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Bill Shankly, attraversare il vento

By 4 Dicembre 2019

Arrogante, a volte prepotente e lamentoso dopo le sconfitte, ma anche onesto, generoso e capace di parlare al cuore della gente. Ecco come un ex minatore è riuscito ad aprire il ciclo più vittorioso nella storia del Liverpool

Quando il 29 settembre 1981 il signor Bill Shankly di Glenbuck, minuscolo villaggio della Scozia, scese nella morte come stesse entrando in una delle miniere in cui da giovane aveva lavorato non si trovò solo ma venne accompagnato da un canto che sembra un salmo apocrifo del Novecento

When you walk through a storm
Hold your head up high
And don’t be afraid of the dark

“Quando attraversi una tempesta/ Mantieni la testa alta/ E non avere paura del buio”, versi di consolazione verso l’uomo che si spegne nelle ombre ma

At the end of the storm
Is a golden sky
And the sweet silver song of a lark

“Alla fine della tempesta/C’è un cielo dorato/ E il dolce canto argentino di un’allodola”, un grido di fede e di speranza che va oltre la vita e la morte che i tifosi del Liverpool cantano dal 1964, anno in cui il gruppo londinese Gerry & the Pacemakers lanciò in Europa “You’ll never walk alone” canzone di un musical del 1945 – Carousel – ispirato a un dramma dell’ungherese Fernc Molnar, scritto da Richard Rogers (musiche) e da Oscar Hammerstein II (testi).

Bill Shankly e Willie Corbett con la maglia de Preston North End nel 1949 (Photo by Dennis Oulds/Central Press/Getty Images)

In quel 1964 il Liverpool vinse lo scudetto con 4 punti di vantaggio sul Manchester United dopo diciassette anni dall’ultimo proprio grazie a Bill Shankly, allenatore che cambiò per sempre il destino di una squadra che alla fine degli anni Cinquanta era nel pantano della Second Division. Lo scozzese era stato preso dall’Huddersfield e portato a Liverpool dove, in breve, elencò i calciatori da epurare (ventiquattro) e quelli su cui puntare, quasi tutti giovani; ebbe inizio una rivoluzione radicale sia sul campo che dentro la mente dei calciatori.

Shankly veniva dalla fame invernale, una fame che da bambino lo aveva portato a rubare verdure nelle fattorie e poi pane, biscotti e frutta dai carri dei fornitori. Nel 1928 Willie, come veniva chiamato in famiglia, abbandonò la scuola e cominciò a lavorare in una miniera poco distante dal loro villaggio con il fratello Bob, per due anni rimasero in quella fossa piena di topi e di fame e di sporco prima di rimanere disoccupati, anche se in quei giorni, con la faccia e le mani annerite di carbone, Willie aveva sempre creduto che sarebbe diventato prima o poi un calciatore professionista.

Bill Shankly

(Photo by Jan Kruger/Getty Images)

Lo divenne, mezzala destra di grinta e di forza, del Carlisle United e del Preston – durante la guerra, quando si trovava nella Raf, si diede anche alla boxe vincendo alcuni incontri prima di tornare nel calcio ma già con l’idea di essere manager. Gli anni da calciatore erano stati un apprendistato lungo e meraviglioso ma non la sua reale vocazione.

Il Liverpool, quando Shankly arrivò nel dicembre 1959, era una squadra mediocre, triste, senza alcuna direzione ma l’allenatore scozzese, assieme al suo staff, tra cui Bob Paisley (che avrebbe vinto tre coppe campioni con il Liverpool), per ridare ordine al caos si riuniva in un vecchio magazzino che conteneva scarpe da calcio – era detto Boot Room – e parlava di tattica, di psicologia, di motivazioni, di organizzazione; la Boot Room aveva un vecchio tavolo traballante, qualche sedia di plastica, un tappeto malandato sul pavimento e un calendario sul muro con belle ragazze in topless, lì Shankly, bevendo con i collaboratori decine di boccali di birra Guinness, cominciò a ricostruire il Liverpool dalle sue macerie.

Bill Shankly

PA Photos/PA Wire.

