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Calcio, caffé, Danubio

By 6 Ottobre 2019

Il grande calcio in Austria non passa da un pezzo e, molto probabilmente, non passerà più. Eppure i caffé viennesi hanno giocato un ruolo fondamentale nella diffusione dell’estetica del calcio in Europa e nel mondo e nella narrazione degli uomini, delle idee e delle teorie che ne erano alla base

Un mese fa, alla Generali Arena di Vienna, si è giocato Austria Vienna-Rapid Vienna. Derby numero 329 della storia, alla faccia dell’inflazione: capita, a disputarne per alcuni decenni, sino a tutto il 2017-18, quattro all’anno per via del ridotto numero di squadre della Bundesliga, e dopo il 3-1 per Rapid il dettaglio ora dice 138 vittorie per i verdi, 117 dell’Austria e 74 pareggi. Un derby di livello tecnico non altissimo, confermato anche dalla mediocre posizione in classifica delle due, e con l’Austria eliminato nei turni preliminari di Europa League addirittura dall’Apollon Limassol.

Poco più di 14.000 spettatori in uno stadio che può contenerne quasi 18.000, anche se alcune decine di posti, nello spigolo tra settore (‘curva’) Nord e Est, sono oscurati dal tabellone elettronico, collocato – supponiamo – dopo la costruzione dell’angolo, nel rifacimento a tappe di quello che era il Franz-Horr-Stadion, di stile antico, rimpianto da chi attacca in giro adesivi con la sua foto e la scritta ‘Per sempre (nei nostri cuori)’.

Anche se pure stavolta ci sono state tensioni e scontri, al fischio finale, con aria pesante anche dopo la gara, intorno allo stadio e nei pressi della stazione della metro, è ormai una partita che lascia solo una piccola traccia sul radar del calcio europeo. E questo fa impressione: Vienna è una delle grandi capitali continentali, con una popolazione di oltre due milioni e un’importanza economica ed emotiva ancora viva; ha uno stadio di grande impatto storico, il Prater ora ribattezzato Ernst Happel-Stadion in onore del grande allenatore scomparso nel 1992 e due volte vincitore della Coppa dei Campioni; e tra Generali Arena e Allianz Stadion conta su altri due impianti moderni, sempre che sia questo il criterio giusto per ammirarli – e per noi non lo è.

In più, in periferia, a Mödling, c’è il Bundesstadion Südstadt (1967), apparentemente modesto ma molto riconoscibile, dove gioca l’Admira Wacker, squadra però fondata nel 1905 a Jedlesee, distretto di Florisdorf, sulla sponda sinistra del Danubio, quella meno viennese. Dalla parte opposta della città rispetto a Mödling, cioé a Heiligenstadt nel distretto di Döbling, compare, in cima a una collinetta, l’Hohe-Warte (‘Alto punto di osservazione’) del First Vienna, attualmente nella quarta serie a base regionale, la Wiener Stadtliga, che comprende altre interessanti squadre della città e del circondario: come si comprende dal nome, si tratta del club più antico d’Austria, e lo stadio ora può contenere 5500 spettatori nell’unica tribuna, ovvero  79.500 in meno della versione originale, quella del 1921, che per tanti anni ospitò grandi partite della nazionale.

Il motivo è molto semplice, lo stadio era ricavato dal fianco della collina, un anfiteatro naturale che ora resta ma non è abilitato ad accogliere spettatori. È affascinante però cercare di immaginare come fosse, impianto più grande dell’Europa continentale fino al 1931, quando venne sorpassato dal Prater: oltre al calcio, fu sede di combattimenti di pugilato e concerti d’opera, come la memorabile Aida del 24 luglio 1924, con direttore d’orchestra Pietro Mascagni, che ben 23 anni prima aveva avuto l’onore, proprio a Vienna ma all’Opera, di veder diretta la propria Cavalleria Rusticana da Gustav Mahler.

Come una scodellina dentro a una scodella, vivace nei colori gialloblu del club che sono ancora quelli della fondazione, 1894, l’Hohe-Warte se visitato in giorni di scarsa attività riporta indietro nel tempo: c’è silenzio, punteggiato solo dal rumore di scambi di tennis nell’adiacente circolo, e senza dover chiedere il permesso a nessuno si può percorrere a piedi tutto il perimetro, come un sentiero sul fianco di una collina – anche perché lo è! -, salendo poi a sbirciare dalla rete di recinzione per godersi anche una bella vista sul resto di Vienna.

