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Anti – Icons: Gaizka Mendieta

By 30 Ottobre 2019

Sono in duecento, asserragliati in via dei Cappuccini, una traversa di via Veneto. La Lazio è sotto shock, travolta dalla scelta di Pavel Nedved di andare alla Juve da un momento all’altro, a poche settimane dalla firma del rinnovo di contratto. Le parole del fuoriclasse di Cheb non convincono i tifosi: «Dopo aver firmato ho letto in continuazione di nuovi acquisti, non ero più così importante. Invece la Juve mi ha voluto a tutti i costi». È un gioco al massacro che dura qualche giorno, con Sergio Cragnotti che si sente beffato da Nedved e i tifosi della Lazio che si sentono traditi dal patron. Il numero 1 biancoceleste pensa alle dimissioni, e sotto casa si sono radunati in duecento per invitarlo ad andarsene. Gli danno del giuda, del parolaio. Circolano nomi altisonanti, ma per il momento si vedono solo cessioni: non solo Nedved, anche Veron.

Le casse della Lazio non sono così piene, ma in questo luglio 2001 più rovente di quanto dica la temperatura effettiva, con la rabbia per gli addii illustri e lo stomaco in subbuglio per lo scudetto della Roma, provate voi a spiegarlo ai sostenitori biancocelesti. Nei giorni successivi alla manifestazione, sotto l’abitazione di Cragnotti, restano le scritte sulle vetrine, sui muri, sull’asfalto. «Esci di casa e sul muro c’è scritto che hai ucciso Gardini, che sei come Badoglio, trovi minacce contro i tuoi figli, la spazzatura sul portone. Ho provato amarezza, delusione, tristezza. Mi sono sentito sconfitto, pugnalato alle spalle. Io, che a Roma giro senza scorta. Lo confermo: sono pronto ad andar via, senza che questo significhi la svalutazione della società», racconta a Giuseppe Smorto di Repubblica.

Sarebbe davvero questo il momento giusto per passare la mano, ma Cragnotti ha un’impennata d’orgoglio. Nesta dice no al Real Madrid – «Mi dà fastidio che i tifosi possano pensare che sia stato già venduto o che abbia già firmato. E spero di non farlo mai. Io sono della Lazio» – e l’animo del patron si riaccende. Vuole provare a fare nuovamente una grande Lazio, ha visto sfumare l’assalto a Rui Costa e ora ha in testa un solo nome, quello del miglior centrocampista delle ultime due edizioni della Champions League.

Si chiama Gaizka Mendieta, quando corre con la maglia bianca del Valencia sembra inarrestabile, come se in campo ce ne fossero 3 o 4, di zazzere bionde pronte ad andare da destra a sinistra e viceversa. I rapporti con il club sono buoni, in passato la Lazio ha già chiuso la trattativa per Claudio Lopez, ma Mendieta sembra inarrivabile. Lo vuole il Real Madrid, come Nesta, e a sbeffeggiare il presidente biancoceleste arriva addirittura Fabio Capello, il tecnico della Roma campione d’Italia. «Non so se Mendieta andrà alla Lazio. Mi risulta che ci sia qualche problema col giocatore», dichiara nel giorno del raduno a Trigoria. Se prima Cragnotti si era riacceso, adesso prende fuoco.

Mendieta diventa qualcosa di più di un obiettivo, è un’ossessione. Dopo giorni serrati c’è l’accordo, 89 miliardi di lire al Valencia, 8 e mezzo a stagione al calciatore. Sbarca a Fiumicino alle 14.15 del 19 luglio 2001, poi subito a Formello per il pranzo con il nuovo presidente. I giornali del giorno dopo snocciolano anche il menu: spaghetti all’astice, poi mozzarella di bufala e prosciutto. Il 20 luglio, a fare le visite mediche con Mendieta, c’è anche Kiko, ma con l’Atletico Madrid non se ne farà nulla.

