Feed

Che tipo di allenatore potrebbe essere Daniele De Rossi?

By 9 Gennaio 2020

Svestita la maglietta del Boca, Daniele De Rossi ha annunciato di voler studiare per potersi sedere in panchina. Spalletti, Conte, Luis Enrique e Guardiola sono i suoi punti di riferimento. Insieme a papà Alberto

Alla fine anche un combattente come lui ha dovuto cedere. Alle porte dei 37 anni, con 19 di carriera alle spalle e due ultime stagioni segnate da una serie di infortuni, il fisico ha presentato il conto a Daniele De Rossi. Sognava il Boca, la Bombonera, il Superclásico col River. L’ha sfiorato, quel sogno, ma in sostanza sono arrivate 7 partite giocate e due incontri di semifinale di Copa Libertadores contro i Millonarios saltate. Così ha detto basta, l’unica parola che restava da aggiungere alla sua storia da calciatore. Un annuncio e una promessa: “Vorrei fare l’allenatore, ma prima dovrò studiare”.

L’umiltà, quella di chi sa di non sapere e ha voglia di imparare. Quella che non è di tutti, soprattutto quando si è stati giganti in campo, si è segnata la storia recente di un club in cui la passione e la maglia sono semplicemente tutto, e il rischio di pensare che ogni cosa sia dovuta è decisamente alto. De Rossi non cerca scorciatoie, non le ha mai cercate. Nemmeno quando, otto mesi fa, la Roma ha deciso di non rinnovargli il contratto, dandogliene conferma solo negli ultimi giorni prima di una conferenza stampa convocata in fretta e furia e piena di sorrisi amare e lacrime aspre. Gli offrirono un ruolo da dirigente, all’epoca, una bella scrivania a Trigoria, che era stata la sua casa fin da bambino, ma lui disse no. Si sentiva ancora calciatore e aveva programmi diversi per il futuro. Se ne andò con eleganza, salutando tutti, senza alzare la voce, senza aizzare la folla contro una proprietà già in difficoltà.

(Photo by Marcos Brindicci/Getty Images)

Lo fece per la prima volta, anche se per la verità l’armadietto l’aveva già svuotato in passato, qualche anno prima, convinto di dover lasciare Roma per quel contratto che andava in scadenza e sembrava impossibile rinnovare. Poi l’amore poté più di ogni altra cosa e quell’armadietto lo riempì di nuovo. Così se n’è andato via a 36 anni, un po’ più tardi di quando lui stesso pensa che l’avrebbe dovuto fare. Guardandosi indietro, durante un’intervista rilasciata a Emanuela Audisio per Repubblica nel 2014, raccontò “che a 20 me ne sarei dovuto andare via dall’Italia, fare esperienza di vita e di calcio all’estero”.

Difficile pensare gli siano bastati questi pochi mesi in Argentina, nel Boca, come aveva sempre sognato. Possibile immaginare che il suo stage all’estero prosegua, seppure in un altro ruolo. Pep Guardiola lo vorrebbe con sé al Manchester City, non è un mistero. Nel marzo di un anno fa pare gli avesse persino fatto pervenire un’offerta per allenare le giovanili, ma DDR voleva ancora giocare e quindi non se ne fece nulla. Ora che Pep ha perso il suo secondo Mikel Arteta, chissà che per Daniele non possa esserci anche un posto al suo fianco sulla panchina della prima squadra.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Si stimano e rispettano i due. Un po’ si assomigliano pure. Si sono incrociati, seppure per poco, da calciatori. Era la stagione 2002-03, Pep era arrivato a Trigoria dopo un’ottima stagione a Brescia. Capello non lo vedeva e di partite ne giocò poche, ma in allenamento, durante la settimana, Daniele osservava il suo modo di gestire il pallone, metterlo in cassaforte e distribuirlo, con lo sguardo alto a osservare cosa accadeva in campo. Ha imparato anche da lui, se non soprattutto da lui. Pare addirittura che il suo esordio in A, col Como, il 25 gennaio del 2003, sia legato proprio al rifiuto di Guardiola di scendere in campo perché già pronto a tornare a Brescia. Ma questa è un’altra storia.

