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Calcio, fascismo e Resistenza: tre storie per la Liberazione

By 25 Aprile 2021
calcio e Liberazione

Le vicende di Vittorio Staccione, Ferdinando Valletti e Dino Fiorini, calciatori con percorsi eccezionali e differenti, ritornano prepotentemente alla memoria per il 25 aprile

Torino, Milan e Bologna. Tre realtà calcistiche molto diverse tra loro nel periodo che va dagli anni Trenta ai primi anni Quaranta. Il Bologna domina, il Torino si appresta a farlo, il Milan arranca nelle retrovie. Caratterizzato dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale, questo tempo ha visto protagonista diversi giocatori, in campo come fuori. Calciatori dalle storie eccezionali che ritornano prepotentemente alla memoria per il 25 aprile. Sportivi che hanno storie diverse come le loro scelte. Sono le vite di  Vittorio Staccione, Ferdinando Valletti e Dino Fiorini.

Vittorio Staccione è il quinto da destra.

Vittorio Staccione

Manca poco meno di un mese e mezzo alla fine della guerra, il 16 marzo 1945. È il giorno che Vittorio Staccione ha smesso di combattere. Battuto dalla setticemia e dalla cancrena. Sfinito dalla fame, dal freddo, dalle sofferenze e dalle violenze nel campo di concentramento di Gusen, sottocampo di quello principale posto a Mauthausen. Lo avevano deportato esattamente un anno prima, poco giorni prima di compiere 40 anni. Quando li compie (Staccione è della classe 1904) è il 9 aprile. È vittima dello sciopero generale contro la Repubblica Sociale Italiana e la guerra del marzo 1944 ma anche della sua popolarità. Sì, perché Vittorio Staccione lo conoscono in molti. È stato un calciatore tra gli anni Venti e Trenta e a Gusen incrocia anche i suoi colleghi Carlo Castellani e Ferdinando Valletti. All’interno del campo viene anche invitato a giocare alcune partite di calcio.

Ma Staccione non è conosciuto solo per lo sport. È un operaio figlio di operai, e le sue tendenze socialiste sono ben note agli ambienti fascisti. Tanto che nel 1926 non può essere presente all’inaugurazione dello stadio Filadelfia perché due fascisti, nei giorni precedenti, gli hanno rotto due costole. È proprio per questo suo antifascismo che la sua categoria a Mauthausen è quella dei “prigionieri politici”.

Sul campo di gioco viene notato all’età di 11 anni. È il 1915 e il suo primo osservatore è un personaggio d’eccezione. Il capitano del Torino di allora Enrico Bachmann. L’ingresso delle giovanili dei granata è immediato. Staccione è un mediano di grande sostanza e sa abbinare quantità e qualità con grande naturalezza. Per molti è tra i più forti della sua generazione. Caratterialmente è un giovane estroso e sorridente ma ha solo un difetto per l’Italia di metà anni Venti: è impegnato politicamente.

Quando nel 1924/25 viene girato in prestito alla Cremonese – perché è a fare il militare a Cremona – finisce dritto all’interno di una delle provincie più calde e fasciste di Italia. Dove imperversa il Ras Roberto Farinacci. Qui viene segnalato come un pericoloso sovversivo. Secondo quanto ha raccontato il pronipote Federico Molinario sulle cronache sportive locali il suo nome non compare nemmeno, sostituito da una X. L’avventura a Cremona dura appena un anno.

22 gennaio 2019. Deposta dall’artista tedesco Gunter Demnig, in via S. Donato 27 a Torino, una Pietra d’inciampo in memoria di Vittorio Staccione (Foto Fabio Ferrari /LaPresse)

Torna in Piemonte. A Torino il fascismo domina ma la quotidianità di Staccione riesce ad essere meno travagliata. Con i granata gioca due stagioni e vince lo scudetto (poi revocato) della stagione 1926/27. Si trasferisce a Firenze e diviene, anche qui, uno dei giocatori più apprezzati per il suo temperamento. Rimane in riva all’Arno fino al 1931. Anche a Firenze, dopo quattro anni, la sua vita da convinto antifascista non è più sostenibile. Se ne va regalando alla Viola la promozione in Serie A, vincendo il campionato cadetto 1930/31. Un attaccamento ai toscani che gli valgono l’entrata nella Hall Of Fame del club nel 2012.

È Cosenza ad accoglierlo. Tre anni in Calabria in terza serie e poi il passaggio in Campania, al Savoia. È una squadra dal passato importante ma dal presente difficile (dieci anni prima era stato vicecampione d’Italia). La categoria è ancora la terza. Lui poi non è più il giocatore di un tempo e i soprusi del regime cominciano ad avere un effetto sul suo fisico. Gioca appena due partite e poi smette. Il futuro è ancora a Torino, stavolta però torna a vestire i panni dell’operaio.

