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Come Boris ha preso in giro il mondo del calcio

By 25 Luglio 2020

Abbiamo rivisto Boris su Netflix e recuperato le “scene sportive” con le quali Ciarrapico, Torre e Vendruscolo (gli sceneggiatori veri) hanno cavalcato e distrutto vari stereotipi sullo sport, facendoli diventare una componente essenziale per l’intento della serie.

 

Il 16 aprile 2007, in Italia, su Fox, debutta Boris. La metaserie non ebbe subito successo, ma negli anni è diventata un cult di satira grazie alla pirateria e al passaparola al punto da arrivare alla terza stagione nel 2010, finire in chiaro su Cielo e Rai 3 (in tarda serata ovviamente), quindi diventare un film al cinema. Dieci anni dopo l’ultima puntata di Boris, Netflix ha riproposto le tre stagioni, sintomo del successo e della sua iper-attualità.

Il linguaggio di Boris, infatti, è entrato nel gergo quotidiano – A cazzo di cane, Basito, Bucio de culo, Cagna maledetta, Dai dai dai, Smarmella – e l’Italia pare poco cambiata da allora. Le serie (o fiction) sono sempre simili tra loro con poche – ancora poche – interruzioni di qualità; in Serie A vincono sempre gli stessi, o meglio la Juventus; il berlusconismo è terminato, ma siamo sprofondati in un conservatorismo mascherato da quella locura alla Platinetteche lo sceneggiatore Aprea (Valerio Aprea) suggerisce al regista René Ferretti (Francesco Pannofino) per concludere la serie.

Riguardando le tre stagioni di Boris, abbiamo recuperato le “scene sportive” con le quali Ciarrapico, Torre e Vendruscolo (gli sceneggiatori veri) hanno cavalcato e distrutto vari stereotipi sullo sport, facendoli diventare una componente essenziale per l’intento della serie.

D’altronde Boris, il pesciolino rosso che accompagna le avventure di René, è un esplicito omaggio a Becker e venne preferito a Sampras (come Peter) per evitare problemi con la Nike. Prima di Boris poi, su ogni set improvvisato di una fiction scadente, René ha avuto come principale interlocutore: Stan (Smith), Bjorn (Borg), Panatta (Adriano), Ivan (Lendl), Venus e Serena (le sorelle Williams), Chang (Michael), McEnroe (John). E infine Federer (come Roger) – l’attuale sportivo più pagato al mondo – simbolo del cambiamento e della qualità, ma che infine si rivela essere stato sempre Boris. Il vecchio e il nuovo di un sistema che non vuole cambiare.

Oltre al nome della serie, il richiamo al tennis è presente anche nell’undicesimo episodio della prima stagione: Exit strategy. Forte dei suoi lavori di qualità del passato, René riceve 60 mila euro per girare uno spot sulla tematica dell’ecologia. La protagonista è una formica rossa: un’atleta sul tavolo della vita, tesa a scappare dall’arroganza dell’uomo che gioca a carte e tenta di opprimerla. La voce inconfondibile di Pannofino recita alcuni versi della Poesia dei doni di Borges: «Ringraziare voglio il divino…». Lo spot verrà quindi dedicato ad Arthur Ashe, il tennista afroamericano che vinse tre titoli dello Slam e lottò per i diritti degli afro-discendenti in America. Ashe morì nel 1993 di AIDS dopo aver contratto l’HIV durante una trasfusione di sangue in seguito alla sua seconda operazione al cuore. Nasce così La formica rossa, un piccolo capolavoro nel capolavoro che è Boris.

Se il tennis è la superficie e al contempo l’essenza, il ciclismo e il calcio sono gli altri sport presenti in Boris.

Nella terza puntata della prima stagione, Lo scalatore della Ande, l’attore che deve impersonare il ciclista – ovviamente dopato – è fisicamente inadeguato al ruolo. Nella disperazione più totale, Renè sceglie un ragazzo peruviano, solitamente bistrattato nelle selezioni, per interpretare lo scalatore andino Pedro Benitez che testimonia contro l’uso della droga; quindi declassa a comparsa di drogato l’attore inizialmente assunto per il ruolo di ciclista.

Il ciclismo è presente anche nella terza stagione. Mentre René persegue l’utopica qualità, Valerio (Marco Giallini), crea problemi all’intera troupe perché continua a modulare la propria personalità tra lo psicologo disabile che interpreta per René e l’ex ciclista Costante Girardengo, ruolo che interpreta nell’omonima fiction.

Gli stereotipi calcistici e la sua anima popolare rimangono, tuttavia, tra le tematiche più cavalcate.

