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Bentornato Capitan Tsubasa

By 29 Agosto 2020

È uscito ieri per PC, Playstation 4 e Nintendo Switch “Captain Tsubasa: Rise of New Champions”. Ecco, fra alti e bassi, la storia delle versioni in videogame del manga sportivo più famoso del mondo

Capitan Tsubasa non ha bisogno di presentazioni. Esistono veri e propri saggi che spiegano l’impatto generazionale avuto dallo spokon, ovvero il manga sportivo, di Yoichi Takahashi sull’immaginario collettivo del Giappone (ma anche sullo sviluppo del calcio nel Sol Levante) e, di riflesso attraverso l’anime, su una platea sterminata di ragazzini in tutto il mondo. Per contro, rimane spesso in secondo piano una qualità assolutamente rara nel mondo dell’intrattenimento: far piacere quello che non piace.

Capitan Tsubasa ha un pubblico trasversale che prescinde la passione per il calcio, e questo nonostante sia stato il primo spokon nel quale lo sport abbia rivestito un ruolo centrale. Se in precedenza lo sport rappresentava il contesto attraverso il quale si sviluppavano storie di riscatto sociale da parte di personaggi ai margini della società, in Capitan Tsubasa il fulcro della storia è sempre stato il calcio. Tsubasa Ozora/Oliver Hutton gioca a calcio per passione, ma per apprezzarlo non è necessario condividerla.

Capitan Tsubasa è cultura pop anni ’80 resiliente, capace di attraversare i mutamenti delle modalità di fruizione dell’intrattenimento e dei gusti degli utenti/clienti senza finire nel nutrito gruppo dei reperti archeologici di un’epoca lontana. Il manga, tutt’ora in pubblicazione in Giappone, però non basta più. Oggi uno dei mezzi più efficaci per continuare a cavalcare l’onda sono i videogiochi. Roba un tempo da nerd, come gli stessi manga, con i quali hanno condiviso il processo di espansione da un mercato di nicchia a uno più mainstream.

Per questo motivo l’uscita, avvenuta ieri, di “Captain Tsubasa: Rise of New Champions” per PC, Playstation 4 e Nintendo Switch è importante per capire lo stato di salute del brand di Takahashi, in un’operazione bifronte: da un lato si tinge di revivalismo andando a pescare nel vasto mare della nostalgia e della retromania; dall’altro guarda alle nuove generazioni che non hanno mai sognato di essere Holly o Benji perché non li conoscevano, o perché oggi l’ambizione è diventare Messi o Cristiano Ronaldo, o ancora perché il calcio (virtuale) tutto sommato è noioso, però l’idea di meccaniche alla Dragon Ball Z o alla Cavalieri dello Zodiaco applicate a un campo di calcio è divertente.

I videogiochi sono sempre stati il tallone d’Achille nel mondo di Capitan Tsubasa. Qualità altalenante, soluzioni discutibili e scarsa longevità, difetti ai quali si aggiungeva, fuori dai confini giapponesi, la scarsa o nulla distribuzione. Nonostante siano stati prodotti quasi venti videogiochi dedicati alla serie, Captain Tsubasa: Rise of New Champions è solamente il terzo con distribuzione globale del formato fisico, il quinto se si considerano anche i videogiochi in formato digitale. Di seguito ricordiamo i più significativi.

Il primo Tsubasa videoludico si chiamava Tecmo Cup Soccer e fu pubblicato da Tecmo per NES e Famicon nel 1988, ma arrivò in occidente solo quattro anni più ritardo, in un panorama che aveva in Kick Off e Sensible Soccer i capisaldi del calcio su home computer e console. Tecmo Cup Soccer però non si poneva in diretta concorrenza con i citati giochi, in quanto introduceva primitivi elementi di gioco di ruolo, dove il giocatore sceglieva le azioni da compiere attraverso una lista e guardava il risultato. Fu ribattezzato “calcio cinematico” e, in occidente, vendette pochissimo, anche a causa della scelta della Tecmo di cancellare Tsubasa e compagni nelle edizioni Europa e USA. Al posto di Tsubasa Ozora c’era un atleta biondo dai capelli corti chiamato Robin Field, il cui scopo era diventare più forte del padre calciatore (quindi anche il plot fu cambiato, visto che il padre di Ozora era un marinaio). Le ragioni di questa “denipponizzazione” del gioco risiedevano nelle scarso successo raccolto dall’anime di Tsubasa negli Stati Uniti, a differenza di quanto accaduto nei paesi europei, e di conseguenza la Tecmo pensò che personaggi dalle fattezze WASP sarebbero stati più appetibili. Ma non funzionò.

