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Ascesa e precoce declino di Wesley Sneijder

By 29 Giugno 2020

Nei giorni scorsi è uscita la biografia di Wesley Sneijder, scritta dall’ex addetto stampa della nazionale olandese. Ecco la storia di un uomo che ha segnato un’epoca del calcio olandese (e non solo) prima di consegnarsi a un malinconico declino tra Costa Azzurra e Golfo Persico

 

C’è stato un momento in cui Wesley Sneijder avrebbe potuto diventare come Pelè. Si trattava, ovviamente, di una mera questione di numeri, ma quando l’allora interista scese in campo l’11 luglio 2010 a Johannseburg per la finale del Mondiale sudafricano tra Olanda e Spagna era davvero a un passo – primo e finora unico caso nella storia – dall’eguagliare Pelè nel centrare l’incredibile combo triplete-coppa del mondo.

Nel 1962 il fuoriclasse brasiliano aveva vinto con il Santos campionato, coppa nazionale e Copa Libertadores (dove segnò una doppietta in finale al Penarol Montevideo), per poi volare in Cile e laurearsi per la seconda volta consecutiva campione del mondo – pur non scendendo più in campo dopo la seconda partita causa infortunio. Ciliegina sulla torta, la Coppa Intercontinentale messa in bacheca sul finire dell’anno. Sneijder avrebbe fatto altrettanto con l’Inter, con la sostanziale differenza che il suo Mondiale si era concluso sul secondo gradino del podio.

La recente uscita della biografia Sneijder, scritta con l’ex addetto stampa della nazionale olandese Kees Jansma, ha riportato sotto i riflettori un giocatore che, piaccia o meno, ha segnato un’epoca del calcio olandese, prima di consegnarsi a un malinconico declino tra Costa Azzurra e Golfo Persico, puntellato da varie disavventure extra calcistiche le cui radici affondano in quei passaggi della sua carriera professionistica (a Madrid in primis) riprese in questi giorni dalla stampa sportiva internazionale dopo la pubblicazione delle prime anticipazioni dell’opera.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Una canzone del misconosciuto cantautore John Murry recitava così: “what keeps me alive / it’s gonna kill me in the end”. A livello sportivo, per Sneijder è stato così: la furia da invasato che ha forgiato il suo stile di gioco gli ha permesso di andare oltre i propri limiti fino ad arrivare al top, ma nel contempo lo ha prosciugato, trasformando la sua carriera post-Inter (club lasciato non ancora 30enne) in una semplice appendice dagli spunti sempre più rari. Wesley Sneijder rimane però un grandissimo calciatore, e Quattrotretre ha voluto omaggiarlo.

Sistema DOS

DOS significa Door Oefeningen Sterk, ovvero forte attraverso l’allenamento. Il DOS era una delle squadre delle città di Utrecht, e l’unica ad averle regalato un titolo nazionale olandese. Accadeva nel 1958. Dodici anni dopo è arrivata la fusione con Elinkwijk e Velox, altre due squadre cittadine, per dar vita all’Fc Utrecht. Il DOS è però rimasto attivo con una sezione amatoriale, nella cui si sede si presenta, nell’estate del 1989, un bambino di nome Wesley Sneijder.

È  nato il 9 giugno 1984 ad Utrecht da Barry Sneijder e Sylvia Thiele, e abita ad Ondiep, distretto operaio nella zona nord-occidentale della città. Il piccolo adora Romario, che all’epoca spopola in Olanda con la maglia del Psv Eindhoven, e in campo non perde occasione per imitarne i movimenti, specialmente quel doppio passo che si conclude con un tunnel ai danni dell’avversario.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Una volta intuite le qualità del figlio, è proprio Barry Sneijder, ex calciatore dilettante (DOS e Odin le sue squadre), a contattare l’Ajax, nelle cui giovanili milita già il primogenito Jeffrey. L’occasione propizia sono i Talentendagen, i provini di selezione organizzati dal club di Amsterdam. “Ogni volta che ne terminava uno”, ricorda Sneijder, “ti comunicavano se avessi dovuto ripresentarti a quello successivo. Ero sempre nervoso durante questi test, ma solo fino al momento di entrare in campo. Alla fine arrivò la grande notizia, sotto forma di una lettera firmata dall’allora direttore tecnico Louis van Gaal: ero stato selezionato. Ricordo ancora la data della missiva: 1 maggio 1992”.