Anche l’approccio è particolare, una volta scesi dalla metro a Heiligenstadt: già l’Hohe-Warte è nascosto dagli palazzi moderni costruiti ai piedi della collina, ma la collina stessa nemmeno si vede, perché coperta da un caseggiato di sette piani lungo oltre un chilometro, il Karl-Marx-Hof. Costruito nel 1930 durante il periodo (1918-34) della ‘Vienna Rossa’, è il più grande edificio residenziale del mondo, suddiviso in 1387 (ma si trova scritto anche 1272) appartamenti di dimensioni medio-piccole, con lavanderie, asili e giardinetti in comune. Rifatto dopo la guerra, resta un monumento scarno al socialismo utopico di quegli anni, con i suoi pregi e i suoi difetti, e dà un tono bizzarro e inatteso a chi, impreparato, giunga da queste parti solo (!) per vedere il Vienna.

Un gradino più su, in terza serie, c’è lo storico Wiener SportKlub, tre volte campione (1922, 1958, 1959) e una volta vincitore della Coppa d’Austria, nel 1923, ma ulteriori dettagli sui singoli club sono impossibili: questo articolo – fidatevi – sarà lungo quasi il triplo del massimo a cui ci aveva autorizzato il Direttore, e non possiamo esagerare.

E però, anche di fronte a uno scenario così, anche di fronte al tutto esaurito del Rapid in alcune partite, la consapevolezza concreta è quella che il grande calcio di qui non passa da un pezzo, e non passerà più. Se anche qui nascessero, i grandi giocatori presto andrebbero via: fermandosi magari prima del confine occidentale, a Salisburgo, dove dal 2005 la Red Bull ha ricreato il club di calcio a sua immagine, somiglianza e disponibilità economica.

Il football viennese dunque non conta nulla, di fronte a quello di altre metropoli che, con la complicità delle autorità continentali, fanno attorno a sé il vuoto per garantirsi, anno dopo anno, la partecipazione alla Champions League e diminuire drasticamente la possibilità che una ‘piccola’ si intrometta: una piccola ‘vera’, perché ormai i parametri si sono gonfiati al punto che un Tottenham Hotspur, tra i club più forti d’Europa economicamente, è considerato una sorpresa se va oltre i quarti di finale. E che le due viennesi di prima fascia siano ‘piccole’ è al tempo stesso effetto e causa di questa situazione.

Effetto, perché se alla fase a gironi ogni anno arriva Salisburgo vuol dire che laggiù hanno qualcosa in più e raccolgono i più abili; causa, perché proprio l’assenza recente di successi (in Europa League l’Austria Vienna poche settimane fa è stato eliminato dall’Apollon Limasso) fa sì che pochi calciatori vogliano vestire la maglia verde del Rapid o quella viola dei loro rivali. Sono i risultati della globalizzazione imposta dall’alto, dell’omologazione dei gusti e dei personaggi, del piacionismo ronaldiano che va oltre l’eccezionale statura tecnica e fisica del portoghese e diventa una mania globale incaricata di cancellare le sacche di orgoglio locale. Ancora più gravosa se si pensa che, ormai un secolo fa, la globalizzazione calcistica era invece arrivata dal basso, o perlomeno dal mezzo: e le sue radici erano state proprio a Vienna.

Ora, non pretendiamo certo di raccontare una storia nuova. Anzi. È stata esplorata, sfiorata, approfondita su vari fronti, ed è di quelle che si indossano per apparire più colti e profondi di quanto non si sia. Una storia di quasi cent’anni fa, appunto, e li dimostra tutti: perché la Vienna che diede tantissimo al calcio ora non conta praticamente più nulla.

Tra i narratori migliori di questa vicenda c’è Jonathan Wilson, nel suo libro Inverting the pyramid. Chi scrive ha un vivido ricordo personale di questo scrittore inglese, eccezionale espositore di racconti tattici: il 26 dicembre 2006, a White Hart Lane, prima di un divertente Tottenham-Aston Villa, Wilson raccontava estasiato a un collega le doti tecniche ma soprattutto l’intelligenza tattica di Dimitar Berbatov, che in quell’anno era proprio agli Spurs e in quella stessa gara avrebbe fornito due assist e Jermain Defoe. Le mani a muoversi in una maniera normalmente non associabile a un britannico, gli occhi spiritati, la passione nella descrizione della sua tesi. Mentre a pochi metri di distanza una delle anziane signore addette al rinfresco spiegava con lo stesso fervore a un giornalista scandinavo, che indicando le patate fritte le aveva chiamate “fries”, che il termine corretto era “chips”.

