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Ascesa e prematura eclissi di Wayne Rooney

By 24 Ottobre 2020

Compie oggi 35 anni un attaccante dalla faccia calcestruzzo che ha visto il suo talento esaurirsi troppo presto

Locke, nel film omonimo di Stephen Knight, è alla guida della sua auto nella notte, si sta allontanando dalla sua famiglia e dal suo lavoro perché lo aspetta un nuovo destino, forse non migliore, lui è costruttore di edifici, un abile capocantiere, uno che ha a che fare da decenni con il cemento e in un dialogo al telefono con chi lo deve sostituire più volte gli dice che deve essere quello giusto, altrimenti si aprono crepe e diventa pericoloso; quel calcestruzzo ricorda la faccia di Wayne Rooney: rozza, grezza, dura e resistente.

Una colata che viene dal quartiere popolare di Croxteh, Liverpool, zona sorta in maniera scomposta nell’immediato dopoguerra, è il primo di tre fratelli nati da padre disoccupato mentre mamma Jeanette è cuoca alla scuola “De la Salle Roman Catholic”, da bambino conosce sua moglie Coleen e intanto combina sfracelli in campo; nel 2001, a sedici anni, guadagna 80 sterline a settimana poi l’esordio precoce in Premier, i gol, tanti, la rabbia, di più, una forza devastante; in campo invecchia, sarà per i pochi capelli, la struttura tozza anche se non bassa, le cosce forzute, le mascelle robuste, quando gioca sembra trasformarsi in una vecchia gloria poi inizia a muoversi e ti accorgi che ha la testa e i piedi da fuoriclasse ma la sostanza e l’intensità di un mediano anni Settanta. La stessa impressione senile l’ebbe Elias Canetti di Brecht che nel secondo volume delle sue memorie scrive:

“Sembrava incredibile che avesse solo trent’anni; non aveva l’aspetto di un uomo invecchiato precocemente, ma di un uomo che è sempre stato vecchio”

 (Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)

Wayne l’anziano una volta uscito dal campo torna a essere giovane però ha bisogno di essere vecchio sin dal suo primo gol a poco dalla fine della partita, quando la sua squadra, l’Everton, sta pareggiando 1 – 1 con il Liverpool, con un tiro a giro in porta, dopo un elegante aggancio in allungo, che fa gridare al telecronista: “Remember the name: Wayne Rooney!”. Ora quell’uomo che ha tecnica dolcissima e irriverente, sfrontatezza, potenza vede il calcio come forza d’urto, contatto, la sua foga sembra venire dal rugby perché quando gioca vedi la bellezza del suo tocco ma senti anche il rumore delle ossa, dei muscoli, dell’anca, non c’è parte del corpo che Rooney escluda perché il calcio è uno sport, come ci hanno insegnato gli inglesi, che dichiara guerra ogni volta.

Il calciatore di Liverpool vede nell’estetica un impedimento alla vittoria se la trovi sufficiente allo spettacolo, la bellezza non sempre è necessaria, specie su un campo di calcio, le vittorie a certe latitudini si realizzano nel fango, nel ghiaccio, nella nebbia, nell’umido e meno quando si presenta il sole; il corpo di Rooney è antico e moderno, non ha bisogno di essere bionico perché il calcestruzzo è sia in campagna che in città, in collina e sulla costa.

C’è un’immagine di Wayne che ricorda Stanlio nei film degli anni Cinquanta, quelli della triste decadenza – se ne sta accosciato, coperto di sudore, la faccia tonda e lo sguardo smarrito dopo aver fermato a pochi secondi dalla fine in scivolata l’avversario che da solo stava correndo verso la porta, non solo gli strappa la palla dai piedi, mostrando la solita forza morale più che fisica, ma lascia partire un cross di rara bellezza che finisce sulla testa del suo compagno che segna e chiude la partita.

(Photo by Mark Robinson/Getty Images for Nike)

Il calciatore inglese è double, doppio, non è mai una sola cosa, anticipando i player – Barbapapà di oggi; il santone dell’Everton, prima amatissimo poi odiato per essere andato nella nemica Manchester, ha vari record: maggior numero di reti con la nazionale inglese, maggior numero di reti in Premier League con la stessa maglia (183, con il Manchester United) e maggior numero di reti sempre con lo United in tutte le competizioni ufficiali (253).

