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Champions e Lisbona, storia di una finale senza città

By 22 Agosto 2020

Poco entusiasmo, zero tifosi di Bayern e PSG e una città che vive l’evento nell’indifferenza quasi assoluta. Ecco la finale di Champions League nell’era del Covid: una partita decisiva ma senza alcuna atmosfera

da Lisbona

I teloni sono stati apposti all’interno, sugli spalti a favore di telecamera: loghi e colori, per non dare il senso del vuoto. Funziona poco, ma funziona. Fuori, la caratterizzazione del Da Luz per la finale è sostanzialmente inesistente; tre bandiere dell’Uefa a sventolare all’ingresso, zero fronzoli, completa assenza dei marchi di Paris Saint-Germain e Bayern Monaco e dalla finale stessa. Ma è nella segnaletica verticale che conduce alle tribune, anch’essa ridotta all’osso, che la situazione si staglia in tutta la sua singolarità: Team’s seats, gate 1. Per il settore riservato ai membri delle squadre, si entra dall’ingresso numero 1. Rileggetelo. Rifletteteci.

Quest’anno va così. Più che la città della finale, è una finale senza città. Un contrasto stridente, ma la realtà della Champions League non sempre ha i toni dell’epica: in questo agosto calcisticamente insensato e marchiato da contagio, paura e misure di sicurezza per contenere la pandemia, pare più che altro un manuale di istruzioni su come portare a termine un compito. È un foglietto dell’Ikea, Lisbona che aspetta la finale della Champions League più tormentata della storia: pochi disegni intuitivi e una brugola, altro non c’è, tanto basta anche perché comunque non era poi così semplice. Lisbona, a tutti gli effetti, la finale di Champions non la sta aspettando. Nemmeno doveva essere sua, ma di Istanbul. Poi tutto è cambiato.

L’atmosfera dell’evento, semplicemente, non c’è, perché l’atmosfera prevederebbe esattamente quello che non si può fare: aggregazione, e così l’unica traccia della finale in centro città è un gonfiabile della coppa in Praça Dom Pedro IV. Quindici metri, venti piedistallo compreso, ed è l’unica pacchiana concessione a una festa che non esiste, buona per qualche foto e poco più, giusto per marcare il territorio.

Un anno fa, a Madrid, il trofeo gigante si trovava a Plaza de Oriente, ma era tra Puerta del Sol e Plaza Mayor – dove la Uefa aveva montato il classico campo da calcio  per i più piccoli – che i tifosi si raccoglievano per vivere l’occasione. Del resto, il Champions Festival lo ricordano bene anche qui, dove nel 2014 la finale al Da Luz appartiene ad un mondo del tutto diverso: il Champions Pitch era stato montato in Praça do Comercio. Che è enorme. E oggi è pressoché vuota, perché i turisti in città sono prevedibilmente pochi per gli standard, mentre i tifosi bisogna cercarli col lanternino.

L’Instituto Português de Administração de Marketing aveva stimato, a fine luglio, l’arrivo in città nelle due settimane della final eight di circa 16 mila persone fra addetti ai lavori e sostenitori, questi ultimi comunque destinati a restare fuori dagli impianti: per la finale di sei anni fa fra Real e Atletico il medesimo istituto parlò di 70 mila visitatori e 50 mila pernottamenti in più fra la vigilia e il giorno dopo la partita. E di nuovo a Madrid, fra il 31 maggio e il 2 giugno del 2019, la città venne invasa da 150 mila inglesi per la sfida tra Liverpool e Tottenham Hotspur.

In giro, i tifosi con le maglie di Bayern e Paris sono rarissimi. Vero è che un centinaio di sostenitori dei francesi, lunedì notte, ha accolto festosamente il pullman della squadra al rientro all’hotel Myriad, penisoletta sul Tago nei pressi del ponte dedicato a Vasco da Gama, un mini assembramento accettato anche dal servizio di sicurezza (mentre al contrario a Parigi la gioia è andata fuori le righe, rispetto alle regolamentazioni anti-contagio), ma oltre a ciò non si è andati, e il Bayern che alloggia in un resort nei pressi di Cascais nemmeno ha vissuto quello zenit di entusiasmo.

Nelle partite che hanno condotto alla finale, tanto al Da Luz quanto all’Alvalade le presenze di tifosi all’esterno degli impianti erano sparute, e i locali che proiettavano la finale in tv erano generalmente poco affollati, con avventori piuttosto distratti e relativamente poco interessati a ciò che accadeva sugli schermi. Tutto qui, tutto qui e merchandising zero: per evitare qualsiasi tipo di assembramento, l’Uefa non ha aperto alcuno dei suoi store temporanei dedicati ai prodotti legati alla Champions e alla finale – una classica macchina da soldi – al punto che chi volesse acquistare, per dire, la classica sciarpa a doppio logo (disponibile da un paio di giorni), dovrebbe farlo online e farsela spedire. Troppo tardi per averla in tempo. Troppo tardi anche per gli abusivi, così al massimo nei negozi il calcio è rappresentato dalle magliette di Benfica, Sporting, Porto e… Juventus, perché qui Cristiano Ronaldo è religione, pur essendo il convitato di pietra della final eight.

Lui, almeno, la gloria Champions al Da Luz in una Lisbona gaudente (e ai suoi piedi) nel 2014 l’ha conosciuta sul serio quando si poteva, mentre questa finale, in città, di fatto non esiste. Ma il premio per chi ci ha almeno provato va a un ristorante di cibo italiano e portoghese (sic) chiamato improbabilmente “Mamma Donna” nei pressi di Praça da Figueira, che ha decorato la propria vetrina con alcuni palloncini argentati: una manciata di stelline e quattro lettere appesa a formare la scritta “Uefa”. Nel deserto di una finale senza città, fa tenerezza. Sulla cucina non garantiamo, ma Infantino, magari, potrebbe andare a fare una carezza ai gestori, e chissà, pure a cenare: i tavoli vuoti non mancano.

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