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Chi fa gol al Milan è da Milan

By 5 Ottobre 2020

Hauge è l’ennesimo caso di un giocatore acquistato dei rossoneri dopo una grande partita contro di loro, specie in ambito europeo: c’è chi si è comportato molto bene anche a Milano, ma la maggioranza sono stati dei flop

Se fai gol al Milan, o quantomeno se ci giochi un partitone contro, è facile che tu subito dopo vada a giocare proprio con i rossoneri. È una regola non-scritta del mercato degli ultimi trent’anni almeno, soprattutto in ambito internazionale. L’ultimo caso è davvero recente e riguarda il norvegese Jens Petter Hauge, che con il suo Bodoe/Glimt ha messo paura al Milan in Europa League, segnandogli pure un gran gol, e che ora “non vede l’ora di giocare con Ibrahimovic”, dopo il trasferimento in rossonero per 4 milioni. Andrà bene o male? Chissà, intanto andiamo a vedere quelli che l’hanno preceduto in questa curiosa circostanza: avviso ai naviganti, la maggioranza ha toppato. 

 

Jean-Pierre Papin

©Dpa/LaPresse

Uno dei più grandi incubi del Milan nell’era dei cosiddetti “Invincibili” è stato l’Olympique Marsiglia, che ai rossoneri è costato una Coppa Campioni nel 1993 e una finale della stessa manifestazione due anni prima, quando al Vélodrome era saltato un riflettore dello stadio e Adriano Galliani aveva costretto la squadra a ritirarsi dal campo rimediando lì per lì solo lazzi e, cosa ben più grave, una squalifica di un anno dalle competizioni europee. Quella partita del 20 marzo 1991 il Milan la sta perdendo 1-0 con gran gol di Waddle servito di testa da JPP, che è nel suo periodo migliore, tanto che di lì a pochi mesi vincerà il Pallone d’Oro (pur perdendo in finale di Coppa contro la Stella Rossa). All’andata a San Siro era finita 1-1 con gol proprio di Papin: zampata sul filo del fuorigioco dopo vantaggio firmato Gullit. Una rete più “à la Papin” impossibile da pensare, con rapidità e freddezza degne di un vero serpente dell’area di rigore. JPP arriva al Milan nell’estate del 1992 per 14 miliardi di lire e da grande ex perderà la finale di Coppa Campioni del 1993 a Monaco di Baviera. Due scudetti li vince, d’accordo; ma non riuscirà mai davvero a lasciare il segno in una squadra dalla rosa talmente profonda come è il Milan di quel periodo, che ha sei stranieri in rosa e ne deve lasciar fuori tre ogni volta.
Voto all’affare: 7+

 

Marcel Desailly

Gary M Prior/Allsport

Di nuovo il Marsiglia, una rivalità che dal campo si trasferiva anche alle scrivanie, visto che il presidente dell’OM, Bernard Tapie, era una sorta di Berlusconi francese, con le sue televisioni e l’impegno nello sport. Dopo la vittoria nella finale di coppa del 1993 il club provenzale finisce travolto dallo “scandalo-Valenciennes”, in sostanza una partita aggiustata in campionato per arrivare più fresco alla sfida col Milan: via dunque tutti i titoli, retrocessione in Ligue 2 e addio anche al posto in Coppa Campioni, preso dal Monaco. La squadra, dunque, deve essere smantellata: nel giro di un anno, da Deschamps a Boksic, da Angloma ad Abedi Pelé, da Voeller a Sauzée, se ne andrà quasi tutto l’undici titolare che ha trionfato a Monaco di Baviera, compreso uno dei due difensori centrali, un colosso nato in Ghana che Fabio Capello ha l’intuizione di schierare a centrocampo, a fare da guardaspalle a Demetrio Albertini. Si chiama Marcel Desailly, nella finale di Coppa Campioni ha annullato Van Basten (o quel che ne rimaneva, a causa dell’infortunio alla caviglia che stava affliggendo l’olandese) e nel novembre del 1993 approda in rossonero per 10 miliardi: vincerà subito la Coppa Campioni segnando il quarto gol nella finale contro il Barcellona di Atene.
Voto all’affare: 9

 

