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Le finali di Champions League Africana viste dagli spalti

By 11 Giugno 2019

Un match di andata e uno di ritorno non sono bastati a incoronare una fra Wydad ed Esperance. Il mancato funzionamento del Var ha rimandato la festa a un terzo round da giocare in campo neutro. Ecco come le due tifoserie hanno vissuto la settimana più assurda del calcio africano

Oggigiorno in Italia, quando riflettiamo sulla superficie del nostro pianeta o valutiamo la grandezza di paesi e continenti, ci rifacciamo ancora alla proiezione di Mercatore, un cartografo fiammingo che ideò la sua mappa nel 1569. Nella proiezione cilindrica di Mercatore l’emisfero settentrionale risulta più grande e tutti i continenti presentano dimensioni differenti dalla realtà.

Sarebbe dunque più opportuno fare affidamento alla proiezione di Gall-Peters, uscita nel 1974, distorta nelle forme ma accurata nelle dimensioni. Così vedremmo che l’Africa, che ha un’estensione territoriale pari a 30.370.000 km² e che al suo interno potrebbe contenere Cina, India, Stati Uniti e una bella fetta di Europa, è un continente molto più esteso di ciò che potremmo pensare. Perché vi diciamo questo?

Perché è il motivo principale per cui ancora oggi – anche se questa tradizione sembra essere agli sgoccioli – la Confederazione Africana di Calcio (CAF) mantiene la doppia finale per i propri tornei continentali per club, tra cui la Champions League. Confrontarsi sulla distanza di 180’, con un match di andata e uno di ritorno, significa offrire ai tifosi di entrambe le finaliste la possibilità di ricevere i propri beniamini in casa ed evitare loro viaggi lunghi e costosi, che pochi potrebbero affrontare. Quindi: stadi pieni e spettacolo sugli spalti.

I tifosi del Wydad colorano di rosso la propria curva durante la finale di andata della Champions League africana, andata in scena a Rabat il 24 maggio (LaPresse).

Quest’anno le finali di CAF Champions League si giocano inusualmente a maggio, a soli sei mesi dagli ultimi due atti della scorsa edizione; la 2018-2019 è infatti un’edizione di transizione che permetterà alla CAF di allineare il calendario internazionale africano a quello europeo. Si sfidano due delle squadre più blasonate del continente: da una parte il Wydad Athletic Club di Casablanca, la squadra più vincente del Marocco; dall’altra l’Espérance di Tunisi, il club più titolato di Tunisia, che è campione in carica avendo battuto l’Al-Ahly egiziano nella doppia finale di novembre 2018.

Entrambe sono prime in campionato ed entrambe condividono la motivazione principale della loro genesi: la volontà dei fondatori di esprimere l’identità della popolazione autoctona e lottare contro il protettorato francese attraverso il calcio. Sia Espérance che Wydad, fondati rispettivamente nel 1919 e nel 1937, sono state tra le prime compagini composte interamente da musulmani a partecipare alle competizioni locali, trasformandosi nel tempo in autentici club leggenda per i propri Paesi.

 

Casablanca, 22-25 maggio 2019
Il nostro viaggio in queste due finali parte dal Regno del Marocco. È periodo di Ramadan, il mese del digiuno per i musulmani. Questo influenza orari e stile di vita della quasi totalità della popolazione. Durante il Ramadan, Casablanca è una città che rallenta i suoi ritmi. I suoi abitanti si dedicano ancor di più alla preghiera e alla riflessione sui propri comportamenti. Sacrificio e autodisciplina sono le parole chiave. Dall’alba al tramonto, la maggior parte di bar, ristoranti e locali adibiti al mangiare sono chiusi. Casablanca dorme di giorno e si risveglia improvvisamente al calar del sole. O meglio un po’ prima, quando file di persone si riversano sulle strade per acquistare cibi e bevande per l’iftar (in arabo marocchino “fotor”), il pasto serale che interrompe il digiuno. Allo scoccare del tramonto risuona ovunque l’adhan, la chiamata alla preghiera: un paio di datteri, un bicchiere d’acqua e si inizia a mangiare. Tajine, couscous e numerose altre prelibatezze marocchine imbandiscono la tavola, accompagnati dallo scurissimo tè alla menta, versato rigorosamente dalla brocca a circa mezzo metro di altezza rispetto al bicchiere.

Un tifoso dell’Esperance prima della gara di andata (LaPresse).

