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Anti-Icons, Christian Ziege

By 3 Marzo 2020

È l’estate del 1996 e il mondo intero balla (o si dimena, a seconda dei punti di vista) sulle note della “Macarena“, sensazionale successo dei già non più giovanissimi andalusi Los del Rio. In Inghilterra si disputano gli Europei, con i padroni di casa tra i favoriti assieme a Germania, Francia e Italia. Ne verrà fuori in realtà un torneo abbastanza noioso, che confermerà la vecchia massima di Gary Lineker: “Il calcio è un gioco molto semplice, ventidue uomini rincorrono un pallone e alla fine vincono i tedeschi”.

Forse tra tutte le vittorie della Germania, quella dell’Europeo 1996 è stata la meno scintillante, la meno ricca di stelle da copertina: non a caso la finale contro la Repubblica Ceca la risolve, entrando dalla panchina, nientemeno che Oliver Bierhoff, all’epoca centravanti dell’Udinese. Un golden gol che ha fatto epoca e che permetterà, nel dicembre successivo, a Mathias Sammer di conquistare uno dei Palloni d’Oro più sorprendenti e insipidi di sempre, davanti a Ronaldo e ad Alan Shearer. Un premio al leader difensivo di quella Germania, tetragona nel suo 5-3-2 con l’ex interista schierato di fatto da libero: per il resto, marcature a uomo e due esterni vecchia maniera, quasi preistorici nell’era della zona ormai dominante.

In quella classifica del Pallone d’Oro tre voti vanno anche a uno dei due laterali a tutta fascia della Germania: Christian Ziege, autore del primo gol dei tedeschi nel torneo, alla Repubblica Ceca, ma nel girone: destro vincente dopo una galoppata sulla sinistra. Una rete quasi manifesto di un giocatore unico nel suo genere, all’epoca al Bayern Monaco, ma su cui le italiane hanno già messo gli occhi: la Juventus, ma soprattutto il Milan. E l’affare si concretizza esattamente un anno dopo nell’estate del 1997.

 

Traffico in fascia

Ziege in rossonero ci arriva a 25 anni, al picco della carriera. Pagato dieci miliardi di lire, suscita da un lato ammirazione e dall’altro qualche dubbio: la fascia sinistra è casa sua, la domina, ma al Milan uno così c’è già e non è uno qualunque, visto che è Paolo Maldini, fresco di fascia di capitano dopo il ritiro di Franco Baresi. E poi un conto è il 5-3-2, tanto al Bayern con Trapattoni come con la Germania, e uno è il 4-4-2 proposto da Fabio Capello, tornato “a casa” dopo una stagione trionfale al Real Madrid. Il Milan, invece, è reduce dalla disastrosa annata Tabarez-Sacchi bis, la Champions persa in casa col Rosenborg, l’1-6 subito dalla Juventus.

Il mercato ha portato soprattutto colossi; oltre a Ziege ci sono Winston Bogarde e Patrick Kluivert (e si ricompone un nuovo blocco di olandesi assieme a Edgar Davids e Michael Reiziger che già c’erano), e l’attaccante svedese Andreas Andersson, tutti intorno al metro e novanta, oltre al folletto francese Ibrahim Ba.

Allsport UK /Allsport

Il giorno della presentazione Capello tira fuori una di quelle frasi-trappola, pronte ad essere ripescate al momento giusto: “Se prendiamo un gol di testa li ammazzo”. Lo dice scherzosamente, Don Fabio, in un precampionato comunque positivo per i suoi, dove spicca il 3-1 alla Juventus nel “Trofeo Luigi Berlusconi”; anche perché se avesse dovuto mantenere le promesse ci sarebbe stata una strage. Già nelle amichevoli, invece, fioccano proprio i gol subiti di testa, e persino all‘esordio stagionale a Piacenza, a poche ore dalla morte di Lady Diana, Daniele Delli Carri sugli sviluppi di un angolo incorna l’1-1. Primo passo falso pesante, vista la caratura dell’avversario.

Ziege al Garilli è titolare e gioca da terzino sinistro: Maldini, a conferma della sua universalità, dopo dodici anni da “numero 3” ha traslocato dall’altra parte, a destra, questo per facilitare il tedesco, che però non si è ancora adattato né all’Italia né al campionato. Non parla ancora la nostra lingua, per mesi non riuscirà a farsi capire. Il Milan sembra una Babele di gente capitata lì per caso, nelle prime quattro partite perde due volte e ne pareggia altrettante, regalando momenti di tragicità calcistica inenarrabili, come quando a Udine a pochi minuti dalla fine un retropassaggio di Winston Bogarde lancia Bierhoff (sempre lui, sempre all’Udinese) verso il 2-1 definitivo. Roba da campionato dilettanti, più che da Serie A. Il colosso olandese sparirà dalle rotazioni di Capello, disperato per il disastroso impatto dei nuovi acquisti, tra cui l’ultimissimo arrivato, il brasiliano Leonardo.