Christophe Dugarry

Getty Images

Di nuovo un centravanti francese, non affermato come Papin all’epoca, ma di sicuro in rampa di lancio quando, nel 1996, col suo Bordeaux arriva in finale di Coppa Uefa dopo aver eliminato in semifinale il Milan. Una partita folle, quella del 19 marzo al Parc Lescure (oggi Chaban-Delmas): i rossoneri all’andata hanno vinto agilmente 2-0 e potrebbero anche gestire questo vantaggio, ma non hanno fatto i conti con la voglia di rivalsa dei Girondins. “L’importante è non prendere gol nel primo tempo”, è il primo comandamento, che va a farsi benedire dopo un quarto d’ora quando lo stagionato Tholot (32 anni) mette in rete da due passi un cross dalla sinistra. Poi sale in cattedra Dugarry, capello lungo e imbrillantinato e cerchietto in testa: segna il 2-0 con una girata di sinistro da dentro l’area, col pallone che gli arriva perfetto dopo una deviazione dell’arbitro (!), e poi firma il 3-0 con un tracciante clamoroso sotto la traversa. Il Milan, che dà spazio a diverse riserve, è di una mollezza esacerbante e viene giustamente eliminato, e quella col Bordeaux è la prima di tante sanguinose rimonte che subiranno i rossoneri in Europa (La Coruna e Liverpool su tutte). In entrambi i gol di Dugarry l’azione è iniziata da un tizio col numero 7 che avrà una discreta carriera in futuro: Zinedine Zidane, che di lì a pochi mesi finisce alla Juventus per 7,5 miliardi diventando una stella planetaria. Il Milan, invece, ancora scottato da quella sconfitta, e alla ricerca di un giovane vice-Weah, va dritto sul centravanti: per lui la spesa è di 9 miliardi. Christophe finisce travolto da una delle stagioni più allucinanti dei rossoneri, con Tabarez che salta dopo tre mesi e il ritorno di Sacchi, sconfitte vergognose come l’1-2 in casa col Rosenborg che costa la Champions al Milan o l’1-6 in campionato contro la Juventus. Dugarry segna 5 volte prima di trasferirsi al Barcellona: una proprio nel k.o. contro il Rosenborg e due contro il Piacenza, nell’ultima partita con Tabarez in panchina decisa da una rovesciata del “Toro di Sora” Pasquale Luiso, tifosissimo rossonero.
Voto all’affare: 4,5 

 

Michael Reiziger, Edgar Davids e Patrick Kluivert (più Winston Bogarde)

Shaun Botterill /Allsport

C’è sempre una finale di Champions persa a fare “da scout” per il Milan. Il 24 maggio 1995 a Vienna i rossoneri perdono una partita tiratissima contro l’Ajax, purgati a sei minuti dalla fine da un centravanti di 19 anni appena entrato in campo: è Patrick Kluivert, che si allunga su assist di Rijkaard (all’epoca pilastro dei Lancieri) e anticipa Sebastiano Rossi. È il trionfo di una squadra ricolma di giovani talenti che finiscono in vetrina e che attirano acquirenti da tutta Europa: è proprio il Milan ad accaparrarsene subito due nell’estate del 1996, il terzino destro Michael Reiziger e il mediano Edgar “Pitbull” Davids. Anche loro come Dugarry finiscono nel tritacarne della gestione Tabarez-Sacchi: anzi, Davids ci rimetterà pure una gamba rotta in uno scontro con Luca Bucci del Perugia in una partita di campionato. Reiziger, col suo sguardo triste, non lascia praticamente traccia. Nell’estate del 1997 ecco Kluivert, che si prende la maglia numero 9 lasciatagli da Weah: non fa in tempo a ricomporre un trio olandese al Milan perché Reiziger è già finito al Barcellona e Davids (definito “una mela marcia” da Costacurta) andrà alla Juventus, dove invece farà la differenza. Anche Kluivert in rossonero vivrà una stagione da incubo, con soli 6 gol segnati e molti di più sbagliati. Comunque meglio dell’apporto dato al Milan da Winston Bogarde, altro olandese arrivato nell’estate 1997 dall’Ajax (era rimasto in panchina nella finale di Vienna): di lui rimarrà nella storia “l’assist” a Bierhoff a Udine, pensando di dare la palla al portiere Taibi.
Voto all’affare: 4 per tutti

 

