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Cinque punti per capire la crisi della Juventus

By 12 Febbraio 2020

Alcuni spunti per capire da dove viene il momento negativo dei bianconeri e come provare a superarlo

Due sconfitte nelle ultime tre partite di Serie A hanno aperto la strada a una serie di considerazioni interessanti sulla solidità della squadra bianconera e sulla legittimità delle sue ambizioni ai titoli per cui è ancora in corsa in questa stagione.

 

Sarri non è riuscito a imporre la sua visione

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Dopo incertezze estive durate più del previsto, Sarri è arrivato sulla panchina bianconera tra la delusione di chi credeva alle voci su Guardiola e la perplessità di chi, in fondo, non lo riteneva un allenatore superiore ad Allegri. Quello che si chiedeva all’ex tecnico del Napoli era di mantenere continuità nei risultati mettendo in atto però una rivoluzione dal punto di vista della filosofia di gioco dopo gli ultimi due anni di Allegri, in cui una Juve comunque vincente in Serie A si era arroccata su un calcio poco propositivo e caratterizzato dalla scarsa intensità.

Ma del Sarriball si sono visti pochi ridottissimi sprazzi, peraltro solo nella prima parte di stagione, ovvero fino alla partita di andata contro l’Inter. In seguito, la Juventus ha avuto la tendenza a ripiegarsi sulle proprie antiche convinzioni, soprattutto quando in difficoltà: squadra lunga, palleggio sterile, scarsa aggressività, e nel frattempo l’antica capacità di non prendere mai gol è andata perduta.

Le dichiarazioni di Sarri dopo la trasferta di Napoli manifestavano insoddisfazione per l’atteggiamento della squadra, ma nel frattempo il tecnico sembra ancora in fase di sperimentazione tattica: non si sa quale sia l’undici migliore, la fase offensiva risulta inefficace e quella difensiva non abbastanza aggressiva.

Con il campanello d’allarme dell’Inter di nuovo a pari punti e con la fase decisiva della stagione che incombe, Sarri è chiamato a compiere scelte forti per dare finalmente la propria forma alla squadra, ma lo “speriamo che qualcuno mi aiuti” lasciato in pasto ai microfoni nella conferenza post-Verona lascia intendere che il tecnico senta di avere bisogno di un maggiore investimento personale da parte dei giocatori e di un aiuto dai senatori per riuscire a realizzare il progetto che ha davvero in mente e per cui è stato scelto dalla dirigenza.

 

Le conseguenze di un mercato costruito sulle scommesse

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Non bisogna dimenticare però che a Sarri è stato chiesto di realizzare un progetto senza mettergli a disposizione la materia prima migliore. La rosa della Juventus, infatti, non è stata composta secondo la lista della spesa dello stesso Sarri, ma mettendo insieme alcune scelte dettate dalla convenienza e dalle occasioni del mercato.

Un unico colpo altisonante – l’acquisto di De Ligt – non può infatti mascherare l’inefficienza di un mercato basato su alcune scommesse piuttosto rischiose: Aaron Ramsey, giocatore già conosciuto per la sua scarsa integrità fisica, finora non ha brillato, è anzi sempre apparso piuttosto estraneo alle dinamiche di gioco quando schierato. Rabiot, da sempre pupillo di Paratici e reduce da diversi mesi senza partite ufficiali nelle gambe, è stato preso anche lui a zero e ha sofferto un inserimento lento.

La conferma di Higuaín è il risultato dell’impossibilità di venderlo, e l’argentino è solo uno degli ultratrentenni con maxi stipendio che portano la maglia bianconera. Emre Can, altro acquisto a parametro zero che aveva già deluso l’anno precedente, è stato subito scartato dal nuovo tecnico perché ritenuto inadatto al proprio gioco.

Danilo è stato scambiato con Cancelo per realizzare una plusvalenza ma, come la sua storia al Real e al City aveva già ampiamente rivelato, non fa la differenza ad alti livelli. Se la scelta di Sarri è arrivata molto tardi rispetto alla conferma della partenza di Allegri, si può pensare che nel frattempo la Juventus avesse già scelto come impostare il mercato, ma resta imperdonabile la pretesa di cambiare filosofia di gioco senza accontentare almeno in parte un allenatore che peraltro, al primo anno, non ha fatto la voce grossa, almeno non in pubblico.

 

Tutto è iniziato con la cessione di Pogba

Foto LaPresse

La cessione di Pogba dell’agosto 2016 ha segnato la fine dello storico centrocampo plasmato da Antonio Conte che portò la prima Juve di Allegri in finale di Champions l’anno successivo: Pirlo, Marchisio, Pogba, Vidal. Ma se la cessione di Vidal e il cedimento fisico di Pirlo e Marchisio potevano risultare fisiologici e digeribili, la cessione di Pogba da parte della Juventus resta il più grande passo falso degli ultimi anni per entrambe le parti coinvolte.

La carriera del francese è caduta in picchiata e il centrocampo della Juventus si è sfracellato, venendo a mancare un giocatore che dava tutto: potenza fisica, estro, qualità, gol, progressioni e persino parecchi punti di brand image.

Da lì in poi, Marotta prima e Paratici poi non hanno più saputo aggiustare il centrocampo bianconero, reparto chiave e non all’altezza del corrispettivo delle dirette concorrenti europee. Se nell’anno immediatamente successivo alla partenza di Pogba Allegri creativamente ritagliò un ruolo sulla fascia sinistra per Mandžukić e adattò la squadra con il 4-2-3-1, l’anno successivo la società completò a fine mercato l’acquisto di Matuidi, giocatore inadatto a quel tipo di sistema, già trentenne e con evidenti limiti tecnici.

