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Chi è stato davvero David Beckham?

By 2 Novembre 2020

Quattro momenti per capire la dimensione del talento di uno dei calciatori più iconici degli ultimi 25 anni

Ogni fine anno Google pubblica un video che raccoglie le immagini più significative degli ultimi 12 mesi (scelte partendo, manco a dirlo, dalle keywords più ricercate). Il più delle volte sono riferimenti a fatti storici o comunque che resteranno negli annali: in quello del 2013, fra Obama e l’attentato di Boston, i Daft Punk con Pharrell che suonano Get Lucky e l’Harlem Shake, ecco comparire per qualche secondo le immagini dei festeggiamenti per l’ultima partita di David Beckham.

Ci sta: quando si parla di Becks non si discute solo di un calciatore, ma più forse di un trend setter. Tutto attorno allo Spice Boy sembra essere prima di tutto showbiz, fatti e antefatti che lo fanno diventare prima che ex (fortissimo) centrocampista un’icona glamour. Testimonial per Armani (con record: 20 milioni di sterline per lui di sponsorship) e per Pepsi, oltre che per Adidas e un’altra decina almeno di aziende. Sposo della nota cantante e stilista Victoria Adams, ex Spice Girls. Uomo più bello del pianeta secondo People nel 2015 (quando la sua carriera è già finita, da notare). Da poco, presidente dell’Inter Miami e socio della Guild Esports di cui è anche testimonial (per un contratto da 19,78 milioni di dollari circa).

Ce ne sarebbe abbastanza per far sembrare il calcio solo un gingillo in una vita elevata a reality show, una sorta di hobby molto cool in cui il nostro poteva dirsi abbastanza bravo, fatto salvo che andasse meglio su altri palcoscenici. Il punto è che Beckham, quando giocava, era anche forte. Fortissimo, si potrebbe dire: molto più forte di quello che forse si ricordi.

Gary M Prior/Allsport

Lo racconta anche Alex Ferguson, che nella sua autobiografia “La mia vita” racconta: “Per come la vedo io, dopo il cambio di club [il trasferimento al Real Madrid ndr] non raggiunse mai un livello tale che avresti potuto dire: è certamente uno dei migliori. Il processo iniziò verso i 22-23 anni.” Va notato che a 22 anni Beckham è già un architrave dello United, veste la 7 di Cantona ed è stabilmente fra i titolari. Non sappiamo a cosa alluda il coach scozzese, se avesse in mente un livello potenziale per uno dei suoi pupilli. Sappiamo però che riguardando alla sua carriera ci sono dei segni, come delle leggere sfumature nei fatti, che lasciano sempre quella sensazione latente che forse nella sua grandezza Beckham avrebbe potuto lasciare un segno molto più netto nel mondo del calcio: ne abbiamo scelti quattro che sono in grado di visualizzare questa sottile linea di demarcazione fra ciò che poteva essere e ciò che poi è stato.

 

1) La finale di Charity Shield contro il Newcastle (1996)

Nel 1996 Beckham ha 21 anni ed è stabilmente in prima squadra. In quella stagione gli sarà affidato il numero 10, che ne certifica il primo passaggio all’età adulta. L’11 agosto si gioca la finale di Charity Shield contro il Newcastle, e in quella partita (che finirà 4 a 0) Beckham sigla due assist e segna un gol splendido. In tutti e tre le azioni emerge una naturale predisposizione a “dialogare” con Cantona, uno dei più forti calciatori della storia, che sta cominciando la sua ultima stagione a Manchester. Questione di pedigree, verrebbe da dire.

(Photo by Shaun Botterill/Allsport/Getty Images)

Il primo assist è proprio per lui, quando Beckham detta un passaggio centrale che il francese trasforma. Il secondo è un affresco del calcio nostalgico: Cantona controlla un pallone sulla destra e di tacco lo scarica sull’inglese. Beckham a quel punto fa partire un cross teso e bellissimo, una traiettoria che sembra disegnata con il Tratto Pen diversa dai suoi tipici cross a girare, che Butt finalizza con un colpo di testa plastico. Infine, il suo gol: triangolo con Cantona a pochi metri dalla linea di centrocampo, poi scatto in avanti prendendo in contropiede tutti, con il numero 7 che lo lancia in campo libero. Solo davanti al portiere, Beckham fa la cosa più difficile di tutte: scavalca Srníček con un tiro simile a un pallonetto, solo più teso.

Tutte cose difficilissime, che vengono generate dal’amalgama invisibile che si genera fra due figure evidentemente sopra le altre: la prima con il profilo più messianico, la secondo più imberbe e genuina, da compiere. Una differenza che rimane ancor oggi, ripensando a come Cantona sia diventato una specie di idolo pagano e Beckham venga considerato alla stregua di una figurina.

2) La partita in nazionale contro la Grecia (2001)


Su YouTube c’è un video che s’intitola “The Iconic Match After Which David Beckham Instantly Turned Into a National Hero”, ed è la sintesi della partita giocata fra Inghilterra e Grecia il 6 ottobre del 2001 per le qualificazioni alla Coppa del Mondo, vista però guardando la singola prestazione di Beckham. Di quella partita si ricorda soprattutto che il numero 7, in quell’occasione capitano, salva i “Leoni” di Eriksson da una figuraccia epocale grazie a una punizione magistrale segnata al 92’.

