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Andrey Arshavin, vivere per poter sprecare

By 23 Settembre 2020

Il russo è stato un calciatore sublime, ma anche uno di quei giocatori che non sopportano di dare la luce a lungo, che si stancano presto, fino a diventare impigriti dal loro stesso talento

Steso sul pavimento la stanza pareva più piccola ancora e l’appartamento, con sua madre accanto, minuscolo; c’era spazio appena per stendere le gambe e a dodici anni, in quelle condizioni, crescere pareva una colpa perché toglievi centimetri alla casa. Il papà di Andrej era andato via, non andava d’accordo con la mamma, era stato un pessimo giocatore dilettante e portava spesso Andrej ai campi di calcio, per vederlo giocare.

Fuori l’appartamento, in uno dei tanti palazzi popolari di San Pietroburgo (lui, però, era nato quando ancora si chiamava Leningrado) rabbuiava indifferente sul dolore dei suoi abitanti che erano diventati ex sovietici ancor prima di poter tornare a essere russi. La stanza stringeva e faceva male, la città non era abituata a quei rumori e a quella povertà che fino a pochi anni prima veniva considerata eguaglianza sociale; lui, il piccolo Andrej, quando aveva solo sette anni, non ne voleva sapere della scuola e allora aveva buttato dalla finestra il registro di classe, facendosi espellere; un tale atto di insubordinazione nell’Unione Sovietica terminale (siamo nel 1988) non veniva concesso nemmeno a un bambino.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Andrej giocava benissimo a scacchi però a calcio era un fenomeno, pur essendo bassino, gracile, quando aveva la palla al piede trasformava il campo in qualcosa di geniale; raccontava spesso di essere stato investito da un’auto per scappare dalla mamma, per poco non lo aveva ucciso dopo averlo sbalzato sull’asfalto – di quell’episodio non gli era rimasta nemmeno la paura – il padre convinse gli allenatori a vedere il suo figlioletto come se la cavava, tempo pochi minuti e l’Accademia di calcio Smena dello Zenit di San Pietroburgo diventò presto la sua casa.

Andrej Sergeevič Aršavin zigomi alti, capelli biondi, fisico esile, faccia da monello, giocando sul campo si allontanava dallo squallido appartamento della sua infanzia; in Russia si cominciò a parlare del suo talento, solo che Andrej era fragile, incerto, il talento pesava sul suo corpo che a un certo punto si fermò a 1.72; nello Zenit San Pietroburgo era geniale, forsennato, presuntuoso, la palla diventò la sua sfera magica. Giocava da centrocampista offensivo poi esterno poi attaccante, era un camaleonte che illuminava il campo con accelerazioni e assist inaspettati, dribblava in maniera feroce, incattivito dalla presenza del marcatore che viveva come una offesa al suo talento ma anche come possibilità di accenderlo; non è facile la vita di Andrej, nel frattempo gli muore il padre a quarant’anni, per problemi cardiaci; il mondo è una bilancia sulla quale i pesi non sono mai uguali, d’altra parte qualunque bilancia è tarata male per ingannare gli uomini.

(Photo by Scott Heavey/Getty Images)

Calciatori come Aršavin appartengono allo spreco, a quelli che non sopportano di dare la luce a lungo ma solo a intermittenza, si stancano, sono indolenti, impigriti dal loro stesso talento, gli manca la fame di voler essere ricchi e famosi, lui è uno di quelli che sa come la vita sia polvere, che qualunque trofeo, coppa, foto, complimento sia destinato a precipitare nel buco nero del tempo che passa, il giocatore russo preferiva andare avanti per lampi piuttosto che per tensioni narcisistiche.

Vi sono degli istanti, si arriva a vivere degli istanti in cui il tempo improvvisamente si ferma e subentra l’eternità.

– E lei spera di arrivare a un tale istante?
-Sì –
– E’ ben difficile che ciò possa accadere ai nostri tempi – replicò Nikolài Vsèvolodovič, anche lui senza la minima ironia, parlando lentamente e in tono pensieroso. – Nell’Apocalisse un angelo giura che il tempo non esisterà più.
– Lo so. Ed è detto molto giustamente, con chiarezza e precisione. Quando ogni uomo avrà raggiunto la felicità non ci sarà più il tempo, perché non ce ne sarà più bisogno. E’ un pensiero molto giusto.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Lo scrisse Dostoevskij ne “I demoni”, solo l’istante contiene l’eternità, la sua struggente bellezza, la sua vitale disperazione, inutile credere che soltanto ciò che è continuo abbia meriti e grandezza, è solo l’illusione di tener lontana la morte. Aršavin, certo, in Russia ha vinto scudetti e coppe poi è passato all’Arsenal, voluto da Wenger, anche se non si sono mai amati: l’allenatore francese uomo composto, innamorato del bel gioco più che delle vittorie e il calciatore russo, bizzarro, instabile, estemporaneo che visse dal 2007 al 2009 un biennio meraviglioso, tra campionato, coppa uefa e supercoppa, oltre che essere considerato uno dei maggiori calciatori al mondo; solo che, rapido, arrivò il declino, dall’Inghilterra lo rispedirono in Russia fino a sprofondare nel Qairat, campionato kazako dove segnò tanto ma nessuno se ne accorse.

Restano leggendari i quattro gol contro il Liverpool e in nazionale fu capitano indiscusso – il suo giocare con entrambi i piedi, la sua abulia, la sua pigra genialità lo accendevano e spegnevano di continuo, fece parte anche nella lista del Pallone d’oro ma Aršavin se ne fregava di titoli da commendatore, era poco attratto dalle lusinghe dell’ufficialità; mentre era avviato alla decadenza divorziò dalla moglie Yulia, litigò con gli allenatori, si risposò con Alisa che un giorno per non essere cacciata dall’aereo dove si comportava come a casa sua (cambiava pannolini urlando alla tata che aveva preso posto abusivamente nella business class) inventò di essere un generale del Kgb; eppure Andrej è maestro di scacchi, ha scritto libri ed è fashion designer: il calcio è stata solo una delle sue tante vite. Non per forza la più interessante.

Il primo gol in Inghilterra lo fece al Blackburn dopo una sontuosa finta e un tiro da sotto di arrogante bellezza, l’ultimo in League Cup contro il Coventry agganciando la palla al volo: esultò in principio tirando fuori la lingua e alla fine disegnando il cuore con le dita, verso la curva da cui si congedava. In mezzo l’ormai celebre dito sul naso per zittire (tanto da essere stato uno striscione allo stadio) chi lo criticava per essere discontinuo, irregolare, pronto a svanire nei minuti che c’erano sul campo.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

“Ma per tutto ciò che ho avuto e ancora voglio avere per tutti i miei dolori, e le gioie, e le follie,
come tocca a ogni uomo pagherò con la morte finale e irrevocabile”

Nelle parole del poeta russo Nikolaj Stepanovič Gumilëv c’è la sintesi di un uomo che tra vodka, donne, tradimenti, insonnie e lente fughe a cavallo nelle vie notturne di San Pietroburgo ha preferito restare incompiuto come è accaduto ai romanzi di Gadda o di Kafka; d’altra parte non è detto che un destino, per essere tale, debba avere sempre una conclusione logica.

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