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Chi ha paura di Salvatore Soviero?

By 10 Ottobre 2019

Boxeur, monologhista, iracondo. Fenomenologia di Salvatore Soviero, uno dei portieri che, pur con un solo anno di Serie A, è entrato nell’immaginario collettivo

Delle volte gridare agli uomini è come gridare a Dio, succede quando l’indignazione diventa rabbia, la rabbia furore e il furore violenza; accade se il torto si fa diritto, se la legge somiglia a una follia, se la giustizia preferisce perseguitare invece di proteggere o almeno capire. Solo che l’uomo, più di Dio, spesso non sente, fa finta di non esistere, al massimo si presenta per punire. E punisce.

Salvatore Soviero, portiere nolano dalla modesta carriera, come lui stesso ammette, una sola stagione in serie A con la Reggina, gran fisico prima di allargarlo in una grassezza stanca, di chi la vita certe volte la sopporta provando ad attutirla, un po’ come il Robert De Niro di “Re per una notte”; il portiere di Nola è uomo di ben pochi astratti furori ma, in fondo, nemmeno di eroici, quelli, secondo il suo compaesano Giordano Bruno, appartengono alla contemplazione, al basso invece sta una vita oziosa, rivolta solo alla pratica non solo virtuosa.

Eppure Soviero, trasfigurato dall’ira, per molti è un prode per altri un bestione: dà pugni, calci, insulta, minaccia, impreca; lui è fuoco rabbioso, es, istinto primitivo, sangue, forza, uno che si mette contro il sistema non per concetto ma per nervi, senza manco saperlo, ignorando quasi tutto. C’è chi lo denigra, chi lo considera solo un volgare rissoso, un teppista isterico, uno a cui piace menare come succede spesso sui campetti dei dilettanti.

©Stefano D’Errico / LaPresse.

Eppure proprio Giordano Bruno, stretto nella sua larga morte, in qualche modo lo difende, quando da ragazzino il celebre filosofo salì sul monte Cicala e da lontano vide il Vesuvio: «Quello con il dorso ricurvo, quello che si piega su se stesso con una dentata china, che fende il cielo contiguo? Tanto lontano da qui, così brutto coperto di fumo, non produce alcun frutto, né mele, né uva, né dolci fichi. È privo di alberi e giardini, oscuro, tetro, triste, truce, spregevole, avaro». Vesuvio ammasso triste e oscuro, a Bruno pareva esser brullo, deserto, incapace di cose buone, proprio come Soviero che resta nella memoria solo per quella furia che scatenò i benpensanti, riducendolo a un feroce saraceno incapace di raziocinio.

Giordano Bruno, però, poi racconterà come una volta sul Vesuvio il vulcano gli apparve «superbo per la molta vegetazione, ricco di uva pendente abbondantemente dai rami, e di frutta svariata»; invece, da lontano il monte Cicala si era trasformato in «una oscura caligine». Con queste parole il bambino Filippo (Giordano lo diventerà al momento di prendere i voti) confessa al Vesuvio l’importanza della sua scoperta: «Così mi appariva anche la tua immagine prima che venissi ai tuoi campi e quello apparirà simile a te, se io vado lì».

Questione di sguardi, di lontananze, di vicinanze, per alcuni Soviero è oscura caligine, per altri abbondanza di frutto; il portiere di Nola pure in Serie A si portava addosso la polvere delle serie inferiori, lui nelle mani stringeva forte le minuzzarie di cui parlava Bruno, le vicende quotidiane della povera gente che il capo prova a tenerlo alto pure se la vita vorrebbe sminuzzarla e sputarla lontano. Soviero è il tamarro di cuore, il truzzo che non si tira indietro se c’è da difendersi o difendere qualcuno, non ha modi e non li cerca, non gli appartengono, lui nella vita ci sta come se fuori, chissà dove, ci fosse uno stato d’assedio.

Veniamo alla storia. In un Brescia – Genoa del 1999 Soviero para all’incrocio dei pali, un gran bel volo, la palla va fuori e il guardalinee la segnala, solo che il portiere, infuriato, contesta la decisione e da quel momento hanno inizio trenta secondi di un turpiloquio che sarebbe piaciuto a quel genio del cabaret più osceno e spinto degli ultimi quarant’anni: George Carlin o, se si vuole, anche dell’altrettanto blasfemo e meraviglioso Bill Hicks. Il breve, intenso, fulminante monologo di Soviero, in napoletano stretto, è uno sputo verso il guardalinee, travolge ogni cosa, si porta appresso la vita e i suoi detriti, la mamma, icona sacra, viene corrosa, distrutta, vilipesa e derisa in maniera equivoca (“cheste mammete, cheste fa, aiza ‘a bandierina!”) – il guardalinee resta tramortito, imbalsamato in un’espressione che richiama quella un po’ tonta un po’ attonita di Stanlio che non sa cosa ha combinato.