Allora, tornando in argomento, Vienna come patria di un certo calcio, poco meno di cent’anni fa. Alla fine di un periodo storico ben chiaro: terminati la Prima Guerra Mondiale e l’Impero austro-ungarico, in cui era stata la terza più popolosa d’Europa dopo Londra e Parigi, la città ebbe un calo di residenti, perché moltissimi cechi e ungheresi tornarono nelle loro nazioni, finalmente autonome. Non tutti, però: c’era una corposa presenza di non-austriaci a Vienna, attirati anche dalla magnificenza della città.

Ci fu un periodo, in realtà prima della Guerra, in cui in contemporanea ci abitarono ad esempio Adolf Hitler, il fondatore della psicanalisi Sigmund Freud, il rivoluzionario russo Leon Trotsky, il futuro dittatore sovietico Josef Stalin e il futuro maresciallo jugoslavo Tito, alias Josip Broz. Tutto questo non era dovuto solo all’importanza di Vienna, ma anche alle sue dimensioni: in mezzo a tanta gente non era poi così difficile passare inosservati e progettare il futuro, che nel caso dei personaggi succitati prese ovviamente contorni radicalmente divergenti.

Il luogo d’incontro di molti di loro erano i caffé, i celebri caffé viennesi raccontati in tutti i generi, dall’operetta al romanzo, dal libro di storia alla poesia. L’origine di questi locali è stata raccontata in modo fisso: persa la speranza di conquistare Vienna dopo il celebre assedio durato due mesi, e conclusosi il 12 settembre 1683 con una battaglia peraltro di forze limitate, i Turchi avrebbero abbandonato negli accampamenti parecchi sacchi pieni di chicchi di caffé, di cui inizialmente i vincitori non sapevano cosa fare.

Lo sapeva un certo Jerzy Franciszek Kulczycki, un militare polacco che professando ingenuità aveva commerciato con i Turchi proprio in caffé, e che venne poi ricompensato dal re Jan III Sobieski, vero vincitore della battaglia, con quei borsoni rimasti. Kulczycki avrebbe poi arricchito il caffé con latte e miele, per limitarne il gusto amaro, e aperto la prima caffetteria viennese, ma a turbare la totale veridicità della vicenda c’è che fu narrata per la prima volta nel 1783, cent’anni dopo i fatti e 98 anni dopo l’effettiva apertura del primo caffé da parte di un certo Johannes Diodato (Theodat), un armeno dunque un suddito dell’Impero Turco-Ottomano che all’obiettivo messianico di conquistare cuori e menti del mondo cristiano aveva preferito quello, più prosaico, di sfamarle.

Ai contemporanei, ai viennesi, i caffé nel Novecento non parevano nulla di straordinario o di eccezionale, anzi erano parte corposa da oltre duecento anni dello stile di vita, come per i noi i bar, ma evoluti nel corso del tempo, grazie all’allargarsi – lento – del numero di persone in grado di poterseli permettere: luoghi dove trascorrere il tempo, parlare e discutere, anche ritirare la posta o portare biancheria da lavare. Sessant’anni prima della fondazione di una nota catena americana, che non ha dunque inventato nulla, a Vienna si poteva stare ore e ore in un caffé a leggere, scrivere o chiacchierare, senza l’obbligo di ordinazione dopo quella iniziale, anche perché i locali erano sufficientemente grandi da accogliere sia la clientela stanziale sia quella frettolosa.

Arredamento elegante e comodo, tavoli di marmo, luci studiate: un bel mondo in una bella epoca, cantata e mitizzata dalle élite che sanno sempre come autocelebrarsi facendo finta che il resto del mondo non esista. Però esisteva, e sarebbe ingiusto dimenticarlo e pensare che Vienna o Budapest o Praga, altre città dove si affermò la cultura dei caffé, fossero paradisi in terra, popolati unicamente da letterati e madamìn. Ogni sera, in città, oltre 70.000 persone non sapevano infatti dove andare a dormire e si riducevano a pagare una manciata di corone a capifamiglia per occupare un letto sfitto (ora si chiama in un altro modo, con una bella app per fare, sostanzialmente, la stessa cosa: come per la catena di caffetterie, anche qui nessuno ha inventato niente).

