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Breve storia di Martin Vazquez al Torino

By 19 Novembre 2020

Nell’estate del 1990 il neopromosso Toro acquista dal Real Madrid un centrocampista di caratura mondiale. Un trasferimento che, oggi, sarebbe impensabile

Da canone classico del calcio italiano, e non solo italiano, il come ognuno lo racconta come vuole. Verità e reticenza, verosimiglianza e fumo: c’era la versione di Maurizio Casasco, c’era quella di Ramón Mendoza, c’era quella di Ricardo Fuica, e se i nomi oggi sfuggono, questi erano rispettivamente l’amministratore delegato del Torino, il presidente del Real Madrid e l’agente di uno dei giocatori più in auge in quel periodo.

Il come ognuno lo racconta come vuole, si diceva, il cosa è invece univoco ovvero – estate 1990 – il passaggio di Rafael Martin Vazquez dalla Casa Blanca ai granata neopromossi in A. L’operazione di mercato è un film nel quale chi sa tace e nega mentre chi non sa magari qualcosa l’ha intuito, una trama nella quale non mancano delatori, incontri fugaci e tempistiche quantomeno discutibili. Vostro onore, il calcio è (ed era) dei furbi, e che l’accordo invero risalisse all’autunno precedente – periodo vietato – proprio mentre i granata erano ancora in B, contava soprattutto che non lo scoprisse la Uefa. 

Non lo scoprì.

LaPresse/Archivio Storico

Del resto, il presidente del Torino Gian Mauro Borsano – arriveremo anche a lui – lo aveva detto in tempi non sospetti: chi non era il Milan, la Juventus, il Napoli o l’Inter doveva muoversi in anticipo e con fantasia. Ce n’era lì di fantasia, anche a livello contabile.

E, allora, ecco il Torino ingaggiare il centrocampista spagnolo, 14 reti nella Liga vinta dal Real la stagione precedente, l’uomo più convincente delle Furie Rosse al Mondiale di Italia 90, uno che alle spalle aveva oltre 250 partite con la maglia del club più importante del mondo. Il costo? 2,8 miliardi di lire. Di fatto l’indennizzo previsto dai parametri Uefa, con il quasi 25enne madrileno a firmare un contratto triennale da 8 miliardi per passare da Sanchis, Michel e Butragueño (non più Pardeza, l’altro della Quinta del Buitre, ormai da tempo finito al Saragozza) a Pasquale Bruno, Luca Fusi e Luis Müller.

Absit iniuria verbis, perché quello che era nato sotto la guida di Emiliano Mondonico era un bel Torino destinato a diventare un ottimo Torino, sicuramente l’ultimo a certi livelli, e così questa storia di trent’anni fa rende onore ad un club che ancora aveva i quarti di nobiltà giusti e, oltre al passato, dopo la scoppola della retrocessione aveva un presente. Insomma: che uno come Martin Vazquez l’avesse scelto, dinero a parte, non era una bestemmia. Poi, comunque, quella era la Serie A che poteva permettersi Francescoli al Cagliari, un paio di anni più tardi Hagi al Brescia, poi persino Futre alla Reggiana: Martin Vazquez al Torino non può stupire.

LaPresse/Archivio Storico

Completo grigio e camicia bianca, si presentò nella sede di Corso Vittorio dopo il Mondiale con una barba che sarebbe andata straordinariamente di moda trent’anni più tardi, prima di partire per una vacanza negli States e tornarsene con i soli bigote, i baffi, che da un lato lo facevano apparire quasi uno stereotipo iberico e dall’altro divennero l’icona estetica della sua avventura granata.

Dopo tutto i baffi, in quel 1990, in Serie A erano roba da stranieri (Gullitt, Rijkaard, Alemao, Voeller, Cerezo) o al limite da portieri (Malgioglio, Tacconi, Nuciari); l’album delle figurine non mente, così come non mentono le prime giocate in granata dello spagnolo, eletto a idolo assoluto durante il Trofeo Baretti. Incantò. Regia sapiente, piede educatissimo, precisione nel lancio, il gusto del tocco d’esterno da applauso ma non fine a sé stesso. Veniva dal Real Madrid, era nel pieno della maturità calcistica. Era il numero 10 del Torino.

Due anni appena, non i migliori della carriera – colpa dei problemi alla schiena, più che del rendimento – ma non è nei numeri che va letta la sua eredità granata: furono, quelli, gli anni di un orgoglio ritrovato. Avere in rosa un mito Real era anche la firma su un progetto ambizioso, quello di una squadra quinta nel 1991 e terza l’anno seguente con il corollario di un cammino in Uefa (il centrocampo 1991-92: Lentini, Scifo, Vazquez, Venturin; davanti Casagrande, a proposito di cervelli pensanti) dai contorni vagamente epici, con l’eliminazione del Real e una finale entrata nel mito, persa senza averla persa.

LaPresse/Archivio Storico

Un anno più tardi sarebbe arrivata la Coppa Italia, ma senza Martin Vazquez e anche qui, nella filigrana del suo addio (ancor più che in quello di Lentini, che finì in Tribunale), si poteva leggere il destino del Torino di Borsano, a quel punto divenuto parlamentare socialista – venne eletto nel giorno della vittoria in un derby con doppietta di Casagrande: in città raccolse più preferenze persino del maggiorente del PSI Giusy La Ganga – nei confronti del quale proprio nell’estate 1992 venne concessa l’autorizzazione a procedere per un precedente crac finanziario. Era il segnale d’allarme anche per il Torino, che affondava ballando sulle note dei gol di Aguilera e alzava al cielo una meritatissima Coppa Italia nel 1993. Quando tutto ormai era compromesso, con Borsano ormai soverchiato dai guai giudiziari (in società era l’interregno di Goveani) e con il club a pagare tutta quella… fantasia: eccolo il peccato originale, l’inizio della fine.

Eppure c’era stato Martin Vazquez, poco prima, 25enne già mito proveniente dal Real Madrid. Non alla Juventus. Al Torino.

One Comment

  • aleimpe ha detto:

    Ricordo che la Reggina nel 1989 aveva puntato su Michel del Real Madrid se sarebbe stata serie A se l’esito dello spareggio di Pescara con la Cremonese sarebbe stato diverso.

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