Gaizka si presenta tirato a lucido per la presentazione, in prima fila c’è una sedia vuota. L’ha fatta lasciare Cragnotti, con un biglietto: “Riservato al sign. Capello”. Porte aperte anche ai tifosi, in tremila per accogliere il nuovo idolo: «Capello aveva informazioni sbagliate», dichiara col sorriso lo spagnolo. «Il mio obiettivo è vincere la Champions League. Sono un giocatore diverso da Nedved, vorrei che i tifosi mi apprezzassero per quello che sono. Il derby? Due giorni a Roma mi sono bastati per capire quanto sia sentito». Finirà tutto malissimo: la stagione di Mendieta, l’intera carriera dello spagnolo, l’annata della Lazio, i due derby, l’era Cragnotti. Ma questo, nel bollente luglio del 2001, non lo immagina ancora nessuno.

Quale Gaizka?

Il primo dubbio è legato al ruolo. La Lazio ha rimesso in carreggiata una stagione nata tra mille equivoci soltanto con l’arrivo in panchina di Dino Zoff, salito in sella al posto di uno Sven Goran Eriksson già proiettato con la testa all’incarico con la Nazionale inglese. Contestualmente all’approdo del friulano, Cragnotti aveva portato in rosa due esterni destri di centrocampo (Poborsky e Castroman), posizione in cui la Lazio era rimasta drammaticamente scoperta in estate dopo l’addio di Conceiçao nell’affare Crespo. A Zoff era bastato schierare i suoi con un lineare 4-4-2 per macinare punti e riuscire a sfiorare una clamorosa rimonta scudetto, naufragata sul neutro di Bari dopo un siluro di Dalmat a tre turni dalla fine.

Mendieta arriva in una squadra che in teoria dovrebbe ripartire da quel sistema, ma è reduce dalla straordinaria esperienza di Valencia, che lo ha consacrato tra i migliori centrocampisti del pianeta (secondo le classifiche della Uefa, il numero 1 nelle due stagioni precedenti) nel ruolo di una mezz’ala ibrida nel rombo sporco di Hector Cuper, con un trequartista (Gerard prima, Aimar poi), una mezz’ala atipica molto votata al gioco esterno come Kily e un regista puro, Farinos. Di Mendieta stupiva la capacità di abbinare una corsa instancabile alla qualità nel gioco stretto e lungo: abile nello scambio a terra e nei lanci in profondità, il Gaizka valenciano sapeva essere il primo distruttore del gioco avversario e il playmaker occulto della squadra, senza disdegnare inserimenti in zona gol ed esecuzioni chirurgiche dagli undici metri.

 

 

In questa raccolta, a partire da 1.12, troviamo forse i due gol più famosi di Mendieta con la maglia del Valencia: la sberla al volo contro il Barcellona e il capolavoro contro l’Atletico Madrid in finale di Coppa del Re. Il secondo è qualcosa di incredibile, una giocata visionaria: se non vedessimo i capelli biondi di Mendieta, potrebbe essere tranquillamente una magia di Bergkamp. Ranieri, a bordo campo, ringrazia.

Zoff sfoglia la margherita, perché il mercato, oltre a Mendieta, ha portato anche un altro giocatore difficile da collocare come Stefano Fiore. Per il 4-4-2 non è cosa, il tecnico friulano, memore dell’esperienza in Nazionale, abbozza una sorta di 3-5-2 fortemente squilibrato: uno degli esterni è Poborsky e l’altro è Pancaro, un chiaro segnale sulla corsia prediletta per attaccare, con Mendieta a bilanciare la presenza del ceco e Fiore più libero di affondare sul centro-sinistra.

Il precampionato viaggia a ritmo alternato, la Lazio fa bene con Cittadella e Olympiacos ma fa una figuraccia al Birra Moretti, decisamente il torneo amichevole più atteso dell’estate: 3-0 contro l’Inter, soltanto un pari con la Juventus. Il primo obiettivo della stagione è il preliminare di Champions contro il Copenaghen, almeno teoricamente agevole. Zoff non si fida di quello che ha visto in estate e mette in campo una squadra più prudente, affidando il centrocampo al duo Baggio-Simeone. E Mendieta? Non c’è, è in panchina, mentre Fiore è libero sulla trequarti dietro Crespo e Lopez.

I biancocelesti sbloccano con “Valdanito” e crollano nel quarto d’ora finale, l’andata finisce 2-1 per i danesi e Zoff, con la sua decisione shock, è nella bufera. «Mi aspettavo che potesse essere una battaglia e così è stato. Lo spagnolo non è ancora pronto per scendere sul terreno di gioco per sostenere una vera e propria battaglia. Lo so che per me sarebbe stato più comodo mandare in campo Mendieta, prima o dopo. Ma io non penso all’immagine o alle reazioni esterne», racconta l’allenatore.

