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Bachirou Salou, l’attaccante da cento chili che aveva paura di Magath

By 5 Settembre 2020

Storia di uno dei più grandi attaccanti del Togo che è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante in Bundesliga

“Credevo che i dittatori esistessero soltanto in Africa, ma quando sono arrivato in Europa ho conosciuto Felix Magath e ho cambiato idea”. Bachirou Salou non è certo un uomo dalle mezze misure, sia quando mette in moto la lingua, ma anche quando sale su una bilancia. È stato un attaccante di peso, anzi di sovrappeso, condizione che però non gli ha impedito di vivere una carriera ad altissimo livello nella Bundesliga. L’ex ariete togolese compirà 50 anni nei prossimi giorni, ha smesso di giocare nel 2006, si è tolto parecchie soddisfazioni, ma continua a essere sequestrato da un rimpianto: quello di non aver mai giocato una Coppa del Mondo.

Proprio nell’estate del 2006 avrebbe potuto coronare il suo sogno, quando il Togo, a sorpresa e grazie ai gol pesanti di Adebayor, ottenne il visto per il torneo iridato di Germania. “All’epoca avevo 36 anni, pesavo 120 chili, e avevo da poco lasciato il Kapellen, l’ultimo club della mia carriera. Ero davvero fuori forma – racconta – a patto che sia mai stato un atleta modello, ma volevo a tutti i costi convincere l’allenatore a convocarmi”. Salou decise di mettersi a dieta, perse una decina di chili in un paio di settimane, ma l’allora ct, il tedesco Otto Pfister, non ne volle sapere, snobbando i sacrifici dell’attempato attaccante.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

“Non fu una questione di forma fisica – ha raccontato Pfister qualche anno dopo – Salou avrebbe di sicuro regalato esperienza al gruppo e il mondiale si giocava tra l’altro nella sua Germania, ma mi sembrava un’ingiustizia chiamarlo per lasciar fuori chi aveva contribuito a questo autentico miracolo sportivo”. Alla fine la federcalcio togolese, su ordine del presidente Gnassingbe, nominò Salou team manager degli Sparvieri, assicurandogli se non altro la trasferta a fianco della squadra.

Furono in realtà giornate terribili. La federazione di Lomé aveva cannibalizzato i premi partita della Fifa destinati ai calciatori, che entrarono in sciopero minacciando di non giocare la prima gara ufficiale contro la Corea del Sud. Fu proprio Salou a mediare, rastrellando denaro in giro anche attraverso nuove ed estemporanee sponsorizzazioni, compresa un’azienda italiana di vini. Il resto della storia è pubblicato negli almanacchi che ci ricordano di come il Togo perse 2 a 1 contro i coreani e nei giorni successivi anche con Svizzera e Francia.

(Photo by Elisenda Roig/Bongarts/Getty Images)

Quello comunque fu il momento più alto della storia del calcio togolese, mai più nelle condizioni di riproporsi ai medesimi livelli. Ma fu anche il canto del cigno di Salou, reduce da ottime stagioni con le maglie di M’Gladbach, Duisburg, Dortmund, Eintracht e Rostock nel campionato tedesco. Nato a Lomé, la capitale baraccopoli del Togo, trovò giovanissimo un ingaggio nel torneo del Camerun, dove fu notato in maniera del tutto casuale dall’ex capitano della Cecoslovacchia Anton Ondrus. “Mi trovavo in vacanza a Bangangté – racconta l’ex campione d’Europa del 1976 – e mi convinsero ad assistere a una partita del campionato locale, sostenendo che avrei visto all’opera un centravanti formidabile. Pensavo a una delle tante bufale in salsa africana, dove vengono raccontate storie al limite del surreale. E invece mi trovai di fronte a un giocatore che riusciva a trovare la via del gol con una facilità sorprendente. Lo segnalai al Borussia Monchengladbach, la squadra per cui lavoravo come osservatore”.

Al resto ci ha pensato Bachirou, convincendo anche i più integralisti tra i detrattori. L’attaccante togolese è sempre stato una buona forchetta e al metro e novanta di altezza presentava un peso di oltre 100 chili. Un limite invalicabile per chiunque voglia intraprendere la strada del professionismo, non certo per Salou, che in carriera ha messo oltre 200 gol. “Forse si scansavano per paura di essere travolti dal mio corpo – racconta trattenendo a stento la risata – oppure i difensori temevano che li avrei mangiati. Ma non sono un cannibale, al massimo lo sono stato delle aree di rigore”. Su Magath ci tiene a precisare: “Non ho nulla da rimproverargli come allenatore, ma quando sono stato alle sue dipendenze nell’Eintracht, sembrava davvero un dittatore. Riusciva a terrorizzare i suoi giocatori, forse non è l’uomo giusto per far crescere le nuove leve”.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Oggi Salou vive tra Duisburg e Lomé. È lo scout del club tedesco in Africa, ma è anche il presidente di una Onlus che si occupa dei bambini di strada in Togo e Benin. “Tra di loro solo una minima parte corona il sogno di diventare calciatore, gli altri dovranno affrontare un’esistenza segnata da un’atroce povertà. Portare un po’ di sollievo mi rende un uomo migliore”.

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