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Ayrton Senna, un’altra storia

By 21 Marzo 2020
Ayrton Senna

Il pilota che parlava con Dio oggi avrebbe compiuto sessant’anni. E in molti, ancora oggi, continuano a sognare un finale diverso per la sua storia

Aveva l’amore per la meccanica insinuato nelle profondità del codice genetico: e ne fece vertigine. Ayrton Senna era il fondatore di un impero basato sui sorpassi impossibili, in spazi risicati, e in imprese che richiedevano uno spossamento pari solo a quello di certi stregoni di Haiti. Parlava con Dio, lo vedeva, e un po’ lo incarnava in qualche curva, certo, non nell’ultima, dove venne sacrificato. Oggi avrebbe sessant’anni e no, non lo abbiamo visto invecchiare.

È lecito immaginare un finale diverso, c’è il bivio, c’è quella possibilità, come ha fatto Quentin Tarantino in “C’era una volta a… Hollywood” ridando la vita a Sharon Tate, sovvertendo la sua morte assurda, perché il cinema è tutto quello che abbiamo per opporci alla morte. Quando il dottor Sid Watkins – personaggio da film di Frank Capra, che non li fanno più, sono tipo auto d’epoca meravigliose che si guardano nei musei –, dopo l’incidente di Roland Ratzenberger, dice a Senna: «Ayrton, lascia perdere questa vita, non correre domani, ci sono molte altre cose da fare. Hai vinto tre titoli mondiali, sei il miglior pilota del mondo. Non hai bisogno di rischiare ancora. Andiamocene via, andiamo a pescare», lì c’è il nostro snodo.

Nella realtà il pilota risponde: «Ci sono cose che sfuggono al nostro controllo. Ho bisogno di continuare». Risposta shakespeariana. Corre e poi muore. Ma nella finzione, che è l’unico vero regalo che gli si possa fare, lui tentenna, rinuncia, e si salva: andando a pesca di pesci siluro sul Po con Watkins. Poi si ritira, senza drammi, come se fosse un Alain Prost, per una volta nella vita misura tutto, fa calcoli, e mette distanza non tra lui e le altre auto ma tra lui e la sua auto, tra lui e le piste. Via, lontano. In un film. E per questo ci serve David Lynch per girarlo, perché l’uomo degli incubi è anche quello che è riuscito a raccontare “Una storia vera”, un film sulla riconciliazione lenta, dove la lentezza del viaggio è tutto, perché Senna uscendo dalla sua Williams, e dalle gare, esce dal tempo e dalla sua irrequietezza.

Ed ecco Senna che gira il Brasile per conoscerlo davvero, a bordo di un trattorino rasaerba, in pratica un kart un po’ più alto e molto più lento, e viaggiando per il paese che ha portato fuori dal terzo mondo, mettendolo sui podi del primo mondo, conosce le storie di quelli che ha fatto sognare, che ha riscattato, e loro prima non ci credono che quello sia proprio il Senna della velocità, del Brasile di prima classe di cui essere orgoglioso e dopo gli concedono storie e affetto. E Ayrton distribuisce lezioni di guida e anche soldi, ricordi, racconti inediti su gare che hanno segnato l’immaginario dei brasiliani, passa come un Superman-slow su trattore nel quotidiano di un Brasile lontanissimo che lo vedeva sfrecciare e ne aveva una idea sfocata e distante.

E incontra anche quelli che si uccisero quando lui morì, che ora sono vivi e toccano l’idolo e la speranza. Insomma, una Pasqua fuori dalla Formula Uno che diventa una catena di avvenimenti ribaltati, un giro lentissimo di esistenze come se fossero piste, e girando col trattorino Senna riscrive la vita a tutti. E, alla fine, lo vediamo in una officina, sporco d’olio, in tuta, mentre prepara un kart per un ragazzino, «veloce e coerente», e lì ha sessant’anni, ed è oggi, e può guardarlo girare quel ragazzino, e ride – con i suoi occhi da Bambi – in struggente attesa della vittoria che verrà.

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