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Buena suerte, querido Capitan

By 25 Luglio 2019
Daniele De Rossi

Daniele De Rossi inizia la sua nuova vita al Boca Juniors. Difficile trovare un trasferimento più romantico nel calcio moderno

È una emigrazione fuori tempo, un italiano che va in Argentina per prendersi il lusso di giocare in vecchiaia, va a ritrovare un altro scampolo di vita come gli italiani che all’inizio del secolo o tra le due guerre andavano a sperare, a reinventarsi la vita. Diventa gaucho, Daniele De Rossi, come il Vittorio Gassman dell’omonimo film di Dino Risi, diventa Gaucho per non morire di panchina, ritrova i campi nella Buenos Aires che fu l’orizzonte ultimo di chi era con le spalle al muro, e senza soldi, lui ha i soldi ma non aveva più il campo e allora ha scommesso dove Gianluigi Buffon – un paradosso – non ha saputo scommettere, è andato dove non va nessuno – nemmeno gli argentini –, preferendo Baires alla Cina, il Boca Juniors a Dubai.

È una scelta di passione ed entusiasmo, complice l’ex compagno Nicolas Burdisso ora ds del Boca, che gli permetterà di divertirsi moltissimo, di vedere un calcio che ricorda il nostro negli anni Settanta. De Rossi è perfetto per la lentezza del calcio argentino, ha classe e sufficiente rabbia, ha grande senso della posizione e buona tecnica, selvaggio e primordiale in area senza perdere razionalità, segnerà di testa, e diverrà un simbolo, talmente efficace che sarà difficile per il Boca poi liberarsene.

Ha fatto una scelta da uomo, e non da ragazzino viziato, ha avuto il coraggio di perdere soldi – in un mondo che non guarda altro – in funzione del sogno. La sua è una decisione perfetta che tiene tutto dal cuore alla passione, dal sogno alla possibilità di essere ancora protagonista – si giocherà la Coppa Libertadores del riscatto, il Boca dopo aver perso la finale più lunga del mondo col River Plate: vuole rifarsi – per i canoni del calcio argentino De Rossi equivale a un colpaccio, finalmente la Bombonera rivede un campione del mondo in campo e non sugli spalti a tifare.

E dagli spalti è arrivata anche la benedizione maradoniana, la cui traiettoria benedicente trasforma ogni cosa italiana in napoletana, e che sembra coprire anche la quota decrescenziana che possiede pure Diego – «No te conozco asiduamente, pero sabés que acá puedes estar tranquilísimo, tranquilísimo por parte de Boca, por parte mía. Y nos vemos prontamente acá. Que te pongas la camiseta de Boca es como el San Gennaro que licúa la sangre. Te mando un beso» – così indossare la maglia del Boca equivale alla liquefazione del sangue di San Gennaro, in una sovrapposizione blasfema solo per gli altri: Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus, et Boca, Sanctus, e tutti in coro: Amen; solo Diego da Papa del Pallone può tranquillamente mischiare santi e calciatori, migrazioni di mercato e miracoli.

Daniele De Rossi

E, dopo l’accoglienza maradoniana, De Rossi, girerà l’Argentina come un Buffalo Bill del pallone, e poi ne farà memorie, potrà dire ai suoi compagni sai quella volta a Rosario che eravamo sotto o quella volta a Cordoba non sai che partita, e sarà subito Soriano per i giornalisti che lo ascoltano. Non avrà più l’angoscioso problema di girarsi a Trigoria per dare o avere coltellate come il vecchio Giulio Cesare, ammutinato dalla sua squadra come un Di Francesco, in Argentina no, masticherà epica e pallone, senza Seneca, né senato, piuttosto con l’allegra improbabilità di Roberto Fontanarrosa si ritroverà coinvolto in imprese assurde, fuori dall’opportunismo tattico, immerso in una trama lirica di riscatto e orgoglio che lo riporterà in un passato che credeva perduto.

De Rossi ha il fisico e la salute per reggere questa avventura e per tornare a Roma carico di suggestioni narrative: chiacchiere e partite, un romanzo comune ai giocatori del Boca Juniors, dove il pallone non diventa solo conoscenza di sé ma soprattutto semiologia della società, e dove ogni gol serve a stabilire una volta per tutte – almeno fino al prossimo – le certezze assolute nella materia volatile che è la letteratura pallonara, che in Argentina diventa vertigine di continuo, in un percorso da montagne russe.

In mezzo, questa volta, ci sarà un italiano, tra i tanti italiani di rimando, che sanno poco o nulla delle città che videro partire i loro nonni o bisnonni, e che faranno di De Rossi un tramite per connettersi con le loro origini, a volte passandogli il pallone, altre togliendoglielo in tackle, con durezza si cercheranno, con durezza De Rossi si ritroverà, perché se è vero che i campi hanno la stessa misura è anche vero che ogni campo ha un’anima, un profumo, una voce che entra nelle narici di chi ci gioca, e poi si fa supporto, distruzione, influenza o distrazione.

Daniele De Rossi

In mezzo ci sarà De Rossi, luogo a procedere, prima che calciatore, un punto di sutura tra due paesi che si appartengono e che si parlano sempre meno, che hanno permesso l’allontanamento politico, e che – ancora una volta – il calcio ricongiungerà, i nostalgici della Roma derossiana saranno costretti a vedere le partite del Boca, i giornalisti a leggere i loro colleghi di Baires, e ogni volta si butterà via un po’ di ruggine accumulata, ogni volta si recupererà un pezzetto di Italia da una parte e di Argentina dall’altra, perché anche gli argentini ne vorranno sapere di più, capire di più, impareranno di Pallotta, Baldini e Fonseca, e i più colti tra loro scriveranno di labirinti borgesiani o di mondi paralleli con trame celesti alla Bioy Casares: in una confusione letterario-pallonara.

Insomma, quella che sembrava una storia di sbieco, il ripiego, diverrà invece un riallaccio, forse addirittura si farà apripista per altri calciatori italiani che andranno alla scoperta del calcio argentino. Ci voleva il cuore per farlo e De Rossi ce l’ha messo riuscendo a non inciampare nella retorica, con sobrietà ha fatto finta di andare in panchina, di pensionarsi, poi no, senza sedersi si è rialzato e ha scelto l’Argentina disegnando un labirinto di passi in un campo mitico, quello della Bombonera, un selciato alieno, dove il pallone pare non tocchi mai terra, come sapeva Francesco Guccini: “E allora, perché non andare in Argentina? Mollare tutto e andare in Argentina, per vedere com’è fatta l’Argentina / perché io ci ho già vissuto in Argentina, chissà come mi chiamavo in Argentina e che vita facevo in Argentina?”.

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