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Cardona, l’attaccante che vive col nodo in gola

By 16 Aprile 2019

Dicembre 2016. È una fredda serata di inverno al Camp Nou. Il Barça ha battuto quattro a zero il Borussia Mönchengladbach e approda agevolmente agli ottavi di champions.

I calciatori si danno il cinque, scherzano soddisfatti. Tra loro però c’è un ragazzino di diciannove anni che scuote la testa e rimugina. Ha appena esordito in Champions con la maglia della squadra per cui tifa da poco più che neonato, eppure è abbattuto. Si chiama Marc Cardona. E per capire come mai è triste, bisogna allontanarsi un bel po’ da Barcellona, bisogna uscire dal Camp Nou, dimenticarsi le luci accecanti de La Rambla, abbandonare la ricca Catalunya, le spiagge alla moda della Costa Brava e tornare a cinque anni prima, a quando il ragazzino del Camp Nou aveva le guance sporche della polvere d’Andalusia.

Più precisamente, di quella di Jerez de la Frontera, pieno deserto tra l’Oceano e il Marocco, lì dove anni prima Sergio Leone girava i suoi western. Con le scarpe piene di polvere, e il sudore di fango secco sulla fronte come Clint Eastwood dopo un duello, Marc bussa alla porta di Libertad Reyes, la psicologa del piccolo club in cui gioca. Marc ha bisogno di ansiolitici. Ha la gola stretta da giorni e non dorme la notte. Ha un problema psichico molto serio, dice. Quale? Il problema è che lui è un numero nove classico ma il mister si ostina a schierarlo sulla fascia. E questa cosa lo sta mandando al manicomio.

Il mister in questione si chiama José Herrera. È stato lui che ha scoperto Marc nelle giovanili del San Benito (settima squadra di Jerez) e lo ha portato, a soli sedici anni, nella prima squadra del Sanluqueño a giocarsi la promozione dalla Segunda División B (serie C spagnola) alla Liga2. Hanno un rapporto molto stretto, il classico padre/figlio allenatore/giovane promessa, molto schietto, e allora quando José, indispettito, gli domanda perché, per un problema di campo, gli è stata preferita una psicologa, ovvero perché non ha parlato prima con lui, Marc, candidamente, gli risponde che no es algo técnico, José. Es psicológico. Non è un problema tattico, è psicologico.

Cardona

Nonostante la giovane età, Marc aveva già fatto una perfetta radiografia delle sue ambizioni e della sua personalità. E di quel difetto fatale che ogni giocatore ha, con il quale, per diventare campioni, bisogna conviverci. Lui è sempre stato un attaccante a metà, e non solo per vicissitudini di campo. La sua storia parla chiaro.

Nato a Lleida, nel cuore della Catalunya, nel 1995, è costretto a trasferirsi già da bambino in Andalusia, a Jerez, dove suo padre si sposta per lavoro. Troppo catalano per diventare andaluso, e, in seguito, troppo andaluso per tornare ad essere catalano, ha sempre vissuto in una terra di mezzo culturale che non lo ha mai radicato in un posto preciso. Come ogni vero tifoso di calcio, la sua unica radice è il tifo. Blaugrana da sempre, un corazón culé che però non gli serve a molto quando nello spogliatoio tutti parlano andaluso stretto e lui si sente escluso.

Marc ha sempre avuto una sola maniera di dialogare con i compagni, il gol, por supuesto. Ed è per questo che aveva gli attacchi d’ansia quando lo mettevano troppo lontano dall’area avversaria: perché tornava ad essere incompreso. Herrera lo prese dal San Benito perché il piccolo catalán andalu’ aveva fatto 21 gol in 20 partite. Lo porta al Sanluqueño dove inizia bene, ma poi l’arrivo di nomi più quotati per la categoria lo retrocedono ad ala, quando gli va bene; quando invece gli va male, direttamente in panchina.

Ma Herrera, che in fin dei conti ha sempre creduto in lui, decide di non dargli nessun ansiolitico. La partita successiva all’incontro con la dottoressa Reyes, gli dà la 9 titolare e si impone con gli alti gradi del club: il giovane Cardona giocherà al centro dell’attacco e, da coach, promette che se nelle successive quattro partite non farà almeno cinque gol, tornerà a scaldare la panchina. In quella partita Marc fa una tripletta, in quella dopo un gol e tanti altri nelle successive. Indossa la 9 che non toglierà fino a quando il Sanluqueño centra la storica promozione nella serie B spagnola; fino a quando, un giorno di giugno, due eleganti signori catalani si materializzano nella polvere andalusa, chiedendo di un certo Cardona.

Cardona

Sono due emissari del Barça, e in serie B Marc l’anno dopo ci giocherà, ma con il Barcelona B, la cantera, l’ultimo gradino prima del cielo, lì dove sono gli dei sono stati bambini.

Il resto è una storia che si scrive da sé. Attaccante centrale titolare, gol su gol, tecnica e fame, tiki taka e altruismo, il pedigree che ogni nueve del Barça che si rispetti deve avere; non solo voglia di fare gol, ma anche di farli fare, e allora ecco che sono servite a qualcosa quelle notti passate insonni con la gola chiusa, gli ritornano utili le scorazzate sulla fascia dove la linea della porta si confonde con l’orizzonte, perché, nel Barcellona non ci sono psicologi ad aiutarti: anche se la gola si chiude, tu devi saperti allargare sulla fascia, aprire gli spazi, e fare gli assist.