Accademia Ajax

Nell’Ajax tutte le squadre giocano con lo stesso modulo, il 4-3-3 (in passato predominava il 3-4-3, oggi utilizzato sporadicamente), e vengono adottati gli stessi criteri valutativi ad ogni livello. Il metodo viene chiamato TIPS, acronimo di Techniek, Inzicht, Persoonlijkheid e Snelheid, ovvero Tecnica, Visione di gioco, Personalità e Velocità. Il primo allenatore di Sneijder si chiama Patrick Landru, insegnante di attività sportiva presso l’accademia di polizia di Amsterdam. “Da Landru ho imparato molto”, ricorda Sneijder. “Per prima cosa, ad usare il piede sinistro come il destro”.

Uno degli strumenti di allenamento preferiti da Landru è il “soccerpal”, ovvero una palla chiusa in una rete la cui estremità poteva essere tenuta tra le mani oppure appesa ad un gancio sul muro. Uno strumento che permette una notevole varietà di esercizi, utile per affinare la tecnica e la sensibilità nel controllo di palla.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Quando anni dopo in televisione compariranno le immagini Sneijder bambino mentre si allenava con il “soccerpal”, l’attrezzo diventerà un must per tutti i ragazzini olandesi aspiranti calciatori. L’altro allenatore fondamentale nella formazione calcistica di Sneijder è Jan Olde Riekerink, ex giocatore professionista che da fermo riesce a piazzare la palla sotto l’incrocio con la stessa facilità con la quale si beve un caffè. “Ogni allenamento con lui terminava con sessioni extra finalizzati al perfezionamento della mia capacità di calcio: lanci da trenta-quaranta metri, punizioni dal limite, conclusioni dalla distanza”.

 

La prima cosa bella

Nel giugno 2002 Wesley Sneijder viene eletto giocatore dell’anno del settore giovanile Ajax. Lo Jong Ajax era reduce da un’annata di alto profilo, nella quale aveva anche sfiorato uno storico risultato: diventare la prima compagine Primavera (in Italia diremmo così) a raggiungere la finale della coppa d’Olanda. Il sogno si era infranto in semifinale contro l’Utrecht di Dirk Kuijt, che aveva sconfitto i giovani ajacidi 3-2. Sneijder quel giorno non era in campo a causa di un problema muscolare.

Per il suo allenatore, Danny Blind, i tempi però sono maturi perché il ragazzo si affacci in prima squadra. Ronald Koeman, l’allora tecnico dell’Ajax, lo convoca per la prima volta nell’autunno 2002. Novanta minuti seduto in panchina in casa dell’Excelsior Rotterdam. Ma Sneijder è ormai nel gruppo. Lo chiamano mannetje (ometto) per la sua stazza non propriamente gigantesca, che però non gli impedisce di sfoderare una grinta ed una determinazione da grande giocatore.

 

Un’ottima annata

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

“Sneijder rappresenta il perfetto mix tra qualità, quantità e costanza di rendimento, e a dispetto della giovane età gioca con la sapienza e la freddezza di un veterano”. Con queste parole Johan Cruijff consegna al giocatore il riconoscimento quale miglior talento olandese del 2003, che gli permetterà di aprire una Cruijff Court (una scuola calcio), come previsto dal regolamento del premio. Il 2003 è infatti l’anno della consacrazione per il ragazzo di Utrecht. I fatti, in rapida successione: esordio in Eredivisie il 6 febbraio a Tilburg in un Willem II-Ajax 0-6; debutto in Champions League il 26 febbraio all’Amsterdam ArenA in uno 0-0 tra Ajax e Arsenal (“giocai non più di due minuti, e fu il primo incontro in vita mia nel quale non toccai letteralmente palla”); primo gol in Eredivisie, segnato il 13 aprile a Breda contro il Nac (“vincemmo 3-0, io aprii le marcature con un tiro di destro su angolo di Andy van der Meyde”);  debutto in nazionale il 30 aprile in Olanda-Portogallo 1-1; firma del suo primo contratto da professionista, un quinquennale, a fine stagione; prime reti “europee” con Ajax e Olanda, rispettivamente il 12 agosto (Sturm Graz-Ajax 1-1, preliminare di Champions) e l’11 ottobre (Olanda-Moldavia 5-0, qualificazioni a Euro2004).

Infine le sue due partite più belle dell’anno: doppietta all’Heerenveen in Eredivisie (per la prima volta Sneijder viene nominato MVP), e soprattutto strepitosa prestazione nei play-off per l’Europeo contro la Scozia, sotterrata 6-0 dagli olandesi, con Sneijder autore di tre assist. Standing ovation per Wesley; a 19 anni ha disputato la partita perfetta. Qualche titolo di giornale: “Scozia sotterrata dal piccolo maestro” (Brabants Dagblad); “Sneijder-show: così si calcia un pallone” (De Gelderlander); “L’ometto di Utrecht è l’orgoglio dell’Olanda intera” (Algemeen Dagblad).

