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Ariel Ortega, il campione con la faccia sempre triste

By 22 Marzo 2021

La malinconica e meravigliosa storia di un presunto fenomeno argentino in cui ci siam rivisti perché orfani del Diez

Ripensando al calcio artigianale del secolo scorso, dove il talento sembrava ancora avere la meglio sulla fisicità, si prova nostalgia. Ariel Ortega sembra essere uno di quei figurini da collezionismo da tenere nella teca e rimirare per ricordare quei tempi: un passato che rimanda a storie che non finiscono sempre con un lieto fine e a volte hanno il sapore del rammarico, ma che si legano alla giovinezza e agli occhi di chi invecchia restando bellissime. Un pocome i suoi dribbling, che lo resero uno di quei lampi che sembrano poter illuminare a giorno la notte, ma che inevitabilmente durano troppo poco.

Una magnifica estate

Il 1998 è lanno in cui la Sampdoria può spendere 23 miliardi di lire per acquistare un titolare della nazionale argentina e ambire a una zona UEFA e la Serie A ha sette potenziali candidate allo scudetto.

Ortega arriva a Genova dopo che ha vissuto una stagione non brillante a Valencia e ha già fatto la storia al Rivel Plate. Mantovani, che alla Sampdoria donerà tantissima passione e grandi risorse, lo definì Un grandissimo talento” non mettendone mai in dubbio il valore, e anzi offrendo una lettura particolare qualche giorno prima del suo tesseramento in blucerchiato: Se Passerella, un tecnico a mio giudizio non portato allestrosità, lo fa giocare, di fatto il suo benestare mi sembra già un gesto abbastanza significativo”.

Stu Forster/Allsport

Una frase che sottintende una speranza, forse, ed è l’ennesimo ponte fra ieri e oggi che si può trovare in questa vicenda: quanto si può inscatolare lunicità del giocatore fuori dagli schemi in una logica collettivista? Quanto il talento puro può incanalarsi fino a diventare risorsa di un gruppo, e non forma di divinazione dell’individuo?

Quesiti ancor oggi dibattuti guardando tutti i migliori che sono venuti dopo, e le cui risposte solitamente corrispondono alla vittoria o all’oblio.

Passerella, che Ortega seppe valorizzarlo in Argentina, è per il presidente sampdoriano garanzia di unoperazione che, in un mondo dove il web è ancora un qualcosa di estremamente raro, le uniche fonti per scoprire questo giocatore così esotico sono solo i giornali e la TV, che offre poche immagini prese da pellicole scolorite arrivate da oltre oceano. In quei filmini su VHS sparati nei notiziari sportivi allora di pranzo Ortega appare veloce, funambolico, decisivo come solo chi è in grado di dribblare in quel modo sa fare, e pazienza se Claudio Ranieri in Spagna lo abbia bocciato durante la sua stagione al Valencia. 23 miliardi sembrano pure pochi nelle leggende che la vox populi partorisce, pensando a cosa possa fare uno così insieme al giovane Vincenzo Montella.

 (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

C’è poi un aspetto più collegiale che è bello rilevare, ripensando a tutto questo: in quellestate il calcio italiano sembra potersi permettere ogni capriccio, forte anche della presenza di Ronaldo allInter e Del Piero alla Juventus (in quel momento i calciatori più forti del pianeta), e la sensazione è che qualsiasi talento da noi possa esplodere, anche il più anarchico, il più ingestibile.

Ricordi di un campione triste

Lo chiamavano El Burrito perché dinoccolante e sempre pronto a infiammarsi, fino a sfidare le regole con una provocazione come una simulazione o più spesso di una magia, come un pallonetto (uno dei suoi colpi ad effetto) in una partita decisiva. Col senno di poi, forse quel nome è arrivato grazie a un destino con molto senso dell’umorismo che per lui immagina un cammino più da Lucignolo ribelle che non riesce a tornare dal Paese dei Balocchi.