Nel 1964 Claus Scholz, noto artista viennese, ha creato un’opera d’arte dove un robot serve un caffé a un altro robo t(Photo by Keystone Features/Hulton Archive/Getty Images).

Anche per questo erano stati costruiti dei dormitori, tra cui quello celebre della Meldemannstraße, nel distretto fluviale di Brigittenau, dove anche Hitler alloggiò, fraternizzando perlopiù con altri ospiti di origine ebraica: stanzette private di 1,4 x 2,2 metri, occupabili dalle 20 alle 9, poi tutti fuori. Una metropoli di miseria, nobiltà di nascita e nobiltà (autoassegnata) di intelletto, in cui per alcuni gruppi di persone i caffé erano il centro della vita e del lavoro, e tra questi c’erano in numero crescente appassionati e tecnici di calcio.

Che – come spiega Wilson – era arrivato in Austria come prodotto di importazione dell’alta borghesia anglofila, e dopo qualche anno era diventato materia di studio e discussione proprio nei caffé: ogni squadra ne aveva uno di riferimento, e viene in mente il famoso Cassetari Café londinese dove verso fine anni Cinquanta cominciarono a riunirsi, dopo l’allenamento, alcuni giocatori del West Ham per discutere di tattica e gettare le basi per una svolta del club, poi portata da ciascuno di loro in giro per il Regno Unito.

Il mondo del Rapid, squadra del quartiere popolare di Hüttelsdorf situato a sudovest del centro, faceva perno sul Café Holub (Johann Holub, presidente dal 1928 al 1939), poi sul Café Neubau, tra l’altro sede del primo club di tifosi della storia locale, mentre un po’ più centrale c’era il Café Herrenhof frequentato da dirigenti, tifosi e simpatizzanti dell’Austria Vienna, club che nasceva nell’ambito dell’agiata borghesia di origine ebraica: da notare che, dal punto di vista amministrativo, sia Rapid sia Austria sono state fondate nel distretto di Hietzing, ma solo il Rapid ci è rimasto. Poi l’Admira (Café Resch) e il First e il Wiener e tutti gli altri.

Roy Keane contro  Trifon Ivanov durante Rapid Vienna – Manchester United  in Champions League del 25 settembre 1996. Clive Brunskill/Allsport

Al centro di tutto c’era il Ring Café situato al numero 16 della Stubenring, una delle sezioni della Ringstrasse, nome dato ai viali di circonvallazione del centro che hanno sostituito le mura, abbattute a metà dell’Ottocento. Come riferito da un testo dell’epoca, chi entrava al Ring Café, nato nel 1894 come ritrovo di giocatori di cricket britannici, doveva deporre il tifo e ragionare in modo neutrale, perché si trovava in un «parlamento rivoluzionario composto da amici e fanatici del calcio». E gestire un caffé era un affare anche per chi dal calcio cominciava a trarre i mezzi per vivere, dato che proprio in Austria nacquero i primi campionati professionistici di prima e seconda serie: i gestori dello Sportcafé Viktoria in quel periodo furono Heinrich “Heinz” Körner e Josef Brandstetter, del Rapid e della nazionale, mentre il grande Johann Horvath, terzo realizzatore nella storia dell’Austria, fu il proprietario del caffé che portava il suo nome, centro di ritrovo per i tifosi del suo club, il Simmeringer, ora caduto in disgrazia.

Tra artisti e letterati veri o presunti, si discuteva di pallone e di tattiche, e questo sì che fu rivoluzionario: in Gran Bretagna, infatti, l’organizzazione dei giocatori in campo era stata a lungo trascurata e sottovalutata, mentre la tendenza dei colti frequentatori dei caffé alla riflessione, all’analisi, alla scomposizione di un tema nei suoi elementi principali portava a una visione più completa e armonica del football, senza che peraltro alcuni dei proponenti avessero mai dato un calcio ad un pallone (gli intellettuali sono così, del resto: ti stordiscono di belle parole così non ti accorgi che non hanno idea concreta dell’argomento di cui si occupano).

