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Arturo Vidal, un guerriero senza esercito

By 28 Febbraio 2020

Il centrocampista sta vivendo un momento paradossale: lontanissimo dalla vecchia filosofia del Barcellona, ora è diventato un giocatore indispensabile per i blaugrana

Prima un’entrata di quelle che sarebbe meglio non fare mai, poi il litigio, a muso duro, fronte contro fronte, infine quel “Forza Juve” gridato in faccia al San Paolo che lo fischia, all’uscita dal campo dopo essere stato espulso. In quello che è successo al minuto 89 di Napoli-Barcellona c’è praticamente tutto il momento attuale di Arturo Vidal.

Nervoso e frustrato, spaesato e confuso, nella paradossale situazione di sentirsi fuori luogo eppure stranamente indispensabile in un Barcellona che sta mutando, tentando con fatica di ritornare alla sua filosofia d’origine, un contesto tecnico e tattico che teoricamente non dovrebbe essere roba per Vidal, che comunque gioca.

Quando sarà squalificato nella gara di ritorno al Camp Nou, il cileno mancherà al Barcellona e a Setién, lo stesso allenatore che al suo arrivo al Barça lo bocciò. “Tatticamente disordinato”, disse l’allenatore appena arrivato al posto di Valverde. E cinque giorni dopo rincarò la dose: “Deve capire la sua posizione”.

La posizione è un concetto fondamentale nella storia tattica del Barcellona e nel calcio di Setién, più cruijfista di Cruijff, più guardiolano di Guardiola. La posizione è un concetto invece flessibile nell’idea di calcio di Vidal, anarchico per definizione.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Si direbbe una situazione di totale incompatibilità, e forse lo è pure, ma la realtà racconta qualcosa di completamente diverso e inaspettato. Da quando il Barcellona ha cambiato allenatore, Vidal non ha perso protagonismo. Setién continua a mostrare insofferenza nei suoi confronti ma intanto sembra non poterne fare a meno. E non è solo una questione di rosa corta. Il Barcellona non può fare a meno di Vidal perché Vidal è un giocatore unico nel suo genere, per questo Conte lo voleva più di Eriksen e per questo il Barça ha rifiutato le offerte nerazzurre. Per tenerlo al Camp Nou si sono mossi anche i senatori della squadra, che l’hanno convinto a fermarsi almeno fino a giugno.

Vidal non è giocatore da dogmi cruijffiani, non è uno che crea equilibri e costruisce geometrie, piuttosto è uno che rompe i primi e distrugge le seconde. Ecco perché gioca meno di quanto vorrebbe, ed ecco perché – allo stesso tempo – è indispensabile per il Barça.

Le sue statistiche sono impressionanti, quelle di una carriera, ma anche quelle di quest’anno. Dal 2011 a oggi non ha mai perso un campionato nazionale, vincendo con Juventus, Bayern Monaco e Barcellona. In mezzo ci ha infilato anche due Copa America col Cile, nel 2015 e nel 2016. Da quando è al Barça ha trovato una collocazione un po’ meno centrale di quella che aveva alla Juventus e che ha in nazionale, ma non per questo risulta meno determinante.

(Photo by Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images)

Quest’anno Vidal ha giocato 20 partite in Liga, da mezzala, talvolta da trequartista spurio, persino da attaccante ombra aggiunto. Ha segnato 6 gol in 837 minuti. L’anno scorso ne fece la metà con 1.928 minuti in 33 presenze, sebbene fu capace di aggiungere 7 assist.

La sua maggior redditività fa a pugni con un utilizzo che è andato decrescendo, motivato esclusivamente dall’arrivo di Frenkie de Jong, il centrocampista più impiegato di tutta la rosa con 2.739 minuti in campo. Nella mediana a tre del Barça, Vidal è il terzo ad aver giocato di più in stagione, il quarto se si considera anche Sergi Roberto, che però spesso e volentieri fa il terzino destro. Il cileno mette insieme 1329 minuti in tutte le competizioni, 13 più di Rakitic.

