Silent Check

Cinque minuti e salgo, strilla Marchisio

By 4 Ottobre 2019

Cinque minuti e salgo. Un’altra rincorsa, un altro calcio al pallone, lo so che la pasta è già a tavola, mamma, me l’hai appena strillato, ma altri cinque minuti e salgo, giuro. È quasi sera, l’estate ci regala i riflettori che durano di più in questo parco sotto casa, i balconi i nostri box privati dove servono il caviale e il prosecco buono.

Non ci pagano l’ingaggio, siamo noi a pagare per avere indosso una di quelle maglie che sogniamo guardando la tivù. Quella bianconera è la preferita, il ragazzino biondo se la tiene addosso finché non è lui stesso da buttare con lei in lavatrice, e solo perché la mamma lo costringe. Altrimenti ci dormirebbe pure e ci andrebbe a scuola il giorno dopo. Orgoglioso di sfoggiarla anche lì e non solo nel suo Stadium fatto di panchine, pali della luce e “fermi un attimo, pausa, sta passando una signora”.

Il calcio è una cosa che da bambino ti entra nel corpo, prima che nel cervello, e sognare non costa nulla. Sognare di arrivare lì, dove la televisione mostra solo l’inquadratura utile, i cartelloni pubblicitari e pochi spalti. Di recente, prima del fischio d’inizio, anche gli spogliatoi e il tunnel, da cui si esce, che spalanca la meraviglia.

Cinquantamila persone che strillano il tuo nome a ritmo di canzoni. Per il ragazzino biondo, elegante, compito, il sogno è stato questo. Anche se ha chiuso con qualche anno di anticipo. Sai, i muscoli, i legamenti, le ossa, quando giochi sempre fino all’ora di cena, certe volte fanno brutti scherzi, si consumano, cedono, si rompono. E magari non tornano come prima.

È la vita, Claudio. Fino a che tua mamma ha strillato talmente forte – la pasta ormai una colata di cemento – che sei dovuto risalire. Questa volta per davvero. Grazie, davvero. Soprattutto per aver vissuto il sogno con gli occhi chiari del bambino. Quella maglia a strisce, adesso, puoi tenerla tutto il tempo che vorrai.

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