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Antonio Di Natale come metafora di vita

By 21 Aprile 2020

Di Natale ha dimostrato che il talento puro, se non coltivato, non basta. Anzi, rischia di essere controproducente. Ecco la storia di un grande attaccante che ha avuto “la colpa” di esserne la migliore espressione offensiva del calcio italiano ormai in declino

Nella storia della Serie A ci sono sette giocatori che hanno superato 200 gol. Al sesto posto, a precedere Roberto Baggio, c’è Antonio Di Natale. Prima di loro ci sono l’irraggiungibile Piola, quindi Totti, Nordahl, Meazza e Altafini. Sono nomi di epoche ben distinte nella storia del calcio e della società italiana; sono nomi ai quali Di Natale non può essere accostato per epicità, titoli vinti e valore assoluto. Eppure, Totò è lì. E quei numeri, 209 gol in 455 partite, testimoniano una storia rara. La storia di un calciatore che, dalla provincia, ha scalato le gerarchie del calcio italiano molto lentamente, fino a diventarne la massima espressione offensiva tra il 2008 e il 2013.

Antonio Di Natale ha rappresentato, di fatto, una figura atipica per il nostro calcio e quattro anni dopo il suo ritiro è difficile dire quale eredità abbia lasciato. Sarebbe riduttivo, infatti, ricordarlo come un bomber di provincia perché Di Natale è stato una mezza punta ideologicamente ed esteticamente lontana da quella figura grezza e massiccia come lo è stata ad esempio Hubner.

Stiamo, inoltre, parlando del calciatore con più gol nei principali campionati europei tra il 2009 e il 2011 alle spalle solo di Messi e Cristiano Ronaldo; nonché del giocatore con più reti (125) in Serie A nell’ultima decade. Sarebbe, però, eccessivo inserire Antonio Di Natale nella schiera dei grandi “se”. Quella schiera abitata da giocatori incompresi o sottovalutati che avrebbero meritato una carriera migliore. Una schiera che, a ben vedere, non ha ragione d’esistere.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Antonio Di Natale può essere considerato, allora, la massima compiutezza del talento non supportato dal genio e dall’ispirazione soprannaturale con la quale deviare i destini, pur avendo mostrato gesti tecnici nitidi che appartengono ai campionissimi di ogni epoca. Un traguardo tutt’altro che semplice da conseguire perché prevede costanza, attesa e voglia di scoprirsi, quindi di migliorarsi nel momento in cui la carriera di un calciatore solitamente volge al termine.

Ci vuole, poi, molta intelligenza nel comprendere fino in fondo la propria dimensione e svilupparla al massimo. Quella che ha mostrato nell’estate del 2010 quando ha rifiutato la Juventus. Di Natale era consapevole di perdere l’ultimo treno per salire nel calcio delle big – e a lui, il treno, è passato solo quella volta – ma era anche consapevole come fosse l’unica strada per scrivere il proprio nome nella storia del calcio italiano. E la storia l’ha scritta all’Udinese dove ha militato per dodici stagioni segnando 227 gol in 446 partite.

Dopo varie esperienze in C (Iperzola, Varese e Viareggio) e cinque anni all’Empoli (che l’aveva prelavato a 13 anni dalla scuola calcio di San Nicola a Castello di Cisterna che lanciò anche Montella), il trasferimento più importante nella carriera di Antonio di Natale avviene nell’estate del 2004, a 27 anni, quando approda all’Udinese di Luciano Spalletti che aveva ottenuto il pass per la Coppa Uefa. Uno step considerevole per un giocatore che aveva disputato solo due campionati in Serie A, di cui l’ultimo concluso con una retrocessione e sole 5 reti.

L’esperienza a Udine si divide principalmente in due fasi: quella pre-infortunio e quella post-infortunio. A fine marzo 2009, Di Natale è già a quota 12 gol in 22 partite a cui si aggiungono una rete in Coppa Italia e tre in Coppa Uefa (l’Udinese verrà eliminata ai quarti di finale dal Werder Brema futura finalista di Diego). La parziale lesione del legamento crociato anteriore sinistro riportata in Nazionale contro il Montenegro pone fine a un ruolino di marcia che lo stava proiettando nella miglior stagione.

Di Natale

(Photo by Dino Panato/Getty Images)

Fino a quel momento, Di Natale era stato principalmente un attaccante esterno che amava partire da sinistra per accentrarsi con la palla al piede o per tagliare alle spalle dei difensori. Dopo l’infortunio sarà soprattutto un attaccante centrale. È utile sottolineare, tuttavia, come i suoi compagni di reparto siano sempre stati giocatori molto mobili (anche all’Empoli giocò con Maccarone, Rocchi e Tavano). Per dieci anni (2004-2014), il reparto offensivo dell’Udinese è stato infatti uno dei più fluidi, imprevedibili e prolifici della Serie A composto da giocatori come: Di Michele, Iaquinta, Gyan, Quagliarella, Pepe, Floro Flores, infine Sanchez e Muriel.