In sintesi: regolamentato da aristocratici britannici poi diventato sport della gente comune, il calcio nella sua visione viennese era tornato ad essere disciplina di élite, un oggetto di studio e non una passione berciata come nei pub inglesi, ambienti certamente meno portati allo studio del dettaglio. E un’altra grande differenza era che in Inghilterra il calcio si era diffuso molto prima in provincia che nei grandi centri, mentre nell’Europa post-asburgica si parla principalmente di Vienna e di quelle che sarebbero poi diventate le capitali dei nuovi stati.

Una vecchissima immagine dello storico caffé Griensteild di Vienna (LaPresse).

Sia chiaro: i caffé non erano necessariamente dei fari di buoni pensieri. Erano anche centri di raccolta delle prime scommesse calcistiche e ippiche, caratteristica criticata dalla stampa di sinistra di quei tempi, e in essi brulicavano frotte di giocatori di carte, una passione che toccava anche il nome più grande, quello di Hugo Meisl, un ebreo boemo arrivato in città da giovane assieme ai genitori. Segretario poi – dal 1913 e ancor più dal 1919 al 1937 – allenatore della nazionale austriaca, inventò la Mitropa Cup e la Dr. Gero Cup, un torneo da disputarsi nell’arco di tre anni (!) e riservato a Cecoslovacchia, Italia, Austria, Svizzera e Ungheria.

Il suo calcio era raffinato, non muscolare come quello tradizionale, e venne chiamato Scheiberlspiel, una frase in dialetto viennese di non facile traduzione che richiama però concetti di bellezza, stile, fluidità ed eleganza, molto diversi dalla filosofia muscolare e diretta del calcio britannico. Grazie a queste idee, a quelli che ora chiameremmo movimenti senza palla atti a collocare giocatori sempre pronti a ricevere il passaggio, l’Austria di Meisl fu LA squadra degli anni Venti e Trenta, il Wunderteam, l’undici delle meraviglie, semifinalista ai Mondiali del 1934 in Italia, dove fu sconfitto proprio dagli azzurri, che avevano nettamente battuto in amichevole solo pochi mesi prima. L’Italia superò l’Austria anche nella finale olimpica del 1936, ma l’allenatore a Berlino non era Meisl bensì il suo maestro, il celebre Jimmy Hogan, un inglese che passando per Olanda, Svizzera e Germania aveva predicato un approccio più fluido al calcio e che sarebbe poi stato menzionato dal presidente della federazione ungherese, Sándor Barcs, come artefice degli insegnamenti che avevano portato la nazionale magiara all’indimenticabile trionfo per 6-3 a Wembley del 25 novembre del 1953.

Meisl a dire vero non era convinto al cento per cento della necessità di impiegare solamente giocatori tecnici, e aveva dato spazio al celebre Josef Uridil, il carroarmato, di soprannome e (quasi) di fatto diventato una delle prime stelle del calcio europeo, oggetto di un brano del cabarettista Herman Leopoldi, uomo-immagine di pubblicità varie e protagonista di un film in cui aveva interpretato se stesso. Uno stile di gioco, il suo, antitetico a quello dell’ancora più celebre Matthias Sindelar dell’Austria Vienna, soprannominato Der Papierene che da noi è stato efficacemente tradotto come ‘Cartavelina’, per l’apparente fragilità e delicatezza di tocco.

Sindelar, che le foto d’epoca ritraggono con un visino spigoloso, furbo e ammiccante, piaceva molto ai mammasantissima dei caffé, che adoravano la sua astuzia, la sua leggiadria, la sua capacità di resistere con la tecnica alla forza bruta di molti avversari: come molti intellettuali, insomma, ammiravano se stessi, o meglio la propria proiezione agonistica. Meisl lo aveva fatto debuttare in nazionale a 23 anni, nel 1926, ma dopo per quattro anni non lo aveva convocato, irritato dal suo eccessivo individualismo, e per questo motivo si era scontrato con i teorico-tattici dei caffé, tra i quali molti giornalisti, che lo avrebbero sempre voluto accanto a Fritz Gschweidl come principale pericolo offensivo del 2-3-5.

MATHIAS SINDELAR (LaPresse).