Come già nelle precedenti squadre Shankly in allenamento faceva giocare a cinque per sviluppare velocità e prontezza, oltre a resistenza, riflessi e abilità con la palla: i calciatori si allenavano dentro questa specie di recinto detta “scatola del sudore” e in quello spazio dovevano anche migliorare la capacità di controllare la palla. Il suo paesino che nel 1913, anno di nascita di Bill, era di appena 700 abitanti, cominciava a diminuire, ombra su ombra, polvere su polvere, come nella Nuoro descritta da Salvatore Satta.

Nel 1965, quando i Beatles si esibirono per la prima volta in Italia, il Liverpool vinse oltre al campionato la FA Cup, dando a Shankly la gioia più grande della sua carriera come ebbe modo di scrivere. Rivinse il campionato nel 1974, dopo aver trionfato l’anno prima la coppa Uefa contro l’Inter e aver trascorso un lungo declino che aveva seguito il tramonto di alcuni importanti giocatori a fine carriera.

Lo scozzese era molto amato dalla gente perché lui alla gente parlava, il suo socialismo alla Ken Loach piaceva: era colloquiale, populista, sincero, indicava la folla come quella che conta più degli stessi calciatori che hanno per loro gloria e danaro. Quando allenava il Carlisle capitava che attraverso una specie di megafono parlasse ai tifosi per avvicinarli ancor di più alla squadra; ma Shankly era anche arrogante, spesso prepotente e lamentoso quando perdeva ma onesto e legato ai suoi calciatori più anziani.

Bill Shankly

(Photo by Fox Photos/Getty Images)

La sua idea di socialismo nel calcio era la collettività, l’insieme, il giocare tutti per un unico obiettivo, immagine ottocentesca, semplice, che rivolgeva ai ceti più disagiati dove la piramide sociale era il dolore del vivere. Quando nel 1974 Shankly a sorpresa si ritirò dall’attività, lasciando i tifosi nel timore dell’horror vacui, si presentava spesso agli allenamenti del Liverpool con Paisley alla guida, la sua presenza però risultava ingombrante, non dava serenità alla squadra – in Inghilterra c’era l’etica del presente e del futuro più che del passato e allora Shankly andava messo da parte proprio per la sua grandezza che si trascinava sulla terra un solo dispiacere: non aver vinto la Coppa dei Campioni. La sua clamorosa carriera si era chiusa con un comunicato emotivo da parte della società:

È con grande rammarico che come presidente del Liverpool Football Club devo informarvi che Shankly ha dichiarato di voler ritirarsi dalla partecipazione attiva al campionato di calcio. E il consiglio ha accettato con estrema riluttanza la sua decisione. In questa fase, vorrei registrare il grande apprezzamento del consiglio di amministrazione per i magnifici risultati ottenuti dal signor Shankly durante il periodo della sua gestione.

Clive Brunskill /Allsport

Vivrà gli ultimi sette anni nell’afflizione di quello che aveva perso ma era anche un uomo stanco quando aveva deciso di smettere, il tempo cominciò a passarlo con sua moglie Nessie, lavorando per una radio di Liverpool, facendo il consulente del Wreham e poi al Tranmere Rovers, giocando a calcetto, a carte, pulendo il giardino di casa e parlando sempre e solo di calcio lontano da Glenbuck che intanto si corrodeva fino a rimanere con dodici case tra cui una della sorella rimasta lì, un paese che pareva afflitto da una malattia che colpiva le abitazioni come nello splendido romanzo “Casas muertas” dello scrittore venezuelano Miguel Otero Silva dove i palazzi della città si ammalano, franano e muoiono costringendo gli abitanti ad andare via; non c’era rancore in Bill Shankly, lui era un uomo onesto con le mani da faticatore e aveva un amore forte come la morte per il Liverpool.   All’1.20 del 29 settembre 1981, l’ombra prese il posto del corpo che si fece cenere al crematorio di Anfield

Walk on through the wind
Walk on through the rain

“Continua ad attraversare il vento/ Continua ad attraversare la pioggia” senza far caso che tra le ombre era finito anche il Boot Room, demolito nel 1993, portandosi via storie, incazzature, bevute, schemi e la vita di chi c’era. Pochi anni dopo all’ingresso dello stadio sistemarono la statua di Bill Shankly che a braccia larghe forse vuole abbracciare forse vuole incitare chi entra; del suo piccolo paese sempre più piccolo oggi sono rimaste solo quattro case e giorni ridotti in polvere.

 

Per la traduzione ringrazio Emanuela Chiriacò

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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