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Carlos Tévez è andato oltre la leggenda

By 11 Marzo 2020
Carlos Tévez

Il bacio in bocca a Maradona e il gol al Gimnasia La Plata, con il quale ha regalato il campionato al Boca Juniors, sono solo gli ultimi capitoli di una parabola partita dalla periferia impossibile di Fuerte Apache. Una storia che supera il romanzo, dove un ragazzino costretto a dribblare più proiettili che avversari è riuscito a prendersi l’Argentina

L’autunno del Patriarca Carlos Tévez è fatto di baci (a Maradona), gol decisivi (al Gimnasia La Plata) e gloria (l’inaspettata vittoria del campionato argentino ai danni del più elegante River Plate di Marcelo Gallardo). Quando sembrava consumato e pronto a un declassapensionamento, si è ripreso tutto: fuori e dentro il campo, rimettendo in moto la sua incredibile e triste storia. Chi non ha visto la serie tivù che la racconta può recuperare su Netflix – “Apache: The Life of Carlos Tévez” – trovandoci un mucchio di risposte ai suoi comportamenti e all’irrequietezza che comincia e finisce sempre alla Bombonera, che è poi dove si arresta il vento della sua disgrazia.

“A mí, el Mundo Boca me devoró”. Anche perché era la sua frontiera, venendo dai western, come racconta prima di una puntata della serie: «A volte stavamo giocando a pallone e cominciavano a sparare. I proiettili ci volavano sulla testa. Noi ci nascondevamo o ci buttavamo a terra. Dopo ridevamo, ci guardavamo e scherzavamo: Ti sei cacato addosso! Senza averne coscienza. Eravamo bambini». In pratica Carlos Tévez è uscito da un Tarantino col pallone, e prima ancora si era fatto un battesimo del fuoco con ustioni su faccia, collo e torace, i cui segni vanno ancora in giro con lui: una mappa del dolore patito che, per un paradosso, si allarga quando sorride.

Tévez è un oltreromanzo che mescola i generi, ce ne è uno per ogni decennio: comincia con l’horror, prosegue col noir e poi arriva a quello di formazione. L’orrore per lui oltre che per l’acqua di un bollitore sta in una coperta di nylon che gli si tatua addosso, poi uscito vivo scopre che il padre che non ha conosciuto è stato ucciso e che i genitori che si ritrova sono gli zii, il resto, è, appunto, il mondo Boca Juniors, e, ovviamente Diego Armando Maradona, che è l’utopia di ogni argentino con pallone o senza.

Carlos Tévez

(AP Photo/Natacha Pisarenko)

Il contesto che genera Carlos Tévez è un quartiere utopico che come quasi tutte le utopie architettonico-urbanistiche deraglia diventando ghetto, faceva parte di un progetto per il mondiale di calcio 1978: nato come Barrio Ejército de los Andes, dove le torri erano immaginari soldati di cemento che guardavano la lontanissima Baires, e poi divenuto Fuerte Apache su battesimo del giornalista José de Zer che citava il film “Fort Apache, The Bronx”. «Non ero mai pienamente consapevole dei pericoli che correvo. Credo che nel caso delle mie ustioni, non fui mai pienamente consapevole di aver sfiorato la morte». Né dopo delle pallottole, o delle frequentazioni, o della droga.

Insomma trama e contesto dicono che ha corso più pericoli di Roman Polański. Anche perché a morire sarà l’altro Tévez, l’inseparabile, per un tratto di strada, Darío Coronel, per tutti Cabañas, per la somiglianza col paraguaiano Roberto Cabañas –  el “Mago de Pilar” stando all’amore de l’América de Cali – che allora giocava nel Boca Juniors, uno di quei calciatori estatico-circensi che generano stupore ed epica, col dominio del pallone e dei campi che segnano gol acrobatici, finendo poi per diventare maschere da indossare nelle periferie della gloria pallonara, dove bisogna farsi bastare le somiglianze, le imitazioni tecniche, perché di maglie non ce ne sono, si indossano i gesti.

