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Piccolo atlante delle squadre aziendali

By 26 Marzo 2020

Storia di piccoli e grandi club e delle aziende che li hanno creati

Un processo e un’accusa di tradimento. Si è concluso così il connubio più recente tra calcio e mondo dell’industria. Dieci anni fa a Fossombrone, nelle Marche, lo stilista belga Dirk Bikkembergs si vide contestare dalla Commissione provinciale tributaria di Pesaro un’evasione fiscale di circa 120 milioni di euro e, per tutta risposta, liquidò le proprie società e chiuse l’avventura del Bikkembergs Fossombrone, club portato in cinque  anni dall’Eccellenza a una promozione sfiorata in Serie C2 (la squadra perse ai play-off contro il Pisa).

Un esperimento unico, il suo: prendere una squadra locale e trasformarla in azienda, ribaltando gli schemi, ovvero testimonial ignoti in passerella e in primo piano non più quindi il volto vip, ma il marchio. Ecco quindi lo stilista belga che disegna le divise di gioco (in Italia sono le prime ad utilizzare come motivo decorativo i cerchi anziché le righe o la classica tinta unita), ripensa il logo e attira sponsor (la Samsung) impensabili per un club del calcio dilettante.

Fino alla citata contestazione fiscale, quando lui è già lontano dall’Italia, che accusa di tradimento e di un fisco “indegno di un paese civile”. Nel 2011 la Commissione tributaria regionale di Ancona riconosce, in secondo grado, l’insussistenza della contestazione iniziale. Ma il marchio ormai era stato venduto.

In Italia la squadra aziendale per antonomasia è ovviamente il Lanerossi Vicenza, nato nel 1953 quando il lanificio di Schio aveva salvato dal crac finanziario l’Associazione Calcio Vicenza coprendo un buco di 55 milioni di lire e, approfittando di un vuoto normativo nel divieto di sponsorizzazione imposto dalla Federcalcio (il veto di FIGC e Lega era previsto solo sul disegno delle maglie, non sullo stemma societario di un club), aveva utilizzato il logo dell’azienda come marchio del club.

Non una semplice sponsorizzazione, ma un’autentica acquisizione aziendale. La “R” blu simbolo della Lanerossi fa il giro d’Italia, con il culmine raggiunto nella stagione 77-78 quando il Lanerossi finisce secondo in campionato alle spalle della Juventus, vantando con il miglior attacco (50 gol), il miglior allenatore (“Gibì” Fabbri), il capocannoniere (Paolo Rossi) e il miglior giocatore (Roberto Filippi) della Serie A.

Eppure il connubio Lanerossi- Vicenza Calcio non rappresentava nemmeno un inedito in Italia, dal momento che negli anni Venti esisteva la Marzotto Valdagno, squadra nata nell’ambito del lanificio Marzotto e che nella stagione 60-61 vedrà tra le proprie fila, in Serie B, l’ex Inter Istvan Nyers. Curiosità nella curiosità: nel 1987 la Lanerossi sarà acquisita proprio dalla Marzotto. Da citare anche la squadra aziendale dell’Alfa Romeo, che annoverò tra le proprie fila un giovane Valentino Mazzola, e la Chinotto Neri, squadra romana del quartiere di Torpignattara, attiva (con questo nome) tra il 1950 e il 1957, con tipico cambio di colori sociali per richiamare quelli della bevanda. Una piccola Red Bull in salsa romana, decenni prima dell’avvento nel mondo del calcio del noto energy drink.

La Red Bull ha ridefinito il concetto di squadra aziendale, adattandolo al calcio contemporaneo attraverso la creazione di un network che, tra Salisburgo, Lipsia e New York, arriva a identificare il marchio attraverso una precisa filosofia che accomuna tutte le squadre del gruppo, tanto a livello di proposta calcistica (con ovvie variazioni tattiche apportate dai singoli tecnici) quanto di gestione manageriale, quest’ultima improntata a criteri di oculatezza economica e linea verde.

Marcel Sabitzer (Photo by ANP Sport via Getty Images)

Un’evoluzione poco pronosticabile quando, nel 2005, la Red Bull rilevò il SV Austria Salisburgo sconvolgendo i tifosi attraverso un radicale rebranding che prevedeva cambio di colori sociali, logo e addirittura la data di fondazione (passata da 1933 a 2005 – modifica in seguito annullata per l’intervento della Federcalcio austriaca).

L’Austria tuttavia vanta una lunga tradizione di sponsor presenti nella ragione sociale di un club; su tutti lo Swarovski Tirol, nato nel 1986 quando l’imprenditore Gernot Langes-Swarovski acquistò la licenza professionistica del più antico club di Innsbruck, il Wacker, gli cambiò i colori sociali e costruì uno squadrone (semifinali di Coppa Uefa 86/87 dopo aver eliminato il Torino, due titoli nazionali), prima di restituire tutto al mittente sei anni dopo.

