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Bernard Dietz e la visione operaia del pallone

By 1 Novembre 2020

Bernard Dietz è stato il capitano della Germania che ha vinto gli Europei del 1980. Nella sua carriera ha sempre rifiutato i soldi delle big d’Europa per giocare in club che puntavano alla salvezza. E in Nazionale si è anche scontrato con Breitner

“Quando osservo la mia mano destra, e mi accorgo che mancano il medio e l’anulare, non provo alcuna fitta allo stomaco. Semmai sorrido. Penso a come le ho perse, alle mie origini umili da operaio, al calcio che mi ha reso famoso, ma non arricchito”. Bernard Dietz è stato uno dei più forti terzini sinistri d’Europa di tutti i tempi. Con la nazionale tedesca ha vinto un Europeo nel 1980, ha indossato la maglia della Nationalmannschaft in 53 occasioni, è stato l’erede di Höttges e il concorrente di Breitner.

Tutti aspetti di vita legati sempre e comunque alla Germania Ovest, perché a livello di club Dietz non ha mai voluto di proposito ascoltare sirene o lasciarsi sedurre dal marco pesante. Ha iniziato nel Duisburg e ha concluso con lo Schalke 04, due squadre impegnate quasi in via esclusiva a salvare la pelle in Bundesliga. Mai un acuto, mai un’etichetta da rivelazione, soltanto sangue, sudore e lacrime. E a Dietz tutto questo è sempre andato bene. “Mio padre Franz era un minatore, io ho iniziato a lavorare da fabbro che avevo 11 anni. Giocavo a pallone quando potevo, mi ricavavo gli spazi tra un turno e l’altro in fabbrica. Ho applicato la dimensione operaia anche al pallone”.

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Rimanere nell’ombra e persino nell’anonimato del campionato tedesco, non ha scoraggiato comunque i suoi estimatori. L’ha chiamato Helmut Schön, per ringiovanire una Germania carica di gloria mondiale del 1974 e l’ha voluto Jupp Derwall, per puntare al bis iridato (fallito in Argentina) e al trionfo di Roma 80. Avrebbe voluto giocare anche la Coppa del Mondo del 1982, “ma ho deciso di fermarmi prima. Non sono stato rottamato, avevo 33 anni, ma con Breitner proprio non andavo d’accordo. Avevamo due visioni del calcio completamente agli antipodi. Io mi allenavo come un pazzo, lui non era disposto al sacrificio. Comunque anche senza di me la squadra era in buone mani, anzi, in ottimi piedi”.

Bernard Dietz della Germania è stato riferimento e persino capitano. Con la fascia al braccio ha sollevato il trofeo continentale il 22 giugno a Roma dopo la vittoria sul Belgio alimentata da una doppietta di Hrubesch. Ha lasciato ottimi ricordi negli unici due club della sua carriera, tant’è che a Duisburg hanno deciso di dare il suo nome alla mascotte. Si chiama “Ennatz”, soprannome che Dietz si porta fin dall’infanzia. “C’era una ragazzina che abitava di fronte a casa mia e che non riusciva a pronunciare il nome Bernard. Per lei ero Ennatz, e lo sono diventato per tutti. Persino il signor Schön mi chiamava così”. Bayern, Manchester United e Benfica hanno fatto carte false in quegli anni per convincerlo a lasciare le terre di mezzo del pallone e provare la vera aristocrazia della sfera di cuoio, ma Ennatz non ne ha voluto sapere. “All’epoca guadagnavo 320mila marchi l’anno, al cambio dell’epoca circa 80mila euro. Un operaio appena mille. Avevo di che vivere, perché desiderare qualcosa in più?”.

Dalle sue parole spunta di continuo lo spirito proletario, il retaggio paterno, gli anni in fabbrica e una sensibilità verso il sociale. Tant’è che oggi, a 72 anni, Dietz assieme al figlio Christian dirige una scuola calcio a Bockum-Hövel. “Da noi non si paga alcuna retta, anzi, più ragazzi disagiati posso aiutare e meglio mi sento con me stesso. Sarò un anti-eroe, ma anche nella mia convinzione e condizione si vincono parecchie battaglie. Ero il terzo di nove fratelli, due sono morti in guerra. Non è andata poi così male”.

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