Carlos Tévez

(AP Photo/Natacha Pisarenko)

Di storie come quella di Darío e Carlitos ce ne sono moltissime, strette in una triangolazione polverosa e sciolte da una pallottola insanguinata. Insieme negli All Boys  classe ’84, stipati nel furgone di Norberto “el Tano” Propato, poi Darío viene scelto e accetta il Vélez, Eduardo “Pino” Hernández che lo aveva allenato al Villa Real, e poi portato a El Fortín, lo ricorda come uno che stava per farcela: «Era visto come una stella futura. Un giocatore spettacolare, completo, con senso della posizione, tecnica e controllo della palla. Un leader, un combattente». Pure troppo combattente, al punto di uscire dal campo e scegliere la strada, lasciare il pallone e stringere una pistola. Adiós cancha.

Così Carlitos scartato dal Vélez – che si permette di rifiutare l’Argentinos Juniors perché si è promesso al Boca Juniors e in questa vita e anche nell’altra sarà quella la sua maglia, che Carlos Bianchi gli fece indossare – debutta nella nazionale Under-17 e Darío si perde. Il resto, poi, sono aeroplani, campionati vinti in Brasile, Inghilterra, Italia, gol e coppe alzate (ha vinto sia la Libertadores che la Champions League), misurando la distanza dall’amico perduto, dall’altro Tévez, quello che aveva fatto il primo passo e indossato la prima vera maglia, quello che sembrava doverlo anticipare e che invece è caduto alla difesa d’un destino che non ha smesso di marcarlo.

A tutte le vittorie di Carlos Tévez mancano quelle dell’altro Tévez, per questo Carlitos non ha paura di niente in campo, si muove rapace, ancora oggi dribbla veloce e appena si libera lo spazio tira a porta come ha fatto nella partita contro il Gimnasia La Plata, e prima aveva baciato sulla bocca Diego Maradona, come da annuncio, mentre Riquelme e la nuova presidenza del Boca Juniors tergiversavano sull’omaggio da fare o meno a Diego – ormai ogni partita fuori casa del Gimnasia è una stazione della via Crucis, dove Maradona non cade ma si siede su troni che poi diventano reliquie, una processione gloriosa del tifo e delle società che rende omaggio a un imperatore – ma a un ragazzino cresciuto nel buco del culo dell’Argentina che ha usato Maradona come filo dell’orizzonte non puoi dire di ignorarlo, perché Tévez e Darío e milioni d’altri ragazzini – Carlitos riserva 150 biglietti per il suo clan ad ogni partita alla Bombonera, non dimenticandosi di nessuno – hanno avuto come alba e tramonto: Maradona y pelota. E Tévez è stato capace di farsi coprire d’oro in Cina e poi di farsi rimettere a posto, restituendosi al Boca Juniors, nel giro di un anno, perso in una morsa di saudade argentina.

(AP Photo/Natacha Pisarenko)

In campo, Tévez, sembra ancora sfuggire ai proiettili di Fuerte Apache, ondeggia e si abbassa come se fosse in “Matrix” riuscendo a diagonalizzarsi in oscillazioni al limite della caduta, è uno di quei calciatori che con la vecchiaia e il patriarcato da spogliatoio (oggi che ha 36 anni) trovano pace e autorevolezza, prestazioni fuori dalla normalità, e vivono in guizzi serpigni dopo essersi assopiti all’ombra del loro monumento.

L’esistere nel breve, il coniugare il massimo in un gesto, appartiene solo alla maturità, se fatto da giovani si chiama incostanza, e fa storcere il muso, invece, ora, Tévez abita il lampo, in un calcio lento, quello argentino, che scorre tra rimbalzi e tentazioni, elementarità tattiche e tanta epica cantata, e lui, felino, alloggia nel momento, cavalca la nota e coglie il meglio, l’essenziale, il giusto. E, forse, per tutto il tempo d’assenza ripensa a Darío – come Philip K. Dick con sua sorella Jane –  alla sua vita sepolta e mancata e prima alla completezza delle partite infinite giocate tra pietre e pallottole improvvise, all’ombra delle torri dell’utopia dittatoriale argentina, sognando d’essere grandi, persino immaginandosi altrove, tra un dribbling e un cross, per poi tornare bambini, come tutti, sul gol.

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