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I primi cinque anni senza Tito Vilanova

By 25 Aprile 2019

Il 25 aprile del 2014 si spegneva l’allenatore del Barcellona. Ecco l’eredità di un uomo che non può essere considerato solo l’erede di Guardiola

Quando qualcosa non andava, quando durante una partita, anche la più dura, la squadra sembrava aver perso smalto, tranquillità e idee, Pep non poteva fare altro. Si voltava verso Tito, interrogandolo con lo sguardo. Vilanova, allora, si alzava dal suo posto in panchina, si avvicinava all’amico di una vita e gli sussurrava qualcosa all’orecchio. E il Barcellona, magicamente, tornava a giocare il Sogno.

Immaginiamo che anche a lui piacerebbe essere ricordato così: un sussurro nell’orecchio del calcio. Un alito di vento che inventa dove in tanti, troppi, continuano a ripetere sia impossibile creare qualcosa di nuovo.

Tito Vilanova, il teorizzatore del tiki-taka che per anni ha dominato il calcio europeo, se ne è andato il 25 aprile del 2014. A 45 anni. Logorato da un tumore con il quale aveva lottato a lungo. Strappato fin troppo presto alla vita e alla cosa che più amava al mondo: il calcio.

«Tu non vai a lavorare, papà. Vai a divertirti» gli ripeteva spesso il figlio Adrià. Ed era vero. Quando Guardiola, invecchiato con una rapidità spaventosa, decise di lasciare il Barcellona perché «questi quattro anni alla guida dei blaugrana mi hanno sfinito», Vilanova zompettò in prima linea tradendo poco o nulla. Né emozione, né stanchezza, nonostante la prima operazione e i cicli di chemio e radioterapia con i quali stava cercando di combattere le cellule impazzite nella sua ghiandola parotide.

Cinque anni senza Tito Vilanova

È triste quando di una persona si sa tutto della sua morte e quasi nulla della sua vita. Perché l’esistenza di Vilanova sembra essere cominciata in una calda serata di agosto del 2011, quando José Mourinho gli infilò un dito in un occhio. Parliamo della gara di ritorno di una Supercoppa di Spagna vinta (e come ti sbagli) dal Barcellona. In un finale di partita fin troppo infuocato, lo Special One se la prese proprio con Tito, apostrofandolo in sala stampa con il nomignolo di “Pito”, pisellino.

No. La storia di Vilanova parte da più lontano. Ancora prima di quel pomeriggio del maggio del 2008 quando Guardiola chiudendosi nell’ufficio del presidente blaugrana, Joan Laporta, gli disse: «Se hai le palle, fai allenare il Barcellona a me e il mio staff». Ovviamente in quella “brigata” c’era anche Vilanova. Anzi, ne era parte integrante.

La storia di Tito parte da molto più lontano, dalla metà degli anni ’80 per la precisione, quando nacque il gruppo dei “Golafres”, i ghiottoni. Ne facevano parte Pep Guardiola, Jordi Roura, Aureli Altimira (tutta gente che ritroveremo poi nel grande Barcellona) e ovviamente lo stesso Tito Vilanova. Ragazzi nel pieno della loro giovinezza che si alternavano tra gli allenamenti alla Masia e i panini al prosciutto conservati negli armadietti, da consumare in caso di emergenza.

Cinque anni senza Tito Vilanova

«Il calcio mi ha dato molto di più di quello che mi ha tolto» amava ripetere Tito. E se lo dice uno che ha coltivato per una vita il sogno di giocare in blaugrana senza riuscirci mai, c’è da crederci. Da calciatore era un centrocampista di qualità che, complice un gravissimo infortunio al ginocchio, non riuscì mai ad affermarsi in maniera definitiva. Se non per due splendide annate con il Celta Vigo e il Maiorca. Da tecnico le cose sono andate diversamente.

Tentare di trovare una differenza tra Guardiola e Vilanova, sarebbe come cercare di chiarire perché un lato della medaglia è migliore dell’altro. Ore preziose del nostro tempo sprecate. Inutile cercare una spiegazione: Pep e Tito erano semplicemente diversi. La gran parte dei punti di contatto va cercata nel gioco: simile.

In fondo lo avevano creato insieme. Ci sarebbe voluto ancora un po’ per permettere a Guardiola di ridurre i tempi di “trasmissione” della palla. Accorciando, e di tanto, la ragnatela di passaggi con la quale il Barcellona irretiva i suoi avversari. I veri distinguo, invece, vanno cercati nel loro rapporto con i giocatori. Guardiola non è mai stato amato dal suo spogliatoio: chiedere ad Henry o Ibrahimovic per conferma. Vilanova, invece, era adorato. La vera differenza tra essere autoritario e autorevole. Probabilmente quando si passa gran parte del proprio tempo a inventare nuovi modi per giocare al calcio non si hanno minuti necessari per curarsi dei rapporti personali.

Cinque anni senza Tito Vilanova

«Con Tito volevamo conquistare il mondo e ci siamo riusciti. Mi porto dentro una tristezza che non avrà mai fine». All’indomani della notizia della sua morta lo ricorda così, Pep Guardiola. L’amico di sempre, di tutta una vita. E pazienza se negli ultimi tempi prima della morte di Vilanova, i rapporti tra i due si erano raffreddati.

Il filosofo non aveva mai perdonato al Barcellona di aver annunciato il collega proprio nel giorno del suo addio. Togliendogli, anche solo per alcuni secondi, le luci del palcoscenico. Tito non aveva gradito la mancata visita a New York: lui era negli Stati Uniti per tentare di frenare il male che lo avrebbe stroncato, Pep invece si godeva un meritato anno sabbatico. «Ero io quello che stava male – raccontò qualche tempo dopo Vilanova – ero io quello che aveva bisogno d’aiuto e di conforto. Ma il mio amico non si è fatto vedere e questo non lo dimenticherò».

Hanno recuperato qualche mese prima di quel tragico 25 aprile 2014: Guardiola, all’epoca allenatore del Bayern, con un aereo privato partì da Monaco per raggiungere Tito a Barcellona. Si chiusero in casa per diverse ore. Nessuno sa cosa si siano detti.

Chissà, magari è come dice Kundera. Forse davvero “gli amori sono come gli imperi: crollano quando svanisce l’idea su cui si erano fondati”. Se così fosse, Tito Vilanova non morirà mai. Vivrà per sempre. Insieme all’idea di calcio che ha amato.

 

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