C’è discrepanza assurda tra un calcio d’angolo e la furia del portiere, forse, al di là dell’ingiustizia che crede di aver subito, è come se in qualche modo avesse in parte tolto bellezza alla sua parata così fisica. Questo comunque è il Soviero monologhista, che affida la sua foga alle parole che non riescono a contenerlo; poi c’è il Soviero boxeur, quello amato – odiato, nel 2004, quando nell’incontro Messina – Venezia l’arbitro espelle il portiere che lo aveva invitato a non perdere tempo con troppe ammonizioni. A quel punto, Sasà da Nola si toglie i guanti per colpire l’arbitro Palanca, sente però un’offesa dalla panchina del Messina, il portiere, livoroso, va verso la panchina e comincia a dare pugni che non sempre colpiscono, assale corpi, li piega, li prende a calci prima di essere sopraffatto.

Sono immagini famose, si rivedono di continuo, eppure di zuffe nel calcio ce ne sono state centinaia; quella di Soviero, però, rompe la quarta parete, meno estrema del kung fu di Cantona quando prese a calcio il tifoso Matthew Simmons, meno glamour dunque del calciatore francese, più ruvida, plebea, stracciona la violenza di Soviero ma anche più coraggiosa perché il portiere ha usato le mani lanciandosi senza protezione in una mischia di varia umanità, è art sauvage la sua, è un forsennato quadro di Antonio Ligabue dai colori forti – Cantona, in fondo, ha colpito con i tacchetti un uomo seduto, senza possibilità di reazione, costretto a subire la sua rabbia patinata più vicina ai rapper in posa con la pistola dal tappo di plastica che a Carmelo Bene.

Salvatore Soviero

©Stefano D’Errico – LaPresse.

E poi non bisogna dimenticare che il Messina, già appestato dai sospetti, poco dopo venne distrutto da calciopoli, affondando nella melma delle cose cattive. Soviero però per tutti è gangsta – player, così resta nell’immaginario italico, il portiere dallo sguardo cattivo ma cattivo non è; la sua faccia, negli anni, si è allargata paciosa, tonda come la capoccia di Homer Simpson, della sua ira funesta oggi ne fa un karaoke nelle trasmissioni sportive, ci ride e ci sorride, è un incredibile Hulk che non diventa più verde. In principio Sasà Soviero comunque è nel 1996: Fermana – Giulianova, caos per una decisione del guardalinee, il portiere si fa espellere, un dirigente cerca di calmarlo ma lui, con una mossa di judo o forse di wrestling, lo butta giù e se ne va, senza girarsi a vedere se abbia o no fatto del male.

Un gesto leggero e irreale allo stesso tempo, puro istinto, nessun desiderio di platea come invece oggi avviene. In serie A di Soviero non ce ne sono più con la sua rabbia sgraziata, la sua foga iconoclasta poco adatta a quanti ormai intendono il calcio come una noiosa scienza da passare al computer, per uno come lui non c’è posto nemmeno nelle serie inferiori, troppo crudele la sua presenza scorretta; un calciatore così non esiste in Italia, così come non esistono più i Carlin o gli Hicks, preferendo calciatori assopiti nelle loro frasi da impiegati di concetto e comici che ripetono all’infinito le solite, stupide, trite battute sulla differenza tra uomo e donna. Nulla di pericoloso, di audace, solo un conformismo asfissiante con società di calcio che sono aziende sovietiche pronte a sfornare robottini-tutti-uguali e software che dice solo poche frasi.

E poi Soviero non era scarso come si dice, aveva poca tecnica ma molta grinta tra i pali, atletico e sfrontato, era il portiere giusto per squadre di provincia: Acerranna, Juve Stabia, Crotone, Scafatese, Città di Castello, Carpi, Cosenza. Una trincea da difendere e lui, con quella mascella giovane da ufficiale Sturmptruppen, era pronto a farlo, abituato a subire gli attacchi dei prepotenti, dei ricchi che dei piccoli ne fanno quello che vogliono e se è il caso li seppelliscono lontano. Sasà Soviero, dunque, perché la vita è un banchetto per pochi e lui, quei pochi, non li conta, li sposta di lato per poter continuare a vedere l’umanità davanti a lui.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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