Vidal però ha caratteristiche uniche per il Barcellona. Una fisicità dirompente che gli permette una straordinaria efficacia in fase di non possesso. Con 4,5 contrasti riusciti e 6,4 tentati per 90 minuti, è il miglior giocatore della Liga in questo fondamentale (chi gli sta davanti ha troppi pochi minuti perché le statistiche siano attendibili). Il secondo del Barcellona, Sergio Busquets ne conta 3 riusciti e 4,1 tentati. La sua capacità di corsa e la sua propensione al tackle permettono di restituire dinamismo a una squadra abituata a far girare più il pallone che le gambe, e anche quello, ultimamente, in maniera molto più lenta di un tempo.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Nell’andata della semifinale di Champions League vinta contro il Liverpool nella scorsa stagione, era stato il migliore in campo, forse persino più di Messi, tanto che alla fine Valverde lo fece giocare anche al ritorno, a furor di popolo ma fuori ruolo, da esterno destro di centrocampo. Andò a finire come tutti sanno, e forse non è un caso che il quarto gol, quello che sancì l’eliminazione del Barcellona, sia arrivato appena 4 minuti dopo l’uscita dal campo del cileno.

Vidal riempie spazi lasciati vuoti, lo fa in fase difensiva ma anche in quella offensiva. A rendere speciale l’apporto in attacco del cileno è la qualità dei suoi inserimenti senza palla. Il Barcellona di Guardiola costruì il proprio mito su un centrocampo composto sa giocatori come Iniesta, Xavi e Busquets, che non avevano esattamente quel tipo di caratteristiche. Nel recente tentativo di riportare il gioco blaugrana ai fasti di quell’era, si è cercato di ricostituire una linea mediana fatta di palleggiatori puri come Arthur e De Jong. In questo contesto, Vidal è un’anomalia necessaria e indispensabile. Una delle poche variazioni possibili a uno spartito che rischia di diventare monotono, dà verticalità a un reparto che spesso indugia su un’orizzontalità lenta e a tratti leziosa. La sua abilità nello staccarsi e inserirsi senza palla tra le linee dona un tocco di imprevedibilità alla squadra, risultando un’arma in più anche sui calci piazzati dalla trequarti, come accaduto nella semifinale di Supercoppa di Spagna contro l’Atletico Madrid in occasione del gol annullato a Piqué.

BARCELONA, SPAIN – JANUARY 04: Arturo Vidal of FC Barcelona celebrates after scoring his team’s second goal during the La Liga match between RCD Espanyol and FC Barcelona at RCDE Stadium on January 04, 2020 in Barcelona, Spain. (Photo by David Ramos/Getty Images)

Nello scacchiere del Barça di Valverde, Vidal è stato praticamente l’upgrade di Paulinho. Il brasiliano arrivò tra lo scetticismo generale nell’agosto del 2017, pagato 40 milioni e andò via un anno dopo tornando al Guanghzou Evergrande per la stessa cifra, dopo una stagione da 9 gol in 34 presenze in Liga. Il suo addio avrebbe creato un gap di dinamismo difficilmente colmabile non fosse stato per l’ingaggio di Vidal. Allo stesso modo, la partenza del cileno lascerebbe il Barcellona orfano di una soluzione tecnica unica in rosa, impossibile da reperire sul mercato a gennaio. Anche ora che l’allenatore e l’idea di calcio che si porta dietro sono cambiati.

E nonostante tutto questo, Vidal continua a non essere un giocatore da Barça e il Barça, forse soprattutto questo Barça, continua a non essere una squadra per Vidal. Nel contesto di un gruppo che viaggia a ritmi sempre più ridotti, il cileno appare quasi un condottiero senza esercito, un guerriero che si lancia al galoppo senza che nessuno lo segua e lo sostenga. Pronto a far la guerra da solo per un pallone, incompreso e incapace di comprendere i compagni. In guerra contro tutti, arrabbiato con il mondo, ostaggio di un calcio che non è il suo. Una belva rinchiusa in una gabbia, dorata forse, ma non per questo meno costringente.

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