Insomma, a ottobre è già tempo di psicologi in spogliatoio. Kluivert, candidamente, ammette: “Siamo fortissimi a livello individuale, ma non ancora una squadra”. Il picco più basso della crisi è l’1-2 contro il Lecce in casa, Capello prova uno strambo 3-5-2 in cui tutti giocano male, molti fuori ruolo, e arriva l’ennesimo gol subito di testa: Ziege si salva solo perché non scende in campo, è riuscito a prendere quattro cartellini gialli in cinque partite ed è squalificato. “Avrebbe dovuto essere una squadra di supermen: è un gruppo di giocatori sconnessi e infelici”, si legge nei commenti. Cinque gol di cui due autoreti in sei partite, una sola vittoria: è il peggior Milan da dieci anni a quella parte.

 

Viva la Samp

Tra equivoci tattici, infortuni e squalifiche Ziege vedrà il campo solo 22 volte in campionato e 5 in Coppa Italia (ma non nella miglior partita dell’anno del Milan, il 5-0 nel derby del 7 gennaio 1998). Ben presto l’esperimento Maldini in fascia a destra tramonta, e anche se Paolo trascende qualsiasi schema è indubitabile che a sinistra renda meglio. Il tedesco allora, visto anche l’inserimento di Leonardo, fa dentro e fuori tra la panchina e il campo, ma spostato più avanti, sulla linea dei centrocampisti, nel 4-4-2 di ferro da cui Capello non si scosta più dopo lo sciagurato esperimento contro il Lecce.

In questa nuova posizione, forse più consona a uno che aveva sempre giocato a tutta fascia, arriva anche il primo gol in maglia rossonera: è il 3-0 con cui il Milan liquida una Sampdoria in crisi se possibile più profonda sotto la guida del “Flaco” Luis Cesar Menotti. Lo segna di destro, su passaggio in profondità di Ba: un gol da attaccante, più che da esterno, celebrato con un mezzo sorrisetto. Anche un assist nel pomeriggio genovese di Ziege, quello per il 2-0 di Weah dopo una lunga sgroppata simile a quella dell’Europeo con la Germania.

Diciassette partite dopo, quando le due squadre si ritrovano a San Siro e la Samp ha un nuovo allenatore (Boskov, nuovo si fa per dire), ecco il secondo gol del tedesco in Serie A: stavolta è di sinistro, su servizio di Boban, un diagonale su cui Ferron non è impeccabile. Ci scappa anche qualche sorriso, ma è una sfida tra “grandi mediocri”, il Milan è ottavo e a fine campionato finirà ancora più giù al termine di una spirale negativa iniziata col derby perso malamente 3-0 e conclusasi di fatto con l’assurda sconfitta nel ritorno di Coppa Italia, 3-1 dalla Lazio, con tre gol subiti in dieci minuti (vi ricorda qualcosa?).

Le ultime presenze da titolare in stagione per Ziege coincidono con il picco dell’imbarazzo: il 5-0 contro la Roma all’Olimpico, con quattro gol subiti in 39′ e Capello che subisce la sua peggior sconfitta di sempre e chiede scusa ai tifosi per la vergogna, e l’1-1 in casa con il Parma in cui i tifosi lanciano uova in campo e danno addirittura le spalle alla squadra. Il tedesco non è nemmeno da ritenersi il principale responsabile nel marasma generale, ha avuto anche dei problemi fisici alla schiena e c’è chi ha obiettivamente fatto di peggio durante la stagione tra i nuovi acquisti, come Patrick Kluivert o Ibrahim Ba, ma è chiaro che non sembra nemmeno il lontano parente del giocatore che in Nazionale e col Bayern Monaco aveva incantato mezza Europa. E che il tentativo, quasi goffo visto a posteriori, di riposizionare uno come Paolo Maldini per facilitarne l’inserimento sia stato un disastro.

 

Attore non protagonista

La teoria direbbe che nel successivo mercato Ziege debba fare i bagagli e andarsene. Invece, forse perché ritenuto non più appetibile, di fatto senza mercato, il tedesco rimane. Al Mondiale è stato travolto, lui come tutta la Germania, nei quarti di finale dalla Croazia: ha addirittura perso il posto da titolare, pur essendo stato convocato, e al suo posto gioca Michael Tarnat, laterale del Bayern Monaco. Una discreta beffa.

Eppure riparte dal Milan, che ha cambiato allenatore, scegliendo l’innovativo, quasi rivoluzionario, Alberto Zaccheroni: difesa a tre, due esterni a tutta fascia, tre punte. Insomma, un sogno per Ziege, che però comincia la stagione di nuovo tormentato dai problemi fisici. “L’anno scorso non ho potuto rendere secondo le aspettative, ma spero di potermi rifare in questo campionato”, ripete. Intanto, comunque, gioca Helveg, fedelissimo del nuovo tecnico, nel 3-4-3.