Pjanić, a livello di personalità e qualità nell’impostazione, non è mai stato ciò che la Juventus avrebbe sperato che fosse, mentre su Khedira, a cui non mancano intelligenza tattica e i tempi di inserimento, fisicamente non si può contare da diversi anni. Già Allegri ha dovuto confrontarsi più volte con la difficoltà di trovare il modulo ideale in corso d’opera, dopo sessioni di mercato dominate più da scelte finanziarie che tecnico-tattiche. L’incisività dei nuovi acquisti Ramsey e Rabiot per ora è stata limitata, e i due, come Emre Can, sono stati occasioni di mercato più che acquisti ragionati.

Data la scarsità di fonti di gioco a centrocampo, si è pensato che Douglas Costa potesse fare la differenza nella prima Juve sarriana, ma la fragilità fisica del brasiliano non permette di farci affidamento sul lungo termine. Il dubbio sempre più palese è che la Juventus nel post Pogba si sia focalizzata troppo sui colpi “col botto” in attacco (Higuaín reduce dai 36 gol in stagione, Ronaldo) e non abbia dedicato il giusto budget al reparto che davvero necessitava innesti di livello: il centrocampo.

 

La critica va al di là dei risultati

LaPresse.

Non sembra ma stiamo parlando di una squadra che è ancora prima in classifica sebbene a pari merito, è agli ottavi di Champions dopo un girone in cui si è ottenuto il massimo rispetto alle aspettative, e ha conquistato agevolmente la semifinale di Coppa Italia. La Supercoppa è stata persa malamente, ma questo non è una novità assoluta rispetto a quanto accaduto già negli anni precedenti.

Sulla carta, insomma, i bianconeri sono ancora on track rispetto ai loro maggiori obiettivi. Ciò che genera delusione, però, è la mancanza, nei fatti, delle prove di quella conclamata rivoluzione tattica che doveva essere di per sé un obiettivo stagionale. È per questo che si è scelto Sarri e si è voluto puntare su un’identità di gioco precisa rispetto all’adattabilità all’avversario e ai ritmi trattenuti della squadra di Allegri.

La scelta in sé era motivata anche da ragioni di brand, vincere divertendo, diventare una squadra bella da veder giocare. Per mettere in atto un cambiamento così radicale ci vogliono pazienza e capacità di accettare periodi di magra. Ma alla squadra vincitrice degli ultimi otto campionati non fare punti pareva inaccettabile, e anche per questo l’effettivo ha ripiegato su vecchie certezze per portare a casa alcune sfide.

Guardando i risultati, Sarri e la squadra si trovano a un punto in cui nessun professionista dovrebbe esser messo in dubbio, ma il cambiamento auspicato quanto un trofeo non si è visto e questo per adesso per una fetta di pubblico equivale a una sconfitta, alla prova di una scelta sbagliata.

 

Ronaldo c’è (ma è solo)

Foto Paola Garbuio/LaPresse

Dalla lista delle preoccupazioni si può rimuovere per lo meno quella per Ronaldo, che ha attraversato un avvio di stagione tormentato, con errori non da lui, prestazioni sottotono e anche alcune sostituzioni che hanno generato strascichi e polemiche. Complice anche un fastidio al ginocchio, il fuoriclasse portoghese è apparso nei mesi autunnali come una versione estremamente opaca di sé stesso, facendo emergere più di un dubbio sulla sua tenuta fisica e sulla sua motivazione in maglia bianconera.

Se le sue lacrime alla fine della partita di Supercoppa con la Lazio hanno fatto capire che – nonostante gli innumerevoli record e trofei vinti – lo spirito competitivo c’è ancora tutto, è dopo la pausa natalizia che il numero 7 bianconero si è definitivamente ritrovato, mettendo a segno la sua prima tripletta in Serie A e raggiungendo, pochi giorni dopo il suo trentacinquesimo compleanno, il decimo gol in dieci partite consecutive.

Il sesto pallone d’oro di Messi ha probabilmente punto CR7 nell’orgoglio molto più della corsa scudetto con Inter e Lazio, ma resta il fatto che il poter contare sul Ronaldo più decisivo ed efficace dal suo arrivo a Torino è un buon segnale per la Juventus in vista della fase calda della stagione.

Ciò che resta un problema, è che CR7 nelle ultime partite sia stato l’unico uomo in grado di fare la differenza. Con centrocampo e difesa appannati, Higuaín e Dybala incisivi solo a tratti anche a causa di un dualismo che allo stato di forma attuale dell’ex Napoli ha poca ragione di esistere, e Douglas Costa più presente in infermeria che in campo, sulle spalle del portoghese sembra gravare un peso più ampio di quello che dovrebbe portare alla Juventus, una squadra le cui ambizioni non possono dipendere da un solo giocatore, nemmeno se si tratta di Cristiano Ronaldo.

Elena Chiara Mitrani

About Elena Chiara Mitrani

Elena Chiara Mitrani è nata a Milano e vive a Parigi. Ama i libri e il calcio. Ha scritto e scrive - tra gli altri - su Finzioni, Rivista Undici, Crampi Sportivi, Ateralbus.it, Esquire.it.

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