La UEFA vieta l’utilizzo di brand commerciali accanto alle ragioni sociali, così in Europa il Red Bull Salisburgo diventa Salisburgo, mentre il Lipsia, grazie all’escamotage Rasen Ball, rimane RB Lipsia. Non ha invece bisogno di trucchi il Bayer Leverkusen, che beneficia della deroga al regolamento UEFA per ragioni etiche. Le origini della società calcistica risalgono infatti a una lettera del 1903 sottoscritta da 171 dipendenti della Friderich Bayer & Co. e indirizzata ai propri datori di lavoro con la richiesta di costituire una polisportiva all’interno dell’azienda. Calcio quindi come strumento per migliorare la qualità della vita della classe operaia agli albori del XX secolo. Discorso identico per Bayer Uerdingen e Carl Zeiss Jena, quest’ultima ricordata in Italia per una clamorosa eliminazione inflitta alla Roma nella Coppa delle Coppe 1980/81 (0-3 all’Olimpico all’andata, 4-0 al ritorno nella DDR).

(Photo by Jörg Schüler/Getty Images)

In Germania c’è anche il Wolfsburg che, a differenza del Bayer Leverkusen, è anche riuscito a vincere una Bundesliga. Accadde nel 2009 grazie a Felix Magath e al trio Misimovic-Dzeko-Grafite, il primo uomo da 20 assist, gli altri coppia-gol da 54 centri stagionali. Un’impresa rilevante, soprattutto considerato che il club era arrivato nella massima divisione tedesca solo una decina di anni prima e solo dal 2001 era diventato una società sportiva autonoma da quella Volkswagen a cui deve la nascita proprio la città di Wolsfburg, fondata nel 1938 dal regime nazista per alloggiare gli operai che lavoravano alla costruzione di quello che sarebbe diventato il Maggiolino.

Aziende automobilistiche protagoniste anche in Francia. Dal 1928 al 2015 la Peugeot ha guidato il Sochaux di Motbeliard, caratterizzandosi per una gestione oculata e parsimoniosa prima del progressivo disimpegno culminato nel 2015 attraverso la cessione, con la squadra in Ligue 2, a una società di Hong Kong. Da evidenziare come Jean-Pierre Peugeot, fu un pioniere dell’introduzione dello stipendio per i giocatori, in un’epoca in cui questi venivano pagati in nero o mediante l’escamotage di un finto impiego. Un’azione di forza destinata a sconvolgere gli equilibri in seno alla Federcalcio Francese, che nel luglio del 1930 sanì ufficialmente, con 128 voti favorevoli e solo 20 contrari, la nascita del professionismo in Francia.

Photo: Dave Winter / Icon Sport.

Ben più ambiziosa, ma decisamente meno duratura e efficace, l’esperienza dell’azienda aeronautica Matra, in seguito attiva anche nel campo dei trasporti, dell’automobile e delle telecomunicazioni. Nel 1982 il patron Jean-Luc Lagardiere rileva il Racing Club de France con l’obiettivo di relegare il Paris Saint-Germain (con il quale condivide il Parco dei Principi) a seconda squadra di Parigi, diventare una big di Francia e fare strada in Coppa Campioni. Il tutto partendo dalla seconda divisione.

Gli investimenti faraonici (Madjer, Bossis, Luis Fernandez, Francescoli, Littbarski, Ginola e, in panchina, Artur Jorge) partoriscono però un topolino e, dopo pochi anni, Lagardiere si stanca e se ne va, ritirando marchio e capitali Matra. La squadra retrocede subito e scompare nei bassifondi dell’Esagono.

Il club aziendale per eccellenza rimane il PSV Eindhoven, unica società di questa particolare categoria ad aver messo in bacheca trofei anche in campo europeo (Coppa Campioni, Coppa Uefa). Tutto nacque da un calcio al pallone dato da Frits Phillips all’età di cinque anni nel campetto sul retro dell’azienda di famiglia. Era il 15 gennaio 1911, e il piccolo Frits aveva appena dato il calcio d’inizio alla prima partita del Philips Elftal, che dal 1913 sarebbe diventato Philips Sport Vereninging.

(Photo by ANP Sport via Getty Images)

Da rilevare come questa società, nata a scopo ricreativo, in seguito sia stata sfruttata dalla Philips come laboratorio per alcuni suoi prodotti, dalla prima partita con luce artificiale sul suolo europeo (1923) al prima diretta tv in Olanda (1950) fino alle tribune riscaldate e ai primi mega-schermi. Negli ultimi anni il legame tra Psv e Philips si è notevolmente affievolito, tanto che il nome dell’azienda non appare nemmeno più come sponsor sulle maglie. Sono sempre più lontani i tempi nei quali Silvio Berlusconi si rivolgeva direttamente al presidente della Philips per trattare l’acquisto di Ruud Gullit.

 

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