 

 

Amsterdamned

“Fuck you”. Nell’agosto del 2004 Sneijder “ringrazia” così Ronald Koeman dopo aver realizzato la rete del momentaneo pareggio nell’incontro valevole per il Johan Cruijff Schaal, la Supercoppa d’Olanda, contro l’Utrecht, persa 4-2. Un labiale ripreso da tutte le telecamere che aveva reso elettrico un ambiente già scosso dall’affare-Trabelsi (il tunisino era ricorso alle via legali contro il club) e dalla frattura nello spogliatoio tra i due galli nel pollaio Ibrahimovic-Van der Vaart. Dopo le lodi, per Sneijder è tempo delle prime critiche. La panchina mal digerita, qualche atteggiamento da bulletto, il soprannome “il nuovo pitbull” – omaggio a Edgar Davids – forse preso un po’ troppo sul serio, e soprattutto per il verso sbagliato.

Il titolo nazionale conquistato qualche mese prima – il primo “scudetto” vinto da Sneijder – sembrava aver montato la testa a più di un giocatore. Le turbolenze interne rappresentano il preludio all’esonero di Koeman. Seguiranno Ruud Krol (ad interim), Danny Blind e poi Henk Ten Cate (“come Mourinho, Ten Cate è l’allenatore che più di tutti ha capito le mie qualità, e in base a quelle mi ha messo nella giusta posizione in campo, avanzando il mio raggio di azione”). Ma la Eredivisie non tornerà più ad Amsterdam. Sneijder decide di fare le valigie nel 2007, al termine della sua quinta stagione in maglia ajacide, la migliore. Libero di agire sulla trequarti dopo anni come interno sinistro in una mediana a tre, Wesley chiude con 18 reti in campionato, cifra record per un centrocampista in Eredivisie. Un altro primato lo stabilisce il Real Madrid, pagandolo 27 milioni di euro. Mai l’Ajax aveva incassato tanto per un proprio giocatore.

 

Toro loco

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

Madrid è il paradiso di ogni giocatore, ma può diventare anche l’inferno. In due stagioni Sneijder conosce entrambe le facce della medaglia. Una prima annata positiva, da mezzala sinistra o interditore davanti alla difesa; prime uscite fulminanti (il derby contro l’Atletico, la doppietta più assist nel 5-0 al Villareal) e un finale in leggero calando. Decisamente negativa per contro la stagione seguente, composta quasi esclusivamente da infortuni, prestazioni mediocri e problemi extra-calcistici.

In quest’ultimo caso si tratta del divorzio dalla moglie Ramona Streekstra (la coppia ha un figlio, Jessy, nato nel settembre 2006). “A Madrid ho vissuto una bella esperienza ma ho anche buttato via un anno della mia carriera. Tanti infortuni e una condotta fuori dal campo  non propriamente da atleta”.  Eppure nel mezzo c’era stato il grande Europeo disputato con l’Olanda, un torneo nel quale Sneijder era risultato, assieme all’ex compagno nel vivaio Ajax Nigel de Jong, il migliore degli oranje. Tecnica, personalità e un pregevole gol all’Italia, votato miglior rete della manifestazione. Travolgente nel proprio girone, l’Olanda si ferma sul più bello, ai quarti di finale, imbrigliata dalla Russia di Guus Hiddink, che la sconfigge usando le sue stesse armi: il gioco.

 

La prova del nove

È una palla gonfia di rabbia e frustrazione quella scagliata da Wesley Sneijder il giorno di Ferragosto del 2009 in una delle porte dell’Anoeta di San Sebastian. Una sassata da 25 metri che chiude la pratica Real Sociedad, tappa spagnola nel fitto programma di amichevoli estive del nuovo Real Madrid “Galactico” di Florentino Perez. Una squadra nella quale per il play olandese non sembra esserci più posto. Nemmeno la disponibilità mostrata dal giocatore ad essere utilizzato in un ruolo non suo, quello di centrocampista centrale difensivo, contribuisce a mutare il clima di smobilitazione imminente per la nutrita colonia oranje della Casa Blanca.