Andreas Andersson e Jesper Blomqvist

Allsport UK /Allsport

Doppietta svedese per una delle annate europee più tristi del Milan berlusconiano. La stagione è sempre quella 1996-97, post-Capello e con Tabarez in panchina prima dell’esonero. La partita in questione è forse una delle sconfitte che hanno segnato maggiormente l’avventura del tecnico uruguaiano in rossonero. Il 16 ottobre 1996 si gioca allo stadio Ullevi di Goteborg che, come ricorda Alberto Costa sul “Corriere della Sera”, è un luogo significativo per il Milan: la piazza antistante all’impianto, infatti, è dedicata a Gunnar Gren, leggendario centrocampista rossonero degli anni Cinquanta, prima sillaba dell’altrettanto leggendario Gre-No-Li assieme a Nordahl e Liedholm. L’IFK è avversario modesto, nelle precedenti due partite di Champions ha perso contro Rosenborg e Porto e sa tanto di vittime sacrificale per un Milan che arriva in Svezia dopo un sonoro 3-0 subito dalla Roma all’Olimpico. Succede tutto nella ripresa dopo un primo tempo dominato dal Diavolo: da un liscio della difesa del Goteborg nasce l’1-0 di Weah, ma Maldini e compagni si rilassano e succede l’imponderabile. Cross di Alexandersson e colpo di testa di Wahldstedt, poi quasi al novantesimo il sorpasso svedese con un gol che è una fotografia dell’improvviso invecchiamento di un certo modo di giocare a calcio: fuorigioco sbagliato dalla difesa milanista e Alexandersson è lì ad approfittarne. “Non si può allenare la sfortuna”, getta acqua sul fuoco Berlusconi l’indomani, ma la testa di Tabarez è già sul ceppo e cadrà dopo la già citata sconfitta di Piacenza, un mese dopo. Nel Goteborg non ci sono i nuovi Gre-No-Li, ma più modestamente l’esterno sinistro Jesper Blomqvist e il centravanti Andreas Andersson, che attirano l’attenzione del Milan fin da subito. Ma proprio subito subito, visto che il primo arriva nel mercato autunnale. L’attaccante, invece, l’estate dopo, quando si prende la maglia numero 11 ed è il primo cambio dell’attacco dietro Weah e Kluivert. Nessuno dei due svedesi si dimostrerà particolarmente utile, anzi nel gennaio del 1998 entrambi hanno già fatto le valigie: Blomqvist è finito al Parma, mentre Andersson è volato in direzione Newcastle, rivelandosi uno dei peggiori bidoni mai transitati al Milan nonché della Premier. Un solo gol a testa per entrambi.
Voto all’affare: 4,5 (media tra Andersson 3 e Blomqvist 6)

 

Vitali Kutuzov

Foto di Donato Fasano – LaPresse

Non c’è sempre bisogno di una finale di Champions per mettersi in mostra. Basta un primo turno di Coppa Uefa, come quello che il Milan di Fatih Terim disputa nel settembre 2001 contro i modesti bielorussi del Bate Borisov. Un doppio confronto senza storia che si chiude con un complessivo 6-0 a favore dei rossoneri. “Mica male quell’8 lì”, sono alcuni dei commenti che si sentono guardando la partita di ritorno a San Siro. Il riferimento è a Vitali Kutuzov, attaccante su cui il Milan pare abbia già messo gli occhi da settimane. Una segnalazione partita da Shevchenko, che è ucraino ma conosce bene il calcio dell’est Europa. L’affare si materializza addirittura nell’intervallo della gara di San Siro. Naturalmente Kutuzov ha troppa concorrenza nell’attacco milanista e giocherà appena due partite prima di iniziare una girandola per l’Italia che lo porterà anche all’Avellino, alla Sampdoria, al Pisa e al Bari. Dopo il calcio si darà all’hockey su ghiaccio.
Voto all’affare: non giudicabile

 

Johann Vogel

(Photo by Jonathan Daniel/ Getty Images)

Sempre alla ricerca di un vice-Pirlo decente, il Milan nel 2005 si imbatte nel Psv Eindhoven. E ci vuole un mezzo miracolo, rappresentato dal testone biondo di Massimo Ambrosini, perché non si materializzi un’altra rimonta sanguinosa dopo quella contro il Deportivo l’anno prima o contro il Bordeaux del 1996 con Dugarry protagonista. Quel Psv è ricco di semi-sconosciuti (tranne gli esperti Van Bommel e Cocu) pronti a diventare stelle altrove: i coreani Park-Ji Sung e Lee-Yung Pyo ad esempio, oppure le schegge Farfàn e Afellay. A centrocampo giostra un oscuro, nel senso del lavoro poco appariscente che compie, svizzero di 28 anni: è Johann Vogel. Va a scadenza di contratto di lì a poche settimane e il Milan lo prende. Non lo si nota quasi mai, coi suoi capelli a scodella: 22 spezzoni di partita, perché Pirlo ha bisogno di fiato se è stanco ma, come si dice in certi casi, anche no, è troppo fondamentale il bresciano. “Ora sono pronto a giocare anche al posto di Gattuso”, prova a farsi notare lo svizzero, che finisce al Betis Siviglia nell’estate 2006 come parziale contropartita nell’affare Ricardo Oliveira.
Voto all’affare: 6-

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