È celebre l’episodio in cui Meisl, indispettito dalle pressioni dei cronisti prima di una partita contro la Scozia nel 1931, gettò verso di loro il foglietto con la formazione urlando «ecco il vostro Schmieranski-Team», ove ‘schmieranski’ vale più o meno ‘scribacchini’. Era la celebrazione del ritorno (trionfale) di Sindelar, che negli anni successivi sarebbe diventato famoso in tutto il mondo, e non solo per il mancato trasferimento al Manchester United (!). Di famiglia cattolica originaria della Moravia (la parte più orientale dell’attuale Repubblica Ceca), e infatti all’anagrafe era Matěj Šindelář, fu adottato da moltissimi come simbolo della lotta al nazismo, dopo la fine del periodo socialdemocratico a Vienna e ancora più dopo l’annessione del 1938 alla Germania, ma le interpretazioni sono varie e rischiose.

Sindelar non era ebreo, come a volte si legge, né sbandierò mai le sue simpatie – che pure erano socialdemocratiche – e la sua famosa esultanza danzata di fronte ai dignitari tedeschi in occasione dell’amichevole Austria-Germania del 3 aprile 1938 che siglò la fine temporanea della nazionale locale è stata letta in vari modi. C’è chi la interpretò come sfida ai nuovi padroni e chi come gesto abituale, mentre non è mai stato accertato che le facili occasioni da lui fallite nel primo tempo fossero state la sua maniera di disobbedire all’ordine di non segnare, ordine che non dev’essere poi stato tassativo visto il 2-0 finale a danno della Germania.

I tedeschi peraltro non se la presero con Sindelar, se è vero che poche settimane dopo l’annessione dell’Austria lo aiutarono a prendere la gestione di un caffé, l’Hannahof, che era stato confiscato a Leonard Simon Drill, ebreo, nel processo di arianizzazione del paese. Secondo però quanto dichiarato anni dopo da un conoscente, Sindelar aveva accettato la situazione per fare in modo che almeno il caffé non cadesse in mani peggiori, e per la transazione aveva pagato una somma di denaro più alta del dovuto. Ritiratosi dal calcio poco dopo l’amichevole con la Germania, Matthias fu poi trovato morto in casa, con la fidanzata italiana Camilla Castagnola, la mattina del 23 gennaio del 1939. Anche la sua morte è stata letta in vari modi: dal suicidio per la vergogna verso la situazione del suo paese all’omicidio all’avvelenamento da monossido di carbonio causato da una stufa difettosa. Ed è questa la versione più verosimile: non per nulla, un vicino di casa pochi giorni prima aveva segnalato il funzionamento difettoso di una delle canne fumarie dell’edificio.

Lo stadio Ernst Happel di Vienna ©Action Images/LaPresse.

Il Wunderteam scomparve dunque assieme al suo esponente più elegante, ammirato anche all’Arena di Milano in una celebre finale di andata della Mitropa Cup del 1933, e poi a quei Mondiali italiani del 1934, dove in semifinale fu marcato con estrema robustezza da Luisito Monti, e non giocò poi la finalina. Meisl se n’era andato nel 1937, per un infarto, e però già da alcuni anni la sua reputazione era stata coperta da immeritate nubi di critica e acidità, per la sua testardaggine e determinazione: la nascita delle competizioni continentali per club e nazionali è in gran parte sua, così come la diffusione di idee tattiche innovative.

Nate, discusse, tormentate, dibattute, difese e attaccate nei caffé viennesi, e poi discese lungo il Danubio verso Budapest e il Mar Nero, spargendosi in realtà ovunque. Grazie ad esempio a Béla Guttman, ebreo ungherese nato nel 1899, che aveva giocato dal 1922 al 1926 nel celebre Hakoah Vienna. Si trattava di un club di soli giocatori ebrei, ospitato in un campetto nel parco Prater, e che vinse addirittura il campionato austriaco nel 1925, con un gol del… portiere Alexander Fabian, costretto a giocare in attacco – con un braccio al collo – al posto del compagno di squadra che lo aveva sostituito in porta dopo l’infortunio.