Ruud van Nistelrooy, Klaas-Jan Huntelaar, Rafael van der Vaart, Arjen Robben, Royston Drenthe e, appunto, Wesley Sneijder. Tutti sul mercato, per lasciare il posto alle nuove stelle. Tanto più che la Liga spagnola concede ad ogni club il possesso di solo 25 “fichas”, cartellini, mentre il Real è prossimo alle trenta. E allora sotto a chi tocca. La telenovela Sneijder si chiude il 26 agosto: contratto quinquennale con l’Inter da 4 milioni di euro a stagione, e 15 milioni versati nelle case degli spagnoli. L’olandese sbarca a Milano con la nuova compagna, Yolanthe Cabau van Kasbergen, attrice, modella e presentatrice. In breve tempo diventeranno la coppia più glamour d’Olanda, ricevendo anche qualche critica per l’eccessiva sovraesposizione mediatica. In campo però nessuno strascico. L’esordio con i fiocchi nel derby della Madonnina, terminato 4-0 per l’Inter, è il preludio ad una stagione indimenticabile. Dopo Faas Wilkes, Wim Jonk, Dennis Bergkamp, Aaron Winter, Clarence Seedorf, il fratello Chedric (solo nelle giovanili), Edgar Davids e Andy van der Meyde, Wesley Sneijder è il nono tulipano a vestire la maglia dell’Inter. Il migliore.

 

Triplete

©Jonathan Moscrop – LaPresse

È una linea sottile quella che separa il grande giocatore dal campione. Una linea che Wesley Sneijder varca il 22 maggio 2010 a Madrid quando un suo assist, il 15esimo stagionale, manda in gol Diego Milito per l’1-0 dell’Inter sul Bayern Monaco. L’atto conclusivo di una tripletta che resterà negli annali e alla quale l’olandese partecipa in maniera decisiva. Il talento funzionale ai successi della squadra. A Milano Sneijder trova ciò che gli mancava per diventare un top player: un allenatore del calibro di Josè Mourinho. Il tecnico portoghese sfrutta al meglio l’atipicità di Sneijder nell’interpretare il ruolo di trequartista.

Il nazionale oranje ricama, inventa e finalizza come un classico numero 10, ma nel contempo sa essere determinante anche in fase di non possesso, quando bisogna sporcarsi le mani nel lavoro di copertura. Perché malgrado il 4-2-1-3, modulo sulla carta aggressivo e votato all’attacco, il principale punto di forza dell’Inter risiede nel non far giocare l’avversario. Lo dimostrano i numeri della Champions: Inter 11esima come media-reti per partita, 17esima riguardo ai tiri in porta, 19esima come possesso palla. Contro il muro di cemento armato eretto dai nerazzurri si fermano i campioni d’Inghilterra (Chelsea), di Spagna (Barcellona) e di Germania (Bayern Monaco). Qualità insomma, ma anche quantità. Proprio come Sneijder, play-maker con la grinta di un mediano.

 

L’ultimo samba

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Dal gol al Brasile ai quarti di Sudafrica 2010 al Mondiale in Brasile, in quattro anni il mondo di Sneijder è cambiato. Dai grandi palcoscenici internazionali alla periferia (di lusso) di Istanbul con il Galatasaray, dove l’olandese è ricordato in Italia sopratutto per avere eliminato con un suo gol la Juventus di Antonio Conte dalla Champions. Ma con il passare delle stagioni in Turchia è sempre più frequente vedere Sneijder arrancare sulla trequarti del Galatasaray dopo una quarantina scarsa di minuti. In Brasile però le ultime stille di energia lo ripropongono interno di quantità e qualità come ai bei tempi, tanto che la stampa olandese inizia a soprannominarlo Lazzaro.

Nei mesi precedenti al Mondiale il ct Louis Van Gaal lo aveva pungolato a più riprese, togliendogli la fascia di capitano e mettendo in dubbio il suo posto nell’undici oranje. Sneijder aveva così deciso di ingaggiare il kickboxer turco Gokhan Saki come preparatore privato, sottoponendosi a durissime sessioni al termine delle quali dovevano raccoglierlo  – ipse dixit – con il cucchiaino. Un cura rigenerante che in Brasile mostra i suoi frutti, con partite di sostanza a distanza ravvicinata l’una dall’altra, culminate con la rete liberatoria nell’ottavo di finale contro il Messico, con il pallone scagliato in rete alla velocità di 121.2 chilometri all’ora. Dentro ci sono tutte le frustrazioni accumulate negli ultimi mesi, incanalate nel modo migliore. La medaglia di bronzo è finale è la degnissima conclusione di una parabola in arancione di grande spessore: con 31 gol in 134 presenze è il miglior marcatore di sempre tra i centrocampisti dei tulipani.

 

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