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Che fine farà il calcio minore?

By 2 Luglio 2020

Il Presidente della Lega Nazionale Cosimo Sibilia ha annunciato che più di un terzo delle squadre dilettantistiche sarà cancellato dalla pandemia. Abbiamo incontrato i ragazzi del Centro Storico Lebowski, uno dei primi club autogestiti e autofinanziati d’Italia. Ora giocano in Promozione e sono riusciti a creare una cooperativa con oltre 800 iscritti che rende il centro sportivo fruibile tutti i giorni. E hanno dedicato la Curva a Moana Pozzi

Tra le colline del Chianti e il monte Querciabella sorge Tavarnuzze. Il nome del paesino deriva dalla sua origine: un ristoro per i viaggiatori, fino all’alto Medioevo, perché i primi locali costruiti erano taverne sulla sponda destra del torrente. L’ovvietà si fa presto a scriverla: nomen, omen. Perché il ragionamento scorre veloce, le parole si trovano prima a dover raccontare la storia di questi ragazzotti che, un giorno di 15 anni fa, si sono ritrovati a leggere su un giornale dilettantistico la storia dell’ultima squadra dell’ultima categoria del calcio italiano, reduce dall’8-2 contro la penultima in classifica. E l’hanno trasformata da così a così.

“Certo, se confronti il Centro Storico Lebowski di oggi con quello che 15 anni fa fu fondato da un manipolo di post adolescenti, fa impressione, e non solo per una questione di categoria. Prima in Curva (noi la chiamiamo Curva, anche se nel calcio dilettantistico di curve non ce ne sono molte) eravamo in 15, oggi a Tavarnuzze in casa siamo mezzo migliaio. Prima il centro di tutto era la domenica, e solo quella, adesso C.S. Lebowski vuol dire una Scuola Calcio in San Frediano, 2 squadre dilettanti, 2 amatoriali, la juniores, decine di eventi l’anno tra sagre e concerti”, racconta a Quattro Tre Tre Tommaso, tra i responsabili del progetto.

Dalla Terza Categoria alla Promozione, i ragazzi sono cambiati meno di quanto si possa pensare. Dopo la scoperta dell’A.C. Lebowski, l’illuminazione del 2005, nel 2010 quel gruppo, un po’ più cresciuto, decide di fondare il Centro Storico Lebowski, una delle prima squadre autogestite e autofinanziate d’Italia. “Ci chiedete se siamo cambiati? E noi vi rispondiamo sì, ma poco. Il centro di tutto rimane la domenica, quello che proviamo in Curva Moana Pozzi (l’omaggio all’artista più grande d’Italia, cit) sostenendo la squadra per la quale versiamo tante energie durante la settimana. Il Lebowski è una proprietà dei suoi soci e tifosi, ma è soprattutto il prodotto dei loro sforzi quotidiani”.

Cosa significa tifare per una squadra di calcio dilettantistico? “La nostra nasce come esperienza di rottura rispetto al cambiamento che nella prima decade del 2000 ha visto la trasformazione delle curve di Serie A da luoghi liberi, e in un certo modo selvaggi, a recinti sempre più piegati alle logiche di un calcio spettacolarizzato – argomenta Tommaso –. Per gli Ultimi Rimasti Lebowski, il gruppo ultras fondatore originario del club nel 2010, tifare nel calcio minore rappresentava, e rappresenta ancora oggi, una via di fuga per continuare a vivere il momento della partita come un’esperienza di socialità e passione libere. Credo che sostenere la squadra dilettantistica del proprio quartiere, possa rappresentare oggi da una parte, un’occasione di riappropriazione di spazi e socialità per gli abitanti di ogni piccola realtà, dall’altra un’occasione imperdibile per le società stesse, che aprendosi al territorio e prendendo da esso le risorse (umane ancor prima che economiche) per il proprio funzionamento, potrebbero uscire da un modello di funzionamento pericoloso come quello attuale, fatto di mecenatismo presidenziale, di rincorse al risultato sportivo”.

Stare vicini alla squadra, sostenerla tanto in casa quanto in trasferte lunghe una giornata, da queste parti mica rappresenta solo un costo, ma “diventa semplicissimo nel momento in cui tanti di noi, almeno cento persone, sono impegnati attivamente nel funzionamento della Cooperativa Sportiva anche durante la settimana, chi occupandosi della comunicazione, chi della Scuola Calcio, chi dei rapporti con le istituzioni. I tifosi del Lebowski, ovvero i suoi proprietari, sono i suoi dirigenti, gli istruttori della sua Scuola Calcio: andare la domenica in curva, e sostenere i ragazzi, vuol dire anche tifare se stessi e gli amici che ti stanno intorno. Per questo non è un sacrificio, ma solo, in un certo modo, la ricompensa per il tempo speso durante la settimana”.