I rossoneri faticano ad assimilare i nuovi dettami di Zac, le tre punte forse sono troppe, è arrivato Bierhoff ma Weah e Ganz sono altri due centravanti e tutti insieme non possono stare, alla lunga. Nel tridente fa capolino Leonardo, ma nel girone d’andata il Milan annaspa, prende anche un 4-0 a Parma e chiude al quarto posto. Fiorentina, Lazio e lo stesso Parma sembrano di un altro pianeta.

Ziege ha riconquistato la maglia da titolare nel momento peggiore della stagione, in un ciclo di cinque partite in cui vincono una volta sola in un mese e in quel successo c’è lo zampino proprio del tedesco. È una delle tante gare “folli” della gestione-Zac, in quel campionato: il 3-2 contro la Roma a San Siro in cui i giallorossi, allenati da Zeman, dominano in lungo e in largo, facendo a fette la difesa a tre del Milan con lanci in diagonale in profondità. Ma si sa, le squadre del boemo potrebbero essere prese come paradigma degli “sprechi nel calcio”, match persi dopo aver gestito a piacimento: 1-1 bugiardissimo all’intervallo, gol di Delvecchio e Leonardo, poi Sebastiano Rossi para un rigore a Totti e il Milan mette la freccia proprio con Ziege. Lanciato in profondità davanti a Chimenti da un tacco di Weah, sfrutta un rimpallo controllando con il braccio, involontariamente ma in maniera netta, segnando infine a porta vuota.

Il secondo gol è il pesantissimo 1-1 con l’Empoli, un punticino che visto lì per lì, in inverno, non significa molto, ma che in primavera vorrà dire scudetto, visto che i rossoneri lo vinceranno, appunto, di una sola lunghezza. Il tedesco, già ammonito, esulta levandosi la maglia e si becca il secondo giallo più la conseguente espulsione. “Cosa ho fatto di male? Non capisco – si lamenta Ziege negli spogliatoi, scoppiando a piangere -. Non segno molti gol ed ero felice, sì, mi sono levato la maglia. È un regolamento assurdo, spero che venga cambiato al più presto”. E’ stato Pierluigi Collina ad appioppargli l’espulsione, lodata dal presidente dell’Associazione degli arbitri, Sergio Gonnella: “Ha fatto benissimo”.

Squalificato, il tedesco ha anche la sfiga di vedersi sfrecciare davanti un concorrente inaspettato: l’argentino Andrès Guglielminpietro, detto Guly, arrivato come attaccante estero e riciclato da Zaccheroni laterale sinistro. Nelle gerarchie Ziege scala in panchina e il campo lo vedrà assai poco. Le ultime due presenze sono un minuto contro il Piacenza per perdere tempo nel recupero del secondo tempo, a difesa dell’1-0, e un quarto d’ora in Milan-Bari 2-2, quando i rossoneri non sono nemmeno in lotta per lo scudetto con la Lazio, ormai lanciata. Anzi, viene pure fischiato dal pubblico, critiche a cui risponde con un ironico applauso. Così nelle ultime otto partite, quelle dell’incredibile rimonta culminata con lo scudetto numero 16 della storia milanista, finisce dimenticato.

Tecnicamente campione d’Italia, Ziege è stato un attore assai marginale nella cavalcata della squadra di Zaccheroni, che all’inizio avrebbe voluto puntare su di lui, ma una volta trovata la quadra ne ha fatto serenamente a meno. Avendo ragione, peraltro. A fine stagione il Milan nel ruolo del tedesco aggiunge Serginho, un chiaro segnale d’uscita per l’ex laterale sinistro migliore d’Europa, arrivato tra squilli di tromba e ridotto a scarto.

Su di lui piomba il Middlesbrough, che gli apre una parte di carriera in Inghilterra che comprenderà anche le tappe al Liverpool (con la Coppa Uefa del 2001 vinta, la seconda dopo quella conquistata al Bayern, pur senza giocare molto) e al Tottenham. Per dieci miliardi, gli stessi spesi dal Milan per prenderlo, lascia l’Italia e Zaccheroni, che lo voleva provare addirittura attaccante esterno: “Credo sia stata una decisione più psicologica che tecnica, in questo ruolo pensavo potesse fare bene”, spiega il tecnico.

Tuttavia nemmeno in Inghilterra tornerà quello di prima, capace di arare a piacimento la fascia sinistra. Anzi, nel 2002 rischierà addirittura un’amputazione: dopo una partita con la maglia del Tottenham contro il Charlton comincia, sotto la doccia, a non sentire più la gamba sinistra. Tornato a casa l’arto comincia a gonfiarsi provocando così ricovero e operazione d’urgenza, con una cicatrice lunga 25 centimetri: in pratica, carriera finita a trent’anni. “Ho rischiato la vita”, ammetterà tempo dopo.

Una parabola discendente abbastanza repentina e triste che comunque ha lasciato in Ziege almeno un buon ricordo dell’Italia visto che i tre figli hanno nomi nostrani: Alessandro (ad oggi giocatore nelle categorie inferiori tedesche), Maria e Caterina. Per il resto pochi, pochissimi sorrisi.

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