Il sogno, quello vero, però deve ancora arrivare. E ha il nome e il cognome di Luis Enrique. Un giorno lo osserva giocare tra i ragazzini e, qualcuno dice, intravede in lui un piccolo Suarez da coltivare. Traduzione? Se lo porta in prima squadra, gli fa fare un gol in Copa del Rey e poche settimane dopo debutta in champions. In quella fredda partita di dicembre, prende il posto del mattatore della serata, Arda Turan, autore di una tripletta.

Siamo al 75° minuto. Marc entra come una furia. Proprio a Suarez aveva confessato, durante il riscaldamento pre partita, che aveva paura di infortunarsi, di far indurire troppo i muscoli. El Pistolero pare si sia fatto una risata e gli abbia detto qualcosa del tipo: se i tuoi muscoli si induriscono proprio stasera, allora buttali, perché sono maledetti.

Una sorta di maledizione, però, Marc realmente ce l’ha, e non sono i muscoli. Quella sera contro il Borussia Mönchengladbach, verso fine partita, l’arbitro non dà al Barça un calcio d’angolo netto e Marc impazzisce di rabbia. Con quel corner (in una partita già stravinta 4 a 0) lui, da attaccante centrale, avrebbe potuto fare il quinto, perché di testa è fortissimo. Così la partita finisce e lui è distrutto. Cardona ha solo ventuno anni, ma in un certo senso questa partita rappresenta già l’inizio della sua maledizione: Marc arriva a mezzo metro dal realizzare il sogno completo, ma poi il destino gli fa percorrere sempre la metà mancante, quella sbagliata però, quella che lo fa tornare indietro.

No es algo técnico, José. Es psicológico.

E infatti da quella sera succede qualcosa. Luis Enrique lo chiama altre volte, ma Marc non ha più quella verve, qualcosa è cambiato. In quel complicato mosaico di elementi che fanno sì che un essere umano (divinità a parte) possa indossare quella maglia, una pedina qualsiasi sta venendo meno. Garra, tecnica, voglia, spregiudicatezza, fantasia, classe. Qualcosa di tutto questo era scomparso.

E infatti scompare anche dai radar dell’allenatore.

A vent’anni è tutto ancora intero, canta il poeta. È vero, ma lo è solo per gli esseri umani normali, che vivono nel tempo convenzionale della vita.

Per i calciatori non è così, si sa. A vent’anni può già finire tutto, altro che intero. Ed è probabilmente questo che ha pensato Marc quando Braida gli ha sottoposto l’offerta ufficiale di prestito al Real Oviedo. Una squadra di Liga2, certo, però ambiziosa, dove sarebbe titolare, con un buon allenatore, tanti giovani, con un bel progetto tecnico etcetera etcetera. Frasi sentite milioni di volte. Nella testa di Marc c’è un solo pensiero: è una squadra di serie B. Il fatale passo indietro presente in ogni momento della sua vita.

Tuttavia non può che accettare. O accetta, o passa un anno senza giocare. Deve solo firmare, quando un altro coach di nome José entra nel suo destino. José Mendilibar, allenatore dell’Eibar, squadra basca che, a proposito di destino, ha i colori sociali blaugrana. Squadra di primera. Certo, all’inizio non sarà titolare, il posto se lo deve conquistare, ma Cardona sa come si fa, a lui la gola gli si chiude solo se non fa gol, non se gli mettono pressione addosso.

E i gol li inizia a fare, subito, e da subentrante, conquistando a poco a poco la fiducia nell’ambiente.

Per uno che con i suoi tacchetti ha macinato mezza Spagna, i paesi baschi sembrano essere la sua meta del destino. È finito, infatti, in quella che è la perfetta sintesi tra Andalusia e Catalogna. I baschi sono degli andalusi con più rabbia, e allo stesso tempo sono dei catalani con più buen rollo, più sanguigni. Qui Cardona, in questi mesi, pare si stia davvero completando. Sembra un caso, ma forse non lo è, che per la prima storia partita ufficiale della nazionale catalana contro il Venezuela, il titolare al centro dell’attacco è stato lui. Non ha segnato, e ovviamente ne ha sofferto: la felicità di essere il nove catalano per una notte, non se l’è goduta fino in fondo. Perché, anche stavolta, come in champions, non ha fatto gol.

No es algo técnico, sino psicológico. Questa frase che gli risuona dentro come una maledizione, sembra l’inizio di un ennesimo passo indietro.

Ma stavolta no. Stavolta succede qualcosa. Sei aprile duemila diciannove. Stadio Santiago Bernabeu, Madrid. Il piccolo Eibar fa visita al grande Real. È una partita già scritta, e infatti finisce proprio come scritto: vince il Madrid, 2 a 1. Però, quel piccolo gol lì, quel timido 1, lo ha segnato proprio lui. Mendilibar decide di schierare Cardona titolare. E al minuto 39 del primo tempo, a completare una splendida azione dell’Eibar, arriva Cardona, da destra, come un’ala consumata, sbuca alle spalle di Nacho e Reguilón e, con un delizioso scavetto, infila Navas.

Uno a zero, Eibar in vantaggio al Santiago Bernabeu. La squadra più piccola tra le basche sta vincendo nel tempio dei Blancos e con un gol del numero nove della Catalogna. È troppo. Lo stadio prima si ammutolisce, e poi partono fischi e contestazioni. Nel frattempo Cardona festeggia. Ha fatto gol, in un clásico, perché sì, lui è un culé doc e questo sarà sempre un clásico.

Poi fa un gesto indecifrabile: bacia la maglia. Per ben due volte. E forse non è molto lontano dalla verità pensare che quella maglia blaugrana che ha baciato non è la maglia dell’Eibar. Ma un’altra.

Foto: LaPresse

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