La sua foga furiosa esplode di continuo dentro quel corpo che mette insieme talento e azione da guerra, solo che a Wayne il vecchio capita che spesso lo fermino perché è ubriaco, che sia in auto o in aeroporto, che si faccia ore di servizio sociale, che si ritrovi tra le braccia di Jennifer Thompson e qualche anno prima di Charlotte Glover, sempre prostitute; e capita che Wayne il vecchio si penta, ricaschi, si penta di nuovo lasciandosi sempre benedire dall’alcool e non da acqua santa; lui cade, si rialza, ricade con le mani e la faccia dentro il pantano che delle volte diventa vivere.

Piegati in due come vecchi mendicanti,
storti di gambe, di tosse, di moccoli, di melma,
voltammo le spalle alle vampe insistenti
nel duro cammino al riposo lontano.
Sonnambuli in marcia, anche senza stivali,
calzati di sangue. Avanti, zoppi, ciechi,
ubriachi di stanchezza; sordi anche ai fischi
delle granate deluse ormai alle spalle.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

La fatica della guerra, la sua atroce insensatezza nella famosa poesia di Wilfred Owen è la stessa che prova Wayne il vecchio ogni volta che scende in campo ancora adesso nel Derby County, dove è allenatore – giocatore, di ritorno dopo due anni passati negli Stati Uniti; quasi più nessuno si accorge di lui che calza la vita pure se gli stringe i piedi e lo fa camminare male.

Lui è Hummer Rooney, come pure viene chiamato, il fuoristrada che sa stare dappertutto, dal velluto alle strade sterrate; calciatore esplosivo, che da solo copre il campo per intero come un camion che attraversa le statali; ci sono stati anni estatici e altri di dissenso, poi infortuni, risse, turpiloqui, abbandoni, la tensione dentro un corpo che avanza stracco di rabbia e di desiderio. Wayne il vecchio, quello dei tanti record, quello che rimpicciolisce e poi ingigantisce in zone del campo che nemmeno ti aspetti – dopo un gol baciò sulla maglia lo stemma del Manchester United, gesto clamoroso, offensivo per Liverpool che ha provocato uno sbrego tra lui e la sua città; adesso, mentre comincia a declinare, forse non ha più bisogno di essere vecchio – gli restano addosso la melma, la tosse e la stanchezza, quella che è di ogni parte di vita appena passata.

One Comment

  • G. An ha detto:

    Ciao complimenti per l’articolo leggo spesso i vostri pezzi e li trovo molto interessanti e mirati.
    Questa volta però ci tengo ad esprimere il mio disaccordo, per quanto Rooney abbia avuto i suoi momenti di sregolatezza fuori dal campo (comunque meno di altre legende che hanno calpestato i campi inglesi) e che adesso non si ritrovi in palcoscenici di primo piano, fatico a considerare che abbia avuto una “prematura eclissi” .
    Come hai raccontato nell’articolo, ha giocato per 13 anni nel Manchester United, vincendo tutto a livello di club e diventando il miglior marcatore dei Red Devils davanti a giocatori come Bobby Charlton e George Best, solo per fare due nomi ed anche a livello di nazionale, per quanto non abbia vinto nulla, è comunque ad oggi il miglior marcatore dell’Inghilterra.
    Inoltre, se tutto ciò non bastasse, ha realizzato dei gol fantastici come la rovesciata contro il Manchester City o la botta al volo con il Newcastle.
    Anche l’immagine della “triste decadenza” che hai raccontato io faccio tanta fatica a considerarla tale, di quel momento ricordo solo un immagine grandiosa di un calciatore che per quanto abbia vinto in palcoscenici ben più importanti e nonostante i suoi 33 anni sia l’unico giocatore della sua squadra a crederci e ad rincorrere l’avversario destinato ad andare a rete a porta vuota per più di 50 metri, rubargli il pallone con cattiveria in scivolata per poi lanciare un cross incredibile dalla trequarti proprio sulla testa del suo compagno e così da vincere la partita all’ultimo respiro, cosa che penso abbia fatto restare increduli ed estasiati i presenti.
    Per concludere ancora oggi fa quello che sa fare cioè giocare per 90 minuti con il coltello tra i denti da capitano nel derby country e ha iniziato pure ad allenare, quindi tanti auguri a Wayne Rooney e chissà magari riusciremo a vedere la sua “faccia di calcestruzzo” pure da allenatore dei Red Devils (o dell’Everton)

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