I giornali ripercorrono la serata di Mendieta, analizzandone persino i movimenti della mascella: un leone in gabbia. Meno ingabbiato Cragnotti, furioso per il risultato e per una Lazio che chiude la partita senza operare sostituzioni: «Non oso neanche immaginare una Lazio fuori dalla Champions League. Qualcosa si poteva fare durante la partita, si vede che l’allenatore avrà avuto le sue ragioni. Mendieta? Per Zoff non era pronto, speriamo lo sia al ritorno».

Il 21 agosto, all’Olimpico, regna la paura. Il basco parte titolare, sulle spalle ha la maglia numero 30, scelta che poi ritratterà tornando alla amata 6, liberata da Poborsky che passa dalla 6 alla 8. La presenza di Gaizka in luogo di Dino Baggio è l’unica novità per Zoff, che perde però a gara in corso prima Negro e poi Mihajlovic, un bel problema per una difesa a 3 che viene riassestata a 4 con gli inserimenti di Favalli e Colonnese.

La Lazio gioca un primo tempo che è fin troppo generoso definire inguardabile ma toglie il tappo al match nella ripresa, con Crespo (doppietta) e Lopez a segno dal 2’ al 18’. Sembra fatta, ma il fantasma di quel doppio turno di preliminare si chiama Sibusiso Zuma, attaccante sudafricano arrivato in Danimarca per cercare fortuna: non la troverà in seguito con la maglia dell’Arminia Bielefeld, ma la sua esperienza danese sarà più che positiva. Il numero 10 segna il gol del 3-1 a 10’ dalla fine, i capitolini tremano su un pallonetto di Lonstrup ma scacciano l’incubo in pieno recupero, con Fiore innescato per il 4-1 proprio da Mendieta, autore di una buonissima partita: secondo le pagelle della Gazzetta dello Sport, è il migliore in campo.

Confusione

Sibusiso Zuma con la maglia del Copenaghen contro il Borussia Dortmund (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images).

Il campionato non parte su questo slancio. La Lazio infila due pareggi con Piacenza e Perugia. Mendieta ora annaspa, sembra il cugino di quello che volava a Valencia. «Ho bisogno di tempo. Non è facile ambientarsi in una realtà completamente diversa, cambiare gioco, vita, abitudini. Ma non ci vorrà molto per vedere il vero Mendieta», dichiara dal ritiro della Spagna prima di segnare il gol del 4-0 all’Austria.

In Champions, dopo la sosta, non va meglio, perché la Lazio collassa a Istanbul a poche ore di distanza dall’attentato alle Torri Gemelle: Umit Karan fa festeggiare il Galatasaray, Mendieta viene richiamato in panchina a inizio secondo tempo dopo aver sprecato un gol fatto davanti a Mondragon. «Io non mi butto giù. Il morale resta alto, presto vedrete il vero Mendieta. Qui appena controlli la palla ti sono addosso, non ti danno il tempo di pensare. Rispetto alle partite contro Piacenza e Perugia, credo di essere andato un po’ meglio. Mi sento in progresso, datemi tempo. Il gol sbagliato? È stato bravo il portiere a chiudermi lo specchio», rassicura a fine gara.

Ma col Torino, in campionato, dopo altri 60 minuti di nulla, il pubblico dell’Olimpico non solo borbotta, ma vira sul surreale, iniziando a intonare cori per un altro spagnolo arrivato tra gli squilli di tromba un paio di stagioni prima: è Ivan de la Peña. Sembra una gag, e il bersaglio polemico è in realtà Stefano Fiore – che durante l’anno vivrà momenti di crisi nera tanto quanto Mendieta ma rispetto al basco avrà, un anno più tardi, la chance per tornare in auge agli ordini di Roberto Mancini – ma Zoff, a sorpresa, dà veramente una chance all’ex Barcellona, sostituendo proprio Mendieta.

Marco Rosi/ LaPresse.