Nel 1995 Tecmo lasciò il marchio nella mani di un altro publisher, Bandai, non prima però di avere messo in commercio per Super Famicon Captain Tsubasa 5: Hasha no Shōgō Campione, che per la prima volta si discostava dal format di Tecmo Cup Soccer proponendo un ibrido tra gioco di ruolo (le caratteristiche crescevano con l’esperienza, fino ad arrivare a riprodurre i colpi irrealistici che avevano reso famosa la serie) e gioco calcistico di vero e proprio. L’ottima grafica veniva penalizzata da una giocabilità frustrante a causa della modalità cinematica, con l’azione di gioco continuamente interrotta dai filmati. Dal momento che l’uscita dei vari videogiochi seguiva le stagioni dello spokon, in Tsubasa 5: Campione Olly Hutton giocava nel Lecce e uno degli obiettivi era quello di farsi accettare dai compagni di squadra – tra i quali l’attaccante Mancini, personaggio ispirato a Roberto Mancini – che non vedevano di buon occhio uno straniero nella rosa.

La nuova linea dei giochi calcistici dettata dalla EA Sports con FIFA e da Konami con International Superstar Soccer (il futuro PES) spinsero nel 1996 la Bandai a debuttare nel mondo a 32 bit della PS1 con Capitan Tsubasa J: Get In The Tomorrow, nel quale veniva ridotta sensibilmente la componente gioco di ruolo a favore di un approccio videoludico calcistico classico, pur se integrato con zoom, rotazioni di telecamera e altri effetti da cartone animato. Gioco di una difficoltà mostruosa, va ricordato anche per il curioso errore nella rosa della Juveline Primavera, ovvero le giovanili della Juventus, dove compariva il terzino Carlotta Sera, che a dispetto del nome era un maschio.

All’inizio del millennio, dopo una serie di alti e bassi (terribili i modelli poligonali senza volto di Captain Tsubasa: Ougon Sedai no Chousen per Game Cube), lo studio E-Frontier sembrò perdere il contatto con la realtà e il buon senso inventandosi un typing game del manga di Takahasi. Il typing game è un gioco di dattilografia, nel quale il giocatore è chiamato a scrivere delle frasi, di varia lunghezza, nel minor tempo possibile. Captain Tsubasa Jikkyou Typing uscì il giorno di Santo Stefano del 2003 per PC e, come prevedibile, fu un fiasco colossale, diventando il gioco meno venduto di sempre della serie.

La penultima uscita “fisica” di Capitan Tsubasa è stata le migliore. Nel 2006 Bandai lanciò per PS2 Captain Tsubasa, gioco nel quale prima di ogni tiro speciale era prevista l’esecuzione di Quick Time Event, che richiamava al meglio le scene dell’anime. Un prodotto dalla forte componente arcade, anche se l’abbondanza di monologhi, cut-scene e duelli uno contro uno espandevano la durata di una singola partita oltre la mezz’ora di gioco. Ma chi ricordava i match dell’anime che duravano 4-5 episodi, i campi da calcio asteroidali e i monologhi interiori recitati nella frazione di secondo che intercorreva tra la preparazione del tiro e l’impatto con il pallone, si sentiva a casa.

Il 30esimo anniversario del fumetto ispirò nel 2010 Konami a proporre anche in Europa, a diciotto anni di distanza dall’irricevibile Tecmo Cup Soccer, il suo Captain Tsubasa: New Kick Off, uscito proprio agli sgoccioli del naturale ciclo vitale del Nintendo DS. Era una sorta di reboot che conteneva tutti gli elementi tipici della saga videoludica, dalla componente gioco di ruolo a quella cinematica con la frequente interruzione della fase di gioco, ovviamente aggiornata, a livello grafico, agli standard dell’epoca. Bello da vedere, scomodo da giocare, finì presto derubricato a oggetto per soli die-hard fans.

Il decennio intercorso tra New Kick Off e il nuovissimo Rise of New Champions è stato riempito da Konami con due giochi per dispositivi mobili, Captain Tsubasa: Dream Team e Captain Tsubasa ZERO: Miracle Shot. Il primo fu reso disponibile in occidente solo sei anni dopo la pubblicazione in Giappone ma raggiunse i 20 milioni di download a livello mondiale, a testimonianza del seguito che ancora circonda questo spokon. Il secondo invece era un tentativo di inserirsi nel filone manageriale di Football Manager, ovviamente con risultati lontani anni luce dal capolavoro della Sports Interactive. Ma Capitan Tsubasa non può e non deve ambire a essere FM, e nemmeno FIFA o PES. Capitan Tsubasa è calcio e allo stesso tempo non è calcio. Un ibrido unico che, con la stessa tenacia messa in campo da Holly/Tsubasa e Benji/Genzo per arrivare a disputare un Mondiale, si sforza di resistere allo scorrere del tempo.

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