nuove, si era infilato la maglietta bianca a strisce rosse, i pantaloncini neri. Mentre calpestava le mattonelle del pavimento degli spogliatoi, Andoni Goikoetxea era perfettamente consapevole che non si sarebbe trattato di una semplice partita.

(Photo by Quim Llenas/Cover/Getty Images)

In quel periodo erano circolate tante voci. Secondo qualcuno il numero dieci argentino aveva perso il 30% della mobilità della gamba, secondo altri l’asso che incantava la Catalogna era a un passo dal ritiro. In tutti i bar, in tutti i posti di lavoro, in tutte le discussioni fra amici era sempre la stessa storia. Un coro di voci velenose piangeva le condizioni del campione e vituperava il suo “boia”.

Andoni le aveva ascoltate così spesso quelle voci che ormai aveva sviluppato gli anticorpi. Le cattiverie lo investivano senza più travolgerlo. Così, quando le mattonelle del corridoio avevano lasciato spazio all’erba fresca del rettangolo di gioco, ecco che ogni goccia di tensione era evaporata dai suoi muscoli. Non aveva dovuto neanche ripetere a memoria i gesti che l’avevano trasformato in uno degli stopper più difficili da superare di tutta la Liga. A Goikoetxea era bastato andare in campo e giocare a pallone. Andoni aveva staccato di testa, aveva anticipato, aveva randellato. E questa volta tutto aveva funzionato alla perfezione. Lo stopper non aveva neanche sentito fischi che gli erano piovuti in faccia dalle tribune. Si era appiccicato a a Diego Armando Maradona e aveva cominciato ad asfissiarlo.

Al 13’ Endika aveva stoppato di petto e aveva scaraventato alle spalle di Urruti il sinistro dell’1 a 0. Al resto ci aveva pensato Goikoetxea. Ogni lancio dalla difesa del Barcellona, uno stacco di testa. Ogni giocata rapida di Maradona, un anticipo. Ogni scatto del numero 10, un intervento ruvido. E il risultato non era più cambiato.

«C’erano due possibilità: o farsela addosso o far finta di non sentire e combattere». Il Gigante di Alonsotegui non aveva neanche dovuto scegliere. Era sceso nell’arena e aveva fatto un sol boccone di quel gladiatore in miniatura. «È stato come un orgasmo. Non tanto per il risultato, quanto per aver saputo ruggire come un leone nel momento di maggiore difficoltà». Le diciotto giornate di squalifica erano ormai un ricordo lontano. Il 5 maggio 1984 Andoni Goikoetxea aveva iniziato una nuova vita. E lo aveva fatto alzando al cielo di Madrid la Coppa del Re. L’ultimo trofeo della sua carriera.

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