Dopo cena, il principale punto di riferimento e di raccolta a Casablanca è uno solo: la moschea. In particolare la Moschea Hassan II, voluta espressamente dal monarca da cui prende il nome e inaugurata nel 1993. È la moschea più grande d’Africa: imponente e bianchissima, si affaccia sull’Oceano Atlantico e vigila su di esso da un’altezza di 210 metri. È lì che tutti i fedeli rivolgono le proprie attenzioni nei giorni antecedenti la finale d’andata della Champions League. Ma chi tra le sue fedi comprende anche il Wydad non dimentica che venerdì 24 maggio a Rabat c’è un appuntamento importante. La quarta finale della storia del club biancorosso. Si gioca nella capitale marocchina per l’indisponibilità dello Stadio Mohamed V, impianto dedicato alla memoria del padre di Hassan II, colui che negoziò con la Francia l’indipendenza del Marocco nel marzo del 1956.

Casablanca si anima improvvisamente il giorno della partita. Boulevard Zerktouni, uno dei tanti lunghi e ampi viali che compongono la pianta della città e che porta all’autostrada, si tinge di rosso. Il colore preponderante della prima maglia del Wydad, che i tifosi rispolverano per questa grande occasione dopo una vigilia di calma apparente. Meno di 90 kilometri separano Casablanca da Temara, località nella periferia sudoccidentale di Rabat in cui è situato lo Stadio Prince Moulay Abdellah, intitolato al figlio cadetto di Mohamed V e fratello di Hassan II e ristrutturato nel 2014 in occasione del Mondiale per Club.  Ci vorrebbe meno di un’ora per raggiungere l’impianto, ma l’esodo di tifosi del Wydad rallenta la circolazione. In autostrada si assiste a scene che vanno molto oltre l’ordinario. Macchine e furgoni ospitano un numero di passeggeri superiore al consentito. C’è chi addirittura viaggia seduto nel portabagagli, cantando e sventolando sciarpe. Decine di pedoni sostano ai lati della carreggiata sperando nell’autostop. In motorino sempre in tre.

Il caldo è sopportabile, ci sono circa 23 gradi, ma la temperatura all’interno delle vetture che si dirigono a Rabat è maggiore di quella percepita. Le bandiere rosse del Wydad che decorano cofani e portiere si accendono sempre più man mano che ci si avvicina allo stadio. Prima della partita, che si disputa alle 22, un pit stop è d’obbligo. È tempo di iftar: tifosi e giornalisti si radunano all’aperto o nei locali per bere e cibarsi. Il Ramadan è anche periodo di unione e condivisione.

Champions League Africana

La finale d’andata tra Wydad ed Espérance è un tripudio di cori, fumogeni e petardi. Wydadis e Tarajistes (da “taraji”, “speranza”, traduzione in arabo tunisino di Espérance) si sfidano a colpi di atmosfere infernali. Rossa la curva del Wydad, giallorosso lo spicchio riservato agli ospiti, accanto alla tribuna stampa. Incessante il supporto da una parte e dall’altra. Lo spettacolo sugli spalti supera di gran lunga quello offerto sul campo dai calciatori, che comunque vengono applauditi dai rispettivi tifosi. Al triplice fischio, i tunisini rendono addirittura omaggio ai rivali del Wydad. “Un gesto più unico che raro”, commentano i giornalisti marocchini, rimasti molto colpiti. Il difensore ivoriano del Wydad Comara risponde al connazionale Coulibaly, centrocampista dell’Espérance. La gara termina 1-1, tra le solite polemiche arbitrali che in Nordafrica contribuiscono puntualmente ad aumentare la tensione e l’intensità delle battaglie calcistiche. L’arbitro egiziano Gehad Grisha verrà squalificato per sei mesi dalla CAF.

Il ritorno da Rabat a Casablanca vive nuovamente situazioni poco comuni, questa volta a tinte decisamente più tragiche. La polizia decide di non presidiare la tratta autostradale che unisce le due città, anzi apre l’unico casello presente per facilitare il deflusso verso Casablanca. Alcune auto di tifosi del Wydad vanno a caccia di quelle dei tunisini. Sorpassi a destra e sinistra ad alta velocità, scontri sfiorati e qualche vetro infranto, ma secondo quanto riportato dalle autorità non ci sono feriti.

 

Tunisi, 30-31 maggio 2019
Per questo motivo, la settimana successiva, in giro per le strade di Tunisi sono molto pochi i marocchini che scelgono di visitare la città prima della finale di ritorno. E quei pochi evitano di indossare indumenti del Wydad. Sono invece, come al solito, coloratissimi i tifosi dell’Espérance, che vestono con orgoglio abbigliamento giallorosso durante tutta la settimana.

Siamo nell’ultima settimana di Ramadan, uno dei cinque pilastri dell’islam con cui a Tunisi hanno un rapporto “conflittuale”. Il distacco dalla pratica del digiuno, in particolare tra le nuove generazioni, è più evidente nella capitale tunisina, storica roccaforte di una concezione di islam meno rigida nel panorama del mondo arabo. In periferia, lontano da occhi indiscreti, non è raro trovare luoghi pieni di gente che mangia, beve e fuma tranquillamente durante il giorno. Se ne trovano anche in centro, ma essendo nel cuore della città i proprietari tengono le serrande abbassate a metà o coprono l’ingresso con delle tende per non urtare la sensibilità di chi digiuna. Visti da fuori sembrerebbero locali chiusi; una volta entrati, invece, cappe di fumo e forti odori provenienti dalla cucina inondano le narici.