In Champions League, contro il Nantes, il tecnico sa di giocarsi la panchina. “DinoMito” fa spallucce: «Non mi sento in discussione, la società non mi ha detto niente. La squadra non si deve far toccare da certe voci, da situazioni che nel calcio sono sempre le stesse». Mendieta c’è, dal primo minuto, in un 3-5-2 senza capo né coda, con Stankovic chiamato a fare tutta la fascia destra, Gaizka e Fiore intermedi ai fianchi di Simeone. Botta e risposta Fabbri-Couto in avvio, al 63’ un gol di Armand gela l’Olimpico. Zoff, per riprendere la partita, butta dentro Lopez per Mendieta, senza successo: finisce 1-3, e al posto del friulano arriva Alberto Zaccheroni, la cui conferenza stampa di presentazione viene messa in calendario praticamente già nei minuti conclusivi dell’incontro.

Ironia della sorte, gli tocca subito il Milan. Durante la partita si fanno male Baggio, scelto per coprire le spalle a Mendieta, Nesta e Crespo. La Lazio va ad Eindhoven, contro il Psv, piena di cerotti. Non basta, perché salta il crociato di Diego Pablo Simeone. È la notte in cui la storia biancoceleste di Gaizka Mendieta potrebbe cambiare. Ma come era toccato a de la Peña, frenato all’esordio contro il Piacenza da una traversa dopo trenta metri di slalom, e come capiterà in futuro a Djibril Cissé, capace di colpire un palo folgorante durante un derby, il destino dello spagnolo si compie, in negativo, a causa di un legno.

 

A 3.25, Mendieta calcia come Dio comanda, come faceva a Valencia. E dopo aver visto il pallone sul palo, per dirla con De Gregori, «sentì crollare il mondo/sentì che il tempo gli remava contro/schiacciò la testa sul cuscino per non sentire il rumore di fondo della città».

Cragnotti, nell’ultimo raptus di mercato, consegna a Zaccheroni il regista Fabio LIverani, chiamato alla consacrazione dopo il periodo al Perugia. Zac prova Mendieta a destra nel 3-4-3: non è proprio quella posizione ibrida di Valencia, ma ci si avvicina. «Ho giocato nella posizione che coprivo nel Valencia, a destra, e mi sono trovato meglio. Con Zaccheroni siamo più forti di testa, a livello mentale. Ci crediamo di più. Io e la Lazio ci stiamo ritrovando», dichiara dopo Eindhoven.

Ma il tecnico è più confuso di Zoff, nel derby di fine ottobre lo schiera addirittura finto esterno destro del tridente d’attacco, con Crespo al centro e Lopez a sinistra. È la stracittadina di Nesta che guarda da terra Delvecchio mentre insacca il gol del vantaggio, in cui Zaccheroni prova Paolo Negro centrocampista di fascia destra e Favalli terzo centrale. È, soprattutto, la partita che arriva tre giorni prima di Nantes-Lazio: con una vittoria, dopo aver piegato a fatica Psv e Galatasaray, la Lazio sarebbe clamorosamente al secondo girone di Champions, e con 30 milioni in più in cassa. Prima del derby, Mendieta aveva pensato bene di stuzzicare Totti, poi a segno per il definitivo 2-0: «Il capitano della Roma sta attraversando un periodo di ottima forma, mostra belle cose, ma non credo sia il migliore d’Europa. Secondo me, Totti non è un giocatore completo, e per meritare quel titolo bisogna esserlo. Bisogna saper fare tutto in campo».

A Nantes, nel giro di 90 minuti, la stagione di Mendieta va definitivamente in soffitta. Zaccheroni gli cambia ruolo ancora una volta, centrocampista centrale insieme a Giannichedda e richiamato in panchina, dopo 67 minuti di depressione calcistica, per Darko Kovacevic, sul punteggio di 0-0. La Lazio, che si era presentata in campo con Fiore a ridosso di due punte in un 3-4-1-2, da lì in avanti gioca con un 3-4-3 il cui tridente è composto, di fatto, da tre centravanti: il gigante ex Juve, Crespo e Simone Inzaghi, entrato in avvio di ripresa per l’altro ectoplasma Lopez. Non può che finire male: segna André e la Lazio saluta l’Europa. Dalle pagelle di Repubblica: «Mendieta 4: è la serata adatta per dimostrare di valere almeno una parte degli 89 miliardi versati dalla Lazio al Valencia. E invece anche stavolta lo spagnolo sembra un fantasma. Colleziona una serie impressionante di passaggi sbagliati, si perde dietro alle giocate di prima del centrocampo francese e finisce spesso per trasformarsi in un inutile uomo in più della difesa della Lazio».