Ciò che conta, qui, è come Guardiola abbia influenzato la maturazione di De Rossi da calciatore, e come possa influenzarne quella in panchina. Raccontando di quei giorni, De Rossi spiegò come le stigmate del grande allenatore fossero già visibili in Pep: “Quando anni dopo ammirai come tutti lo splendido Tiki Taka del Barcellona, riandai con la memoria agli allenamenti a Trigoria, quando si fermava a spiegarmi come avrei dovuto mettere il corpo per ricevere il pallone e come giocarlo e a quale compagno. Aveva già in testa il gioco del Barça e provava a spiegarmelo”. “Ammirai” e “splendido” sono due parole che non si possono ignorare, in questo contesto, per capire che idea di calcio abbia De Rossi.

(Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

Da regista ha passato una vita a perseguire il controllo del pallone, il dominio della partita attraverso il possesso, il tocco più intelligente, rapido e funzionale, non necessariamente quello più spettacolare. L’ipotesi che le sue idee da tecnico possano seguire il solco tracciato da Guardiola sono tutt’altro che peregrine. De Rossi ama chi affronta l’avversario con coraggio, a prescindere dalla rosa che possiede. In un’intervista di Giuseppe De Bellis per Rivista Undici, datata giugno 2017, parlava così di un suo futuro in panchina: “Non lo escludo. Sono fortunato. Ho avuto due tra i dieci allenatori migliori del mondo: Spalletti e Conte. Il terzo è Luis Enrique. Con un altro, Guardiola, ho giocato, e se dovessi prendere una panchina chiederei di andare a guardarlo per imparare”.

Imparare è un termine che ricorre spesso tra i pensieri e le parole di De Rossi. Imparare come ha fatto da giocatore, imparare ancora, come farà probabilmente già a partire da aprile, visto che secondo Sky è già partita la richiesta alla Uefa per organizzare una sessione speciale del corso allenatori Uefa A, tutta per lui, che da campione del mondo ha questo privilegio. Studiare, sui banchi di scuola e sui libri. Poi andare a fare uno stage. Da Guardiola, magari, anche se le alternative non cambiano. Negli ultimi anni, quando già sentiva avvicinarsi il momento dell’addio al calcio, De Rossi ha approfittato per gettare l’amo lì dove gli sarebbe più piaciuto andare a pescare. Alla fine delle partite, si avvicinava agli allenatori avversari che più lo ispiravano. “Mi piace come fai giocare la squadra, quando avrò smesso posso venire una settimana ad assistere ai tuoi allenamenti?”. E allora, ai nomi di Spalletti, Conte, Luis Enrique e Guardiola, aggiungete pure quelli di Gasperini, De Zerbi e Giampaolo.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Chissà che un giorno, una volta appreso il mestiere, non possa persino tornare alla Roma. D’altra parte la proprietà con cui aveva rotto se ne sta andando, per lasciare il posto a un nuovo boss americano, Dan Friedkin. Trigoria, di nuovo casa, magari. Per prendere in mano il testimone di papà Alberto, l’uomo che ha plasmato uno dei settori giovanili più produttivi d’Italia e d’Europa. O forse per presentarsi già alla prima squadra, con un po’ di esperienza sulle spalle. Ma senza scorciatoie, quelle no, a Daniele non sono mai piaciute. L’amico Totti, negli ultimi mesi da dirigente giallorosso, invocava maggiore potere decisionale e nella sua testa già provava a programmare un futuro. E in quel futuro c’era De Rossi allenatore. Radja Nainggolan, altro ex compagno di squadra, ha detto che Daniele “a livello calcistico ha troppa intelligenza per lasciare il mondo del calcio. Era già un allenatore in campo”. L’idea sul futuro di De Rossi appare unanime. Chiamatelo pure Mister Futuro.

Leave a Reply