Champions League Africana

Alla vigilia del match di ritorno la tensione è palpabile percorrendo le labirintiche strade della Medina, la città vecchia, e Avenue Habib Bourguiba, viale principale di Tunisi intitolato al padre della patria che ottenne l’indipendenza dalla Francia il 10 marzo 1956. Curiosamente qualche giorno dopo il Marocco, Paese storicamente amico e solidale nella lotta all’occupazione francese.

A Tunisi, in misura maggiore rispetto a Casablanca, si sente parlare della finale. C’è grande attesa. I nomi di Espérance e Wydad sono sulla bocca di tutti. I giornali generalisti – tanto in Marocco quanto in Tunisia non esistono quotidiani interamente dedicati allo sport – danno ovviamente risalto alla gara. Si tratta dell’ottava finale di Champions League per l’Espérance, che potrebbe alzare al cielo la sua quarta coppa, la seconda consecutiva. Tutto ciò nell’anno del centenario del club.

Il ritorno della finale, remake di quella del 2011 che vide trionfare i tunisini, è tecnicamente di livello superiore rispetto all’andata. Ma anche venerdì 31 maggio a dominare sono le situazioni extracampo. Tifosi marocchini e tunisini danno nuovamente vita a un tifo tanto lodevole quanto pericoloso. Volano fumogeni in campo e in ogni settore dello Stadio Olimpico di Radès, costruito in occasione dei Giochi del Mediterraneo del 2001. Dalla curva dell’Espérance partono numerosi razzi diretti verso il settore ospiti del Wydad, situato dalla parte opposta nel secondo anello. Spesso la mira non è delle migliori e a rimetterci sono altri settori occupati dai tunisini.

L’algerino Belaïli porta in vantaggio l’Espérance a fine primo tempo con un gran destro a giro. Il clima è decisamente guerresco, eredità delle frizioni vissute all’andata tra Casablanca e Rabat. La tensione non può che aumentare al minuto 60 quando al Wydad viene annullato per fuorigioco il gol del pareggio, visibilmente regolare anche a occhio nudo. I marocchini chiedono espressamente la revisione della giocata al VAR, ma gli arbitri tentennano. Minuti di confusione precedono il gesto più iconico della serata: Nahiri, difensore del Wydad, corre verso la postazione VAR sradica lo schermo e lo mostra al pubblico: è spento.

Champions League Africana

Il VAR non funziona e ben presto si diffonde nello stadio la notizia, comunicata dalla TV nazionale tunisina il giorno prima ma passata pressoché inosservata, che il sistema in realtà non ha mai funzionato. Qualcuno giura di aver visto lo schermo acceso prima del fischio d’inizio, ma questo conta poco. Il VAR non poteva funzionare, perché l’azienda proprietaria dell’intero impianto aveva avuto problemi nel trasferire tutto il materiale in Tunisia. In sostanza, mancavano alcuni pezzi.

Alla radio dicono che entrambe le squadre erano a conoscenza del malfunzionamento del VAR e che avevano dato l’OK per giocare senza. In campo scoppiano vari focolai che coinvolgono le due squadre, che si accusano a vicenda. Dopo circa un’ora e mezza di riunioni tra arbitri, presidenti dei club e membri della CAF, tra cui il presidente Ahmad Ahmad, il Wydad si rifiuta di riprendere il gioco e l’Espérance viene dichiarato vincitore della Champions League africana.

L’intero Olimpico di Radès esplode in un misto di gioia e incredulità. La cerimonia di premiazione si svolge in un’atmosfera surreale con lo stadio quasi vuoto. Conferenze e interviste vengono annullate e le due delegazioni lasciano lo stadio in fretta e furia. Finita qui? Neanche per sogno. Qualche giorno dopo, mercoledì 5 giugno, la CAF, riunitasi straordinariamente a Parigi per discutere dei fatti di Tunisi, decide che la finale di ritorno dovrà essere rigiocata dopo la Coppa d’Africa e su campo neutro. Quando e dove non si sa, e le tensioni tra Marocco e Tunisia aumentano. Appuntamento al terzo round.

Foto: LaPresse

Alex Cizmic

About Alex Cizmic

Laureato in Mediazione Linguistica, parla quattro lingue e ne frequenta altrettante. Dal 1993 vive e apprende nel multietnico Hotel House di Porto Recanati. Si è formato con la famiglia di MondoFutbol.com e ha scritto un articolo per Panenka. Ora il calcio è il suo biglietto per l’Africa.

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