Ben Radford/ALLSPORT

Quello che non si ricorda è che quel giorno Beckham gioca una partita mostruosa, veramente a tutto campo, alzando il livello di una squadra che a dispetto dai nomi altisonanti fatica a ritrovarsi contro il metalmeccanico 541 degli elvetici guidati da Otto Rehhagel (che poi vinceranno l’Europeo 3 anni dopo). Per dire: la punizione che lo proietta a “eroe nazionale” se la guadagna dopo un’azione in cui prova a saltare quattro uomini in dribbling puntando la porta (e infatti lo fermano fallosamente), quasi sia rimasto solo lui a lottare contro tutto e tutti.

Quella partita non possiamo considerarla un unicum, quanto la dimostrazione che a livello fisico e tecnico Beckham può contare su un bagaglio incredibilmente ampio. La domanda che rimane è se questo potenziale sia stato impiegato fino in fondo, o se per esplodere ci dovesse essere qualcosa in più, non sappiamo se allenamento, predisposizione all’ambiente, meno distrazioni esterne. Sta di fatto che in nazionale Beckham giocherà 115 partite (praticamente le metà da capitano) siglando 17 reti e non vincerà nulla, e in altre partite che contano non ripeterà quella prestazione.

 

3)  Real Madrid – Valladolid

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Quando sbarca in Spagna, Beckham ha 28 anni e ha vinto tutto con lo United. Ancora non sa che il Real Madrid che si basa sulla filosofia dei “Zidanes y Pavónes” voluta da Perez sarà forse anche la pietra tombale sul suo palmarès, dato che quella squadra imbottita di stelle non vincerà più nulla fino al 2006/2007. La sensazione che quel ciclo sia anche un’occasione persa è evidente quando si guarda in campo cosa succede: la partita con il Valladolid del 13 settembre 2003 è in questo senso emblematica.

Il risultato finale è 7 a 2, ma al di là della goleada quello che rimane negli occhi è la maturità che mostra Beckham nello scacchiere di Queiroz. Schierato centrale per non pestarsi i piedi con Figo, da centrocampista dinamico prova a diventare un play aggiunto, non perdendo l’abitudine a distillare giocate di altissimo livello. In quel match, Beckham mette a referto due assist, ed è in particolare il primo per Zidane a essere notevole: Figo gli lascia la palla a centrocampo, l’inglese raccoglie e da lontanissimo fa partire una parabola che Zidane di prima calcia in porta al volo (gesto peraltro difficilissimo, quello del fuoriclasse francese).

Ora: Beckham di assist ne ha fatti a mazzi in carriera, 157, ed è certo ce ne siano tanti altri di bellissimi. Questo però è speciale per il tipo di contesto che gli sta intorno: una squadra di fenomeni che non vincerà praticamente niente, una goleada fine a se stessa, una finalizzazione speciale in una partita boh, buona solo per chi c’era e se la ricorda oltre che per gli almanacchi. Una sintesi esemplare di una carriera che è stata grandiosa e che avrebbe potuto forse essere epocale.
 

4) La sua miglior partita in Italia: Lazio – Milan

 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)


Presentando il suo arrivo a Milano, nel dicembre del 2008, Adriano Galliani parla così del prestito di Beckham:  “Lui ha scelto il Milan. La nostra squadra è ultracompetitiva e resterà così com’è, ma Beckham è qualcosa di diverso e di intrigante. Il Milan non fa la raccolta delle figurine”. D’altronde, dire che l’AD del Milan sia fissato con l’inglese non è un una bugia. Nel 2003 aveva già provato a prenderlo quando stava lasciando lo United. Ci riesce con una formula che sembra limitarsi a un bimestre e poi diventa semestre (forse perché intanto il giocatore ha cominciato a riapprezzare la tensione del calcio europeo). Beckham al Milan in totale gioca 33 partite in due mezze stagioni, segnando 2 gol, e ci si romperà anche il tendine d’Achille, cosa che gli impedirà di giocare il suo ultimo Mondiale.

La sua esperienza italiana non è che sia così speciale, fatto salvo per alcune prestazioni che a 34 anni ne mettono in evidenza il valore. La più memorabile è la partita contro la Lazio, giocata il primo febbraio con Ancelotti in panchina. Beckham forma con Zambrotta una catena di destra del “Diavolo”, che fa letteralmente impazzire Radu. Più di tutti, però, sono i due assist a evidenziarne il contributo: il primo è un cross per Pato dalla destra dopo essersi liberato dal marcatore. Il secondo è un cross liftato dalla sinistra, che Ambrosini accomoda in rete.
Anche in questo caso, Beckham gioca 90’ di altissimo profilo in un Milan che ha già imboccato, lentamente, la via del declino: al di là dei tre punti di quella sera e del piacere di averlo visto in Italia, rimane il dubbio di che cosa avrebbe potuto fare in Italia un giocatore tanto talentoso.

 (Photo by Kevork Djansezian/Getty Images)

Il commiato con il PSG, a parte il sentimentalismo di vederlo di nuovo allenato da Ancelotti, si chiude senza sussulti e è che ci sia molto da raccontare. Rimane solo buono per il video di Google, a celebrare la sua uscita di scena dal calcio, come a salutare quell’anello di congiunzione fra lo sport e chi ne masticava un po’ grazie a simboli federatori come Beckham. Che è stato sicuramente un’icona, e che forse poteva essere Pallone d’Oro. Chissà se ci sarebbe riuscito, quando cominciò a essere ciò che poi è effettivamente diventato.

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