L’unica cosa che non finisce è la sua avversione per il fascismo e la sua militanza contro il regime. Scelte che gli rendono la vita difficile, con almeno altre sette o otto aggressione subite. A Torino però Staccione ha anche molti ammiratori. Alcuni insospettabili cercano anche di aiutarlo.

Quando viene arrestato, a seguito degli scioperi del 1944, il commissario gli dà l’occasione di tornare a casa dopo l’arresto e dopo averlo avvisato che sarebbe stato deportato in Germania. Ufficialmente per fare la valigia ma è anche l’occasione per scappare ed evitare guai peggiori. Invece Staccione si presenta nuovamente in commissariato. Una scelta forse d’orgoglio ma sicuramente fatale. È la scelta che lo porta verso il convoglio numero 34. Verso Gusen. Verso il non ritorno. Oggi una pietra d’inciampo lo ricorda in via San Donato 27 a Torino, l’ultimo suo domicilio.

Ferdinando Valletti, a destra con il cappotto.

Ferdinando Valletti

Era uno dei centrocampisti più promettenti della sua generazione. Non era soltanto un uomo di fatica ma aveva anche un’ottima tecnica di base. Poi la Seconda guerra mondiale ha cambiato tutto, assegnando a Ferdinando Valletti un’altra storia. Non più da giocatore ma da deportato. Ma andiamo per ordine e torniamo al principio: 5 aprile 1921.

Ferdinando Valletti nasce in questo giorno a Verona, la città che lo vede dare i primi calci a un pallone di cuoio. È nelle giovanili dell’Hellas Verona che Valletti inizia a giocare. Una passione forte, che però ben presto non basta più. Gli anni Trenta sono tempi difficili. C’è bisogno di un lavoro che dia maggiori garanzie, e questo arriva quando Valletti va alla Alfa Romeo. Lavorare per il Biscione vuole dire però trasferirsi a Milano. Valletti ha 17 anni.

Lasciare il Verona non si traduce ad un addio al calcio. Il veronese trova spazio nel Seregno, una piccola formazione che milita nel campionato di Serie C. L’occasione è ghiotta. Non tanto per la possibilità di fare esperienza ma perché, a quel tempo, il Seregno è un serbatoio del ben più prestigioso Milan. Con i brianzoli gioca 28 partite, prima della chiamata dei rossoneri. È il 1941 e l’Italia ha imparato ad avere altre priorità nelle sue giornate. Il Paese è in guerra già da un anno.

Nel Milan rimane tre anni (dal 1941 al 1944), gioca qualche amichevole ma non esordisce mai ufficialmente. Sono due gli ostacoli che si frappongono tra Valletti e il sogno di diventare un calciatore a tutti gli effetti: prima un fastidioso infortunio al menisco (un incidente che, al tempo, poteva anche decretare la fine della carriera di un giocatore) e poi una spia.

Ferdinando ha 23 anni e sa da che parte stare. Quando nella primavera 1944 viene indetto uno sciopero generale contro la Repubblica Sociale Italiana e la guerra, sa perfettamente cosa fare. Distribuisce volantini e partecipa attivamente il giorno prescelto per l’azione resistenziale: il 1° marzo 1944. Per questo viene venduto, prima ai fascisti e poi ai nazisti, da una persona che lui considerava amica. Una sera si presentano in casa di Valletti – che intanto si è sposato con Lidia e attende una bambina – gli uomini della Legione “Ettore Muti”. Seguono l’arresto e l’immediato trasferimento al binario 21 della Stazione Centrale di Milano. Da lì c’è sola una destinazione: i campi di concentramento.

Prima viene deportato a Mauthausen, in Austria, e poi a Gusen. Il lavoro e le privazioni sono feroci. Le violenze all’ordine del giorno. Eppure Ferdinando resiste. Dimagrisce inesorabilmente ma resiste. C’è sola una cosa che può migliorare la sua condizione. La stessa che lo ha guidato in 23 anni di vita: il pallone.

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Manuela Valletti, figlia di Ferdinando riceve la maglia numero 10 del Milan da Maurizio Ganz e da Roberto Jarach, presidente del Memoriale della Shoah di Milano (Foto Piero Cruciatti / LaPresse)

«Appresi – ha raccontato in seguito – che sul mio foglio di trasferimento a Gusen era stato appuntato che ero un giocatore di calcio. Mi venne chiesto se fosse vero, in quale squadra avessi giocato e con quale ruolo». Quando Ferdinando rispose nel Milano (il regime pretendeva l’italianizzazione di ogni nome) «due SS si scambiarono un’occhiata e mi dissero che mi avrebbero provato sul campo, se avevo mentito mi avrebbero ucciso». Ogni quindici giorni Valletti doveva essere pronto a sostituire eventuali defezioni all’interno delle squadre di SS.