Confusione

La Lazio riparte all’improvviso, illudendosi di poter fare corsa di vertice. Zaccheroni trova la quadratura e la squadra infila cinque vittorie di fila, compreso un 1-0 rifilato alla Juventus con un gol capolavoro di Liverani. È il 4-4-2 a permettere al tecnico di dare tranquillità ai suoi, reinventando Stankovic esterno sinistro di centrocampo. Un ciclo positivo in cui Mendieta fa da comparsa, e che comunque si esaurisce come era nato, quasi per caso. Quel che è certo è che Zaccheroni non vede più Gaizka come centrale nel suo progetto, ammesso lo abbia mai pensato, e il basco finisce sul mercato, andando a un passo dall’Atletico Madrid.

La trattativa naufraga anche per la volontà ferrea dell’ex Valencia: «Lo so che mi vuole l’Atletico e che ci sono molte richieste ma io non mollo. Per me la Lazio è una sfida. Cragnotti ha fatto tanto per avermi, io questa scommessa voglio vincerla. All’inizio ho pagato la situazione difficile della squadra ma voglio riconquistare il posto da titolare». Durante la finestra trasferimenti di gennaio, Mendieta rilascia un’intervista ogni tre giorni: «Finalmente ho capito il calcio italiano. Studiando, osservando, lavorando. E affrontando ogni allenamento come una partita vera. Ora ho bisogno solo di giocare con continuità. Zaccheroni è un allenatore normale, come gli altri che ho avuto. Il vero Mendieta è qui, non è rimasto in Spagna. Io voglio restare alla Lazio, è il mio pensiero fisso, e lo dimostrerò sul campo». Sono mesi in cui la Lazio gioca un calcio a tratti nauseabondo, con i capi curva che durante le partite, assistendo al silenzio assordante del tecnico romagnolo, affossato in panchina come se nulla fosse nel suo cappotto funereo, simulano scene del Marchese del Grillo, invitando la curva al silenzio salvo poi esplodere in un boato al minimo cenno di vita di Zaccheroni, al grido di “S’è svejaaaato!”.

I tifosi si aggrappano alla speranza di riportare a Roma Paolo Di Canio, in Coppa Italia contro il Milan spuntano cartelli ovunque con il nome dell’ormai ex ragazzo del Quarticciolo, mentre in campo la squadra si fa schiaffeggiare da Javi Moreno e José Mari, due che a Milanello suscitano più smorfie che sorrisi. Il 30 gennaio, all’improvviso, Mendieta torna a farsi vivo, stavolta chiedendo la cessione: teme di perdere i Mondiali 2002, e ne ha ben donde. Esce allo scoperto l’agente, Gines Carvajal: «Speriamo di chiudere l’accordo con l’Athletic Bilbao entro giovedì, Gaizka ha paura di perdere i Mondiali, ha bisogno di giocare e può essere la soluzione soddisfacente per tutti». I baschi vogliono prendere Cragnotti per sfinimento, chiedono Mendieta in prestito con più di metà ingaggio a carico dei biancocelesti. Non può funzionare. Ci prova anche il Barcellona: prestito gratuito fino a giugno, poi diritto di riscatto a 30 milioni di euro, una sessantina di miliardi delle ormai vecchie lire. Non va neanche questa. Il presidente dell’Athletic, Javier Uria, a febbraio spara a zero su Cragnotti: «Mendieta non prende lo stipendio da circa sei mesi, per questo lascerà la Lazio a fine stagione».

Da novembre a maggio, Mendieta gioca 90 minuti filati soltanto due volte, preso come capro espiatorio da un allenatore che sforna alcune scelte totalmente strampalate, come il derby di ritorno giocato con Dino Baggio esterno a tutta fascia del 3-5-2, una stracittadina segnata dalla peggior prestazione della carriera di Alessandro Nesta, mandato fuori di testa da Vincenzo Montella e da una settimana in cui Cragnotti gli aveva preannunciato la cessione in estate.