Guttmann crebbe nel circolo di idee di Meisl e le attuò in giro per l’Europa, Italia compresa (Padova, Triestina dove sostituì Nereo Rocco, Milan, Vicenza), assieme a Ernő Egri Erbstein, ebreo ungherese, che dal 1928 – con intermezzo tra 1939 e 1945 quando tornò in patria, per evitare guai a causa delle leggi razziali – allenò in Italia ed era direttore tecnico del Grande Torino che morì a Superga il 6 maggio del 1949. Nomi noti al grande pubblico, come quello di Árpád Weisz, l’allenatore poi morto ad Auschwitz la cui memoria è stata fortunatamente ravvivata dall’eccezionale lavoro di ricerca di Matteo Marani. Nella nazionale olimpica ungherese del 1924 Weisz era stato giocatore di Guttman – lui sì scampato per poco ad Auschwitz, grazie alla fuga dal campo di detenzione in cui si trovava – e aveva assimilato nozioni poi diffuse nel corso della sua purtroppo breve carriera di allenatore, principalmente in Italia, con tre scudetti vinti tra Inter e Bologna.

Il Jungling Cafe di Vienna nel 1800 (Photo by Hulton Archive.Getty Images).

I foglietti, le discussioni sul sesso degli angeli e sull’efficacia dei centravanti, le nazionalità transitorie e confuse, la pratica sul campo, la diaspora tattica: dai caffé viennesi la bellezza, coniugata secondo il cosiddetto calcio danubiano, provò a salvare il mondo, ma ci riuscì solo parzialmente, vincendo anche meno di quanto avrebbe potuto. Qualcosa in più fece Happel, nato nel 1925 e cresciuto nel Rapid Vienna, che pur giovanissimo riuscì ad assorbirle e a trasformarle in pratica nelle sue squadre, compresa l’Olanda finalista mondiale del 1978 e Feyenoord e Amburgo campioni d’Europa. Molto calcio della metà del secolo scorso nacque insomma nei caffé viennesi, e dunque.

Dunque, niente. Perché resta solo la memoria, e poco altro. I caffé sopravvissuti sono tuttora locali eleganti, alcuni un po’ turistici, nei quali però è possibile scorgere viennesi che mantenendo le antiche abitudini trascorrono il tempo con un quotidiano, facendosi portare uno dei vari tipi di bevanda calda tradizionali, accompagnato dal bicchierone di acqua. Può esserci un pianista, può essere carino chiudere gli occhi e pensare ad atmosfere di cent’anni fa, ma oltre alla storia, oltre a tentativi – come questo – di darsi un tono raccontando eventi lontani, c’è davvero poco: basti pensare che da tempo il Ring Café non c’è più, sostituito addirittura da un ristorante di cucina marocchina.

I tifosi di Austria e Rapid si accapigliano, e per certi versi questo attaccamento è incoraggiante, ma il grande calcio purtroppo li ha scavalcati e lasciati ai margini dell’impero. Vittime di ritorno della globalizzazione, in due forme: quella dal basso, partita quasi un secolo fa da questi caffé, era quella degli uomini, delle idee, delle teorie, che hanno contribuito a diffondere l’estetica del calcio in Europa e nel mondo e a renderlo popolare; e per triste ironia ora questa popolarità è tale che la globalizzazione è diventata quella dall’alto, quella di pochi marchi/squadre, che dominano la scena e hanno relegato club come Rapid e Austria a fornitori saltuari di settori giovanili e aneddoti da vagabondi da stadi. Sono passati quasi cento anni, del resto, e un Uridil magari imperverserebbe su Instagram, se fosse al mondo adesso.

PS: nei caffé capitava che si armeggiasse con bicchieri, zuccheriere e tazzine per dimostrare teorie e schemi. E probabilmente c’erano discussioni e dissensi. Ci sta. Nell’estate del 1990, il compianto professor Franco Scoglio, appena assunto dal Bologna, era a tavola con alcuni giornalisti, e nel suo fervore didattico fece spazio sulla tovaglia e usando saliere e bicchieri cominciò a spiegare le sue idee. Giunto quasi al termine di una dissertazione, chiese a uno dei presenti dove dovesse dunque collocarsi Roberto Tricella, il difensore appena acquistato. L’interpellato, toscano, alzò le spalle e disse semplicemente «so’ ‘na sega, io». Ecco, forse a Meisl non andò mai così. Forse.

Roberto Gotta

About Roberto Gotta

Roberto Gotta, classe ‘64, si è appassionato al calcio inglese a metà anni Settanta, e nel 1979 ha visto la sua prima partita a Wembley. Ha scritto due libri importanti, Le reti di Wembley e Addio West Ham, e prima o poi ne aggiungerà un terzo.

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