Quando arriva il giorno del provino «non sentivo alcun dolore, mi trovavo il pallone tra i piedi e passavo la palla come sapevo fare, senza nemmeno pensarci, due, tre quattro volte mentre il viso mi si rigava di lacrime». È la prova più importante della sua vita e Ferdinando Valletti la passa. È la sua fortuna. All’improvviso il rancio aumento, così come le sue condizioni all’interno del campo. Viene spostato a lavorare in cucina e riesce a mettere da parte qualche avanzo per i suoi compagni di prigionia, aiutandoli a resistere. Sopravvive e torna a casa dopo 18 mesi di prigionia, dove ad attenderlo c’è la figlia di 10 mesi.

Dopo la guerra c’è voglia di dimenticare e di tornare alla normalità di un tempo. Gli viene conferito il titolo di “Partigiano combattente”, riprende il suo lavoro all’Alfa Romeo ma non racconta la sua avventura orribile. Lo farà solo molti anni dopo – grazie anche all’aiuto della figlia Manuela – parlando con studenti e partecipando a diversi incontri. Nel 1976 viene insignito dell’Ambrogino d’Oro dal sindaco di Milano Aldo Aniasi. Muore il 23 luglio 2007, dieci anni prima di essere inserito tra i “Giusti tra le Nazioni” e di trovare un posto nel giardino dei Giusti di Milano.

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Dino Fiorini

Non solo giocatori-partigiani. Ci sono storie anche di calciatori che si schierarono dall’altra parte dopo l’8 settembre 1943. Quella della Repubblica Sociale Italiana. È il caso di Dino Fiorini, milite scelto della Guardia Nazionale Repubblicana durante il periodo della guerra civile italiana (1943-1945) ma, soprattutto, uno dei giocatori simbolo del Bologna che “tremare il mondo fa” degli anni Trenta. Una squadra che trionfa in Italia e in Europa, allenata da Arpad Weisz e di cui  Fiorini è un perno fondamentale.

Era nato a San Giorgio di Piano, in provincia di Bologna, il 15 luglio 1915. La passione per il calcio era venuta fuori presto, così come il suo talento. L’affermazione tra i giovanissimi è inevitabile. Ben presto anche la prima squadra si rende conto di Fiorini. L’11 giugno 1933 debutta con la maglia dei rossoblù: 3-3 contro la Pro Patria. Non ha ancora 18 anni. Due anni di apprendistato dietro all’esperto Eraldo e poi il posto da titolare come terzino. È la stagione 1935/36 e Fiorini vince subito lo scudetto. Esito ripetuto anche l’anno dopo. Un bis d’autore di cui Fiorini è uno dei pezzi pregiati.

Non è solo un terzino, è molto di più. La sua duttilità tecnica e tattica era unica per il tempo. Anche se il suo ruolo è più difensivo, sa dare un grande contributo anche come giocatore offensivo. Fiorini, anticipando i tempi, è uno che sa costruire e proiettarsi in avanti. Un grandissimo atleta e un giocatore moderno. È classe e sregolatezza. Per Arpàd Weisz, il grande allenatore ungherese che conduce il Bologna agli scudetti del ’36 e ’37, «Fiorini è la sintesi vivente del giovanotto ventenne. Naviga con scrupoli di coscienza tra Scilla e Cariddi, delle quali la prima rappresenta il Dovere e la seconda il Piacere. Ma Fiorini per sette, otto mesi della stagione è sempre in gran forma. Durante questo periodo non si passa e ne sanno qualcosa i suoi avversari».

Inoltre è bello, è un tipo che piace. Un po’ per l’aspetto. Un po’ per il suo temperamento strafottente e scanzonato. Amante della vita notturna. Un carattere che gli attira molti ammiratori ma anche qualche lato negativo. Vittorio Pozzo, per esempio, non lo convoca mai in Nazionale. Un’etichetta da ragazzo “bello ma dannato” che Fiorini non si scrolla di dosso nemmeno dopo un matrimonio e tre figli. Era poi un fascista convinto (caratteristica che a quei tempi non guastava) e ci rimase fino all’ultimo momento.

Con il Bologna vince altri due scudetti, nel 1938/39 e nel 1940/41. Ma i successi non arrivano solo a livello nazionale. Fiorini è uno dei protagonisti del trionfo del Bologna nella Mitropa Cup 1934 e del Torneo dell’Esposizione di Parigi del 1937. In tutto 187 presenze con il rossoblù e 6 reti. Un contributo profondo nella storia bolognese. Un giocatore che ancora oggi ha un posto di rilievo.

Ma se la carriera di Fiorini è piena di luce, molto più oscurità racchiude la sua esperienza bellica. E non tanto per le sue convinzioni politiche, quanto per la sua morte, avvenuta nei dintorni di Monterenzio il 16 settembre 1944 durante uno scontro con i partigiani. Il suo corpo non è mai stato trovato.

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