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Ciao Gaetano, amico mio

By 3 Settembre 2019

Il 3 settembre di 30 anni fa ci lasciava Scirea, il calciatore gentiluomo. Darwin Pastorin, che di Gaetano era amico, lo ricorda a modo suo, con poche righe che sono come un pugno allo stomaco

Trent’anni senza Gaetano Scirea: il suo sorriso, la sua gentilezza, i suoi abbracci, le sue parole precise e leggere, la forza dei suoi silenzi; trent’anni senza il campione che seppe indossare la gloria con semplicità, come i campioni veri: conquistò tutto con la Juventus fino a diventare, in quell’omerico Mundial di Spagna dell’82, nella notte magica di Madrid, con Sandro Pertini in tribuna d’onore felice come un bambino, campione del mondo. Non si fece mai divo, neppure per un attimo. Rimase il figlio dell’operaio della Pirelli, le luci della fama non lo avrebbero abbagliato: nemmeno per una frazione di secondo. Lui, libero, mai una volta espulso: il simbolo, in campo e nella vita, dell’eleganza e della correttezza. Un compagno ideale, un punto di riferimento, un puro. Un amico che non dimenticherò mai. 3 settembre 1989. La notte del dolore e dell’incredulità, una notte dura.

Così l’ho raccontata, quella notte di infinite lacrime, nel mio libro (Giulio Perrone Editore) “Gaetano Scirea. Il Gentiluomo”.

Di quel giorno, Gaetano, ricordo quel bussare alla porta della mia stanza d’albergo. Sto guardando la diretta della partita di qualificazione mondiale tra Brasile e Cile. 3 settembre 1989. Fuori dalla finestra, in quella notte maledetta, posso immaginare il mare di Napoli. Quel mare che è un intreccio di misteri, di speranze e di attese. Un petardo ha colpito il portiere cileno, Rojas, che si lamenta, perde sangue: «Non posso continuare, non posso continuare». È una commedia, la commedia di un uomo che pensa di far del bene alla propria patria (mi disse proprio così, quando lo incontrai, due anni dopo, in un bar a Santiago del Cile). Ma tu sei già morto, in Polonia, su un’inutile strada per un inutile viaggio. Rojas fingeva e tu morivi. E io sento bussare alla porta e sono infastidito, perché sto seguendo le proteste dei brasiliani e la recita dei cileni.


Chi diavolo può essere? A quest’ora? Ho già dettato il mio articolo sul Napoli al mio giornale. Non aspetto nessuno. Non voglio vedere nessuno. Mi capitava spesso, durante le trasferte per lavoro. Cominciavo a odiare le tavolate di giornalisti: le stesse battute, le stesse “vittime”, gli stessi pettegolezzi. Il bere, il mangiare, l’ultima passeggiata, la telefonata alla moglie o alla fidanzata, il libro, che spesso restava lì sul comodino.

Bussano. “Rojas proprio non si alza” dicono i telecronisti. Il Brasile rischia di non partecipare al Mondiale di Italia ‘90, quasi sicuramente verrà assegnata al Cile la vittoria a tavolino, quel petardo è partito dagli spalti brasiliani, non ci sono dubbi. Invece, Rojas, si era portato dietro una lametta, aspettava soltanto l’occasione per ferirsi, gli avevano detto: “Il clima sarà incandescente, potrebbero lanciare degli oggetti, capisci Rojas?”.

E Rojas aveva capito.

Continuano a bussare, con insistenza. Non ho voglia di alzarmi, sono sdraiato sul letto e fuori si agita il mare di Napoli. Io tifo per il Brasile, da sempre. In Brasile ci sono nato e la prima squadra del cuore è stata il Palmeiras. E il Brasile è lì, che dice a Rojas di mettersi in piedi. Tutto il Maracanã sembra ribollire, la gente urla, i cileni vogliono lasciare il campo.

«Sì, adesso arrivo». Mi alzo e ancora non so che sei morto. Mi alzo. La televisione accesa. Il mare di Napoli. La notte sempre più fonda. Il computer ancora acceso sulla scrivania. «Sì, adesso arrivo».

È il mio collega Pino Cerboni. Ha una faccia da brutta notizia. Quella faccia triste di uno che sta per dirti qualcosa, non sa come dirtela. Quella faccia che non vorresti mai vedere: perché porta parole che fanno male.

Quelle parole.

«Hai sentito il telegiornale?».

«No, stavo guardando Brasile-Cile. È successo di tutto, Pino, hanno colpito Rojas, vieni a vedere». Non so perché, ma non voglio sapere. Perché certe facce hanno soltanto cattive notizie, sono come alcune nuvole di campagna, nuvole nere, nuvole ferme, gonfie di pioggia.

(Foto: Ravezzani/LaPresse).

«Scirea è morto in un incidente».

Gli chiudo la porta su quella faccia da cattiva notizia. Io voglio sapere di Rojas, forse lo hanno già portato nello spogliatoio, forse la partita è ripresa, che scherzo imbecille, non è vero che riesco a sentire il mare di Napoli, non sto sentendo più niente.

Gaetano Scirea è morto.

In realtà Gaetano è ancora qui, con il suo sorriso e i suoi abbracci. Qui con noi. Qui con me.

 

Darwin Pastorin

About Darwin Pastorin

Darwin Pastorin (San Paolo del Brasile, 1955), laureato in lettere moderne e giornalista professionista, è stato praticante al Guerin Sportivo, inviato speciale e vicedirettore di Tuttosport, direttore di Tele + e Stream TV, direttore ai Nuovi Programmi di Sky Sport, direttore di La 7 Sport, direttore di Quartarete Tv. Ha un blog su Huffington Post. Ha scritto numerosi libri mettendo insieme calcio e letteratura, memorie personali e collettive. Giovanni Arpino e Vladimiro Caminiti i suoi maestri.

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