Il gol più bello del primo periodo Totò lo realizza 16 gennaio 2005 a San Siro contro il Milan. Iaquinta, defilato a sinistra, vince il duello aereo con Stam, scarica per Di Natale che in un lampo si gira su sé stesso, domina il rimbalzo beffardo con una finta che disorienta Nesta e da fuori area fulmina Dida con un tiro violentissimo che termina sotto l’incrocio dei pali.

Ma è soprattutto nel biennio 2007-2009 che Di Natale pone le basi di quello che sarebbe stato. Nel tridente napoletano composto da Quagliarella e Floro Flores (Sanchez era la prima riserva), Di Natale è il giocatore più pungente che ha il compito di attaccare la profondità, sfruttando il lavoro sporco e fisico di Floro Flores e i movimenti perfetti di Quagliarella, che per Mourinho era l’attaccante più intelligente della Serie A. La doppietta contro il Palermo con cui apre il campionato 2008/2009 è una prova lampante.

Il trasferimento di Quagliarella al Napoli nel 2009 e l’approdo di Guidolin in panchina nel 2010, che gli costruisce una squadra attorno privandolo di compiti difensivi e di costruzione, si rivelano i fattori decisivi pe la “nascita” di uno degli attaccanti più letali della storia della Serie A. Per quattro anni di fila Di Natale termina il campionato con più di 20 gol, aggiudicandosi per due anni consecutivi la classifica cannonieri.

Ciò che stupisce è la capacità di segnare in tutti i modi, supportato da una tecnica di base sopra la media: il primo tocco e la pulizia con cui conduce il pallone sono perfetti da sempre. Di Natale, quindi, perfeziona gesti innati come i tagli alle spalle dei difensori, i rigori e i calci di punizioni, quindi i tiri da fuori area – secchi e a giro, con il collo e con l’esterno – rendendoli quasi meccanici. Ci aggiunge il colpo di testa. Aumenta sensibilmente il grado di cinismo davanti al portiere.

Ma al di là della caterva di gol – alcuni bellissimi – la traccia più importante che Antonio Di Natale ha lasciato nel calcio italiano è una metafora della vita. Ci sono pochi geni che possono permettersi di essere svogliati (Baggio, Totti, lo stesso Del Piero) e tante persone che necessitano di esercitarsi. Tra queste, ce ne sono alcune che posseggono un talento che rende le cose più facili. Il talento è naturale e trae in inganno: si rivela perfettamente inutile, anzi è nocivo, se non è allenato con costanza, pazienza e con una cura maniacale dei dettagli. La storia del calcio italiano è piena di giocatori che solo con il talento – anche superiore a Di Natale – hanno costruito una carriera di rimpianti.

Di Natale

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Totò Di Natale, invece, il suo talento l’ha coltivato. L’ha quasi tutelato. E non ha rimpianti. Ha ottenuto tutto quello che poteva ottenere dal suo tempo. Un tempo di declino del calcio italiano, nel quale ha avuto “la colpa” di esserne la migliore espressione offensiva. Un tempo in cui la Nazionale si sentiva orfana di Totti e Del Piero e non poteva vedere in Di Natale l’uomo del futuro essendo un quasi coetaneo dei due. Invano, sperava in Cassano e Balotelli.

La Nazionale è stato il capitolo più controverso della carriera di Antonio Di Natale, in cui però è riuscito a scrivere la personale pagina del riscatto. Anche in questo, Di Natale è stato atipico. Quel riscatto, retorica che accompagna il calciatore di talento del Sud che emigra al Nord, Di Natale l’ha conosciuto come un sentimento da consumare esclusivamente con la maglia azzurra. Nel 2008, il suo rigore fallito ai quarti di finale, ha aperto il ciclo d’oro della Spagna che avrebbe vinto quell’Europeo e poi il Mondiale del 2010. Quel rigore fallito è stata la spada di Damocle su Donadoni che intorno a Di Natale aveva costruito le qualificazioni a Euro 2008; è stata quindi una pugnalata per Di Natale che diventava il volto di una sconfitta e di un biennio vissuto con la voglia di rivedere Lippi al comando.

Di Natale ha aspettato quattro anni, ha partecipato da comprimario a un mondiale tragicomico, ha riconquistato la maglia azzurra per l’Europeo del 2012 a 35 anni. Al 55’, durante la prima partita dei gironi, ha preso il posto di Balotelli. Quattro minuti dopo, imbeccato da Pirlo, ha spiazzato Casillas senza sbatter ciglio. Ha esultato urlando, lui che era solito sorridere facendo l’aereoplanino. La Spagna avrebbe pareggiato subito e il primo luglio avrebbe conquistato il secondo Europeo battendoci in finale con un 4-0 senza storie. In quella finale Di Natale entra all’inizio del secondo tempo sostituendo Cassano. Non possiede l’ispirazione divina per poter deviare le rotte del destino, ma ha il volto di chi non potrà vivere di rimpianti.

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