Oggi la sua carriera è ricordata per i suoi picchi negativi toccati a causa dell’alcolismo e di un carattere forse non formato del tutto: la fuga dal Fenerbahçe dopo la pausa delle nazionali, nel febbraio 2003, per tornare a casa con i propri amici del River Plate sembra più il grido di dolore di un adolescente che scappa dal collegio perché rifiuta di crescere che un atto di diserzione vero e proprio. Proprio perché più consapevoli e invecchiati anche noi che l’abbiamo visto giocare, possiamo osservare le gesta da lontano e stupirci, un po’ come quando si riscopre dopo decenni un romanzo meraviglioso che diventa finalmente best seller.

(Photo by Clive Brunskill/Getty Images).

Ortega è stato al calcio quello che Stoner di John Williams è stato alla letteratura: una malinconica, meravigliosa storia qualsiasi di un qualunque fenomeno argentino in cui rivedersi perché orfani del Diez, anche se il suo ventennio di carriera oggi è ricordato solo dagli amanti di calcio sudamericano e qualche nostalgico della Serie A anni ’90.

Il suo ruolo non poteva essere il trequartista, il 10, che con l’alba del nuovo millennio muta definitivamente proponendo identità nuove e anche meno romantiche. In campo la sua funzione spuria si schianta con quella funzionalità corale che oggi è fattore igienico nel calcio moderno. Ortega già allora, in questo scenario da The Last Dance della razza dei fantasisti, sembra essere quasi un lusso che squadre come la Sampdoria e il Parma, e da lì le squadre che lo vestiranno provandolo a redimerlo dai suoi demoni, sembrano non potersi più permettere. Ortega, come Adriano qualche anno più tardi, non potrà garantire quello che la libertà di cui avrebbe bisogno lo obbligherà a produrre, in numero di gol, assist e contributo al gruppo.

Quella maledizione che lo colpirà anche in nazionale, con cui giocherà tre Mondiali (due da titolare, indossando la 10), vittima dello psicodramma collettivo che affligge la Selección del dopo-Maradona facendola diventare quando conta una squadra normale a prescindere dagli uomini che schiera.

È però in albiceleste che forse si può rintracciare uno dei suoi gol più rappresentativi: non il più bello e spettacolare, ma uno che forse lo sa sintetizzare al meglio. Non è ai livelli del capolavoro contro il Quilmes del 1992 o del tocco beffardo con cui batte Pagliuca con la Samp contro l’Inter: a pensarci è anche un gol inutile, dato che è siglato in un’amichevole contro l’Irlanda il 22 aprile 1998.

Claudio Villa /Allsport

Al 40’ Ortega raggiunge una palla lanciata in profondità sulla sinistra dell’area, rincorso da due avversari: all’altezza dell’area piccola stoppa la palla e cambia direzione, facendo sbilanciare Harte che lo insegue.

Given gli si para davanti in uscita e comincia a indietreggiare verso il centro del campo: uno, due tocchi e stop, terzo tocco, con Given che continua a guardarlo, Harte che si è rialzato e prova a rincorrerlo e Breen che dopo aver cercato il centro dell’area piccola riesce per andare in pressione. A quel punto Ortega è all’altezza del dischetto del rigore, e mentre gli avversario provano di nuovo a chiuderlo lui ha già caricato il tiro e fatto partire una parabola che, morbida, cala sul secondo palo senza che nessuno possa fermarla.

Forse Ortega sa stare tutto qui dentro, in questi pochi secondi, perché c’è tutta la sua essenza. Il suo essere fortissimo ma poco rilevante per le classifiche di rendimento e gli almanacchi, nonostante sia stato veramente meraviglioso.

Lo ricordiamo anche per questo, in quell’estate del 1998 dove sembrava in Italia fosse sbarcato l’ennesimo erede di Maradona. Possibile che sia stato veramente così, e solo la sfortuna e la debolezza di un’anima che resterà sempre giovane ci abbia impedito di vivere fino in fondo questo sogno.

One Comment

  • Giuseppe ha detto:

    Giocatore che non seppe salvare la Samp, che infatti retrocesse per colpa di vari fattori. Di Ortega ricordo il gol vs Inter con un pallonetto fantastico, ma anche la ammonizione seguente per essersi tolto la maglia e la conseguente squalifica che gli fece saltare la partita dopo.

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