O come la “svolta” della domenica successiva, a Brescia: Fiore e Lopez in panchina, ad affiancare Hernan Crespo c’è Felice Evacuo, ventenne che sin lì aveva messo nelle gambe la miseria di tredici minuti. O come un Chievo-Lazio di fine gennaio, con Lopez centravanti, Fiore a ridosso e una mediana composta da Giannichedda e Dino Baggio, non proprio due centrocampisti dai piedi nobili. Zaccheroni viene massacrato dai cori dei tifosi partita dopo partita, e si arriverà al primo caso di nuovo allenatore scelto per acclamazione popolare, con la Nord che martella incessantemente su un solo nome: Roberto Mancini. L’ex tecnico di Milan e Udinese somatizza: «Qui a Roma mi dipingono come triste, ma non è vero. Forse è colpa della forma dei miei occhi, di sicuro io sorrido spesso. Mi dà fastidio non essere riuscito a entrare nel cuore dei tifosi laziali, il primo coro ostile l’ho avuto quando c’era ancora Zoff»-

La Lazio resta aggrappata al treno Champions con un altro miniciclo da quattro vittorie in cinque gare tra Udinese, Juventus, Lecce, Fiorentina e Verona, ma naufraga tutto a Bologna, in un pomeriggio che vede i rossoblù a un passo dalla certezza del quarto posto e i biancocelesti veleggiare verso l’Intertoto, con l’ultimo turno in programma il 5 maggio contro l’Inter che si sente già il tricolore sul petto. In tutto questo, Mendieta non parla più. Come tanti altri non è presente neanche in panchina contro i nerazzurri, in quella che dovrebbe essere la festa di Cuper e Ronaldo e che, incredibilmente, diventa un pomeriggio di agonia per gli ospiti, privati in un colpo solo dello scudetto dalla Juventus e del secondo posto, danno collaterale e di portata irrisoria se paragonato al resto, dalla Roma. La Lazio strappa il pass per la Coppa Uefa, che Mendieta non giocherà.

(Photo by Ben Radford/Getty Images)

Il basco finirà al Barcellona, poi al Middlesbrough, in fin dei conti finirà e basta, andando via via spegnendosi come quelle candele profumate che all’inizio ti fanno impazzire per il loro profumo e poi ti rassegni a guardare con l’occhio consunto dall’abitudine nella loro fase calante, nauseato da un odore che non riconosci più e che il tuo corpo ha imparato a odiare. È diventato l’emblema del tracollo cragnottiano, il colpo portato a termine per orgoglio più che per convinzione, in un momento in cui sarebbe stato decisamente auspicabile fermarsi a riflettere. È diventato, soprattutto, protagonista di articoli di folklore, con la gente che ridacchia dandosi di gomito nel leggere della sua nuova carriera musicale.

Crediamo alle sue parole, che sono quelle di un uomo felice, lontano da quel 2001/2002 maledetto, triste come Gaizka non era mai stato. «Non andò come speravo e volevo, ma pensando positivo è un’esperienza in cui ho imparato e ho avuto la possibilità di giocare in Italia, che mi ha aiutato a crescere come giocatore e come persona. […] Adesso vado in bici, faccio corsa: ho cominciato la preparazione per la maratona e per il triathlon, ho fatto quello olimpico e voglio provare l’ironman. […] La passione per la musica mi ha sempre accompagnato, insieme a quella per il calcio. Dopo aver smesso di giocare ho avuto l’opportunità di farlo sempre di più. Ho fatto il deejay prima nei piccoli club sempre in Spagna, poi ho iniziato a fare i festival internazionali, anche a Londra: è diventato qualcosa che mai avrei pensato che avrei fatto dopo la carriera da calciatore. Mi piace tanto, me la godo, e c’è anche gente a cui piace: riesco a dedicarmici di più d’estate, con i festival, che durante l’anno per gli impegni che ho con la tv e la Liga. Ho cominciato a Valencia, dove ho un amico che fa il dj: io lo raggiungevo sul palco nascosto sotto un cappellino e proseguivo le sue serate, e così ho iniziato a coltivare questa passione che è diventata una professione», ha raccontato alla Gazzetta dello Sport lo scorso giugno.

Prendiamo per buona la sua nuova vita, che arriva dopo tante altre. Mendieta il campione, l’uomo ovunque, il rigorista che calcia a testa alta, la superstar strapagata. Mendieta il pacco, il calciatore dallo sguardo triste, il bidone, il flop. In quella stagione, semplicemente, l’uomo sbagliato nel peggior posto in cui capitare.

 

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