Le ripercussioni sociali sono presto descritte. “Per come la vediamo noi, l’impianto sportivo dovrebbe rappresentare una delle risorse imprescindibili di ogni territorio, 18 ore su 24, 7 giorni su 7, prendendo da esso le risorse per costruire non un servizio, ma un contenitore di emozioni. Al campo si possono organizzare cene, eventi, momenti di socialità che vadano oltre il calcio, si possono insegnare i valori dello sport a giovani e adulti. La domenica poi, diventa per forza di cose il massimo momento di aggregazione”.

Per un momento ho pensato a cosa si perderebbe se sparisse, per cause legate alla pandemia, certo, ma mica solo a quella, anche una piccolissima parte delle squadre dilettantistiche in Italia. “Le società dilettantistiche, e ancor prima le istituzioni sportive, dovrebbero forse rivedere priorità e modelli di sostenibilità di questo mondo – ha continuato Tommaso –. Ci piacerebbero 10 o 100 Lebowski in giro per l’Italia, perché vediamo in questo modello di partecipazione popolare l’unica formula per continuare a fare calcio al di là di ogni crisi”. Sì, perché di fronte alla pandemia il modello di risposta proposto dalle istituzioni del pallone è stato “inadeguato e anzi pericoloso – spiegano i ragazzi del Lebowski –. Pensiamo che si stia sostanzialmente perdendo l’occasione di ripensare la funzione del calcio”.

Il presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Cosimo Sibilia, ha parlato di un rischio di fallimento prima dell’inizio della prossima stagione “del 30%” delle associazioni sportive iscritte ai campionati. Con il mese di settembre, realisticamente, individuato come il momento giusto per la ripartenza. Una posizione che avrebbe dovuto spaventare in parecchi, se solo pensiamo che con oltre un milione di tesserati stiamo parlando del movimento sportivo più grande sul territorio italiano. “Ci dispiace dirle – commenta la Lega Nazionale Dilettanti, interpellata sul tema – che ad oggi è impossibile fare una stima delle società che non s’iscriveranno e che non c’è un costo fisso per allestire una singola squadra, varia anche all’interno di una singola categoria”.

Se il Palermo detiene il record di abbonamenti venduti in una sola stagione, 10.446, il record di spettatori per una partita di serie D si è registrato il 25 aprile 1966 durante la gara Massiminiana-Paternò. La partita giocata a Catania tra la squadra fondata 7 anni prima per iniziativa della famiglia Massimino (che sarebbe fallita 11 anni dopo) fu disputata davanti a 25.0000 spettatori finì 0-0: per qualcuno il risultato perfetto, per altri una delusione (specie per i 10mila arrivati da Paternò). Il record di punti di margine sulla seconda classificata al termine della stagione è detenuto dal Lecco, che nella stagione 2018-2019 ha distaccato la Sanremese di 27 punti. Il Casale è l’unica formazione a essere stata Campione d’Italia e aver vinto la Coppa Italia Dilettanti. La Pro Vercelli è l’unica squadra già Campione d’Italia ad aver conquistato il trofeo. Il record di partecipazioni appartiene al Cuneo con 45 stagioni disputate.

Il campionato a cui partecipa il Centro Storico Lebowski è la Promozione, terza divisione dilettantistica in ordine gerarchico. Qualche numero, per dare l’idea: 868 squadre, divise su base regionale in 53 gironi all’italiana, con eventuali play-off e play-out. Chi vince va in Eccellenza, chi perde scende in Prima Categoria.

Eppure i tifosi del Lebowski non hanno mai parlato di costi, di ricavi, di prodotto, di milioni e paytv. Di spezzatino, di calendario, di partite al lunedì, al martedì, alle 21.45 e alle 17 in piena estate. Per loro esiste solo la domenica. Ed esiste solo la squadra. O ancora, come suggerisce la retorica, la maglia.

Sull’onda delle curiosità legate alla storia del campionato più grande d’Italia, ho provato a chiedere ai ragazzi del Lebowski qual è stato il momento più bello vissuto al fianco della propria squadra del cuore. “Fai questa domanda agli 800 soci della nostra Cooperativa, e avrai 800 diverse risposte – hanno replicato – molte delle quali neanche legate a un episodio di campo”. “Per quanto mi riguarda, ricorderò sempre il giorno della vittoria del campionato di Prima Categoria, a San Clemente, un paesino nel Valdarno. Quel giorno venne chiamato la ‘Woodstock grigionera’, per la festa e i colori che portammo in quell’impianto per festeggiare un titolo storico”. La pandemia non si arroghi il diritto di cancellare il calcio popolare. E nemmeno l’incompetenza. Che a volte è pure più bello il mondo visto da qui.

 

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