Nell’ottava puntata della prima stagione, Buon Natale, René è un uomo in difficoltà: senza una forte protezione politica e alle prese con le coliche intestinali il giorno prima delle vacanze di Natale. Il rischio è di girare il 31, quindi René affida la regia ad Alfredo (Luca Amorosino), l’aiuto regista (che sul set spaccia per arrotondare), e guida tramite radiolina le operazioni da un bagno più discreto. Alfredo, approfittando dell’assenza di René, cerca di rendere le scene più sporche e vere, ma René se ne accorge e ordina di proseguire a cazzo di cane con facce basite, così come vuole la Rete presieduta dal Dottor Cane (Arnaldo Ninchi). Intanto, alla porta del bagno, che si trova accanto al set di una serie horror tedesca, incominciano a bussare prepotentemente. Renè sbotta ai rimproveri in tedesco e, alzandosi, urla: «E vaffanculo crucchi de merda, 2 a 0 a casa vostra, Grosso-Del Piero, Popopopo». È tendenzialmente la frase più sincera che un italiano incazzato possa dire a un tedesco. È lo sbrocco che convince tutti a concludere come dice René.

L’anima più popolare di Boris è senz’altro Augusto Biascica (Paolo Calabresi), il capo-elettricista che indossa sempre un cappellino di lana nero con la scritta “asshole”.

La prima domanda che Biascica pone ad Alessandro (Alessandro Tiberi), lo stagista schiavo, non appena arriva sul set è per quale squadra faccia il tifo. Una domanda fondamentale in molti ambienti per rompere il ghiaccio, ma che per Biascica è questione di vita. Alessandro che non segue il calcio ipotizza che la risposta da dare sia Roma: e ipotizza bene. Non ha particolari difficoltà “lo schiavo” scelto nella terza stagione nel dire Roma, ma a differenza di Alessandro e l’altro schiavo Lorenzo (Carlo De Ruggieri) – detto anche merda – è troppo paraculo e non accusa mai gli ordini impartiti da Biascica: è destinato a durare poco.

Nella decima puntata della prima stagione, Il gioielliere, Biascica è felice perché si deve girare solo una scena prima della conferenza stampa fissata alle 11: una cosa mai successa. «Mo’ se va en banca a versà er settimanale, poi se ritira lo scooter, poi se pagano le bollette, poi magno, dormo, me vedo a replica de l’allenamento de rifinitura su Roma Channel. Che voi de più?», dice in romanesco – la sua unica lingua – a Duccio Patanè (Ninni Buschetta), il direttore della fotografia cocainomane. La protagonista Corinna (Eleonora Crescentini), tuttavia, non riesce a pronunciare la parola “gioielliere”, obbligando a posticipare le riprese dopo la conferenza, dove Biascica viene agghindato come finto giornalista per fare numero. Lì, Biascica ha modo di rivendicare “gli straordinari di aprile” del Libeccio (un’altra serie) che tanto lo tormentano. Dopo la pietosa conferenza, Corinna porterà a casa la scena a cazzo di cane, ma Biascica non potrà vedersi la replica dell’allenamento di rifinitura della Roma.

Nelle prime due puntate della seconda stagione, La mia Africa, Duccio e Biascica obbligano un bambino africano a mostrare il proprio talento a calcio. Le maniere forti, soprattutto di Biascica, vengono notate dal padre del bambino, interpretato da Thierno Thiam. L’uomo informa che al bambino non piace giocare a calcio, ma Duccio e Biascica sono convinti che sia una strategia per celare un piccolo fenomeno. Nasce una rissa inverosimile tra le comparse africane e il set di Occhi del Cuore 2, la serie che la troupe di René porta avanti con scene raccapriccianti e un successo immotivato.

Ma è nel finale della terza stagione che emerge la vera romanità di Biascica. Sul set, infatti, è atteso un giocatore di calcio per un cameo. Tra Gattuso e Pirlo, spunta l’improbabile Brio: i soldi infatti scarseggiano e Sergio (Alberto Di Stasio), il tirchio e viscido direttore di produzione, peggiora la situazione perdendo quasi tutto su una gara di cavalli. Biascica, che pensava all’arrivo di Totti, ha intanto obbligato il figlio Arturo (Arturo Calabresi, attuale difensore dell’Amiens proveniente dalla Primavera della Roma) a marinare la scuola. Delusi dall’arrivo dell’ex juventino, Biascica affronta faccia a faccia Brio e lo interroga sul famoso gol di Turone del 10 maggio 1981, annullato alla Roma e che consegnò lo scudetto alla Juventus. Un argomento tuttora in voga nella tifoseria giallorossa. Brio però mette a tacere Biascica, creando imbarazzo in Arturo che piuttosto preferisce tornare a scuola.

René, un sognatore che non sa nulla di calcio, continua a soprannominare Brio stopper come se fosse un grandissimo complimento. È convinto, infatti, che sia ancora in attività e seguendo il copione gli chiede di palleggiare con delle arance come solo lui saprebbe fare. I piedoni di Brio, ovviamente, rompono le arance e Biascica informa René che la sceneggiatura è poco credibile perché Brio non gioca da un pezzo. È un passaggio fondamentale perché è la goccia che fa traboccare il vaso su Medical Dimension, la serie che ha soppiantato Occhi del Cuore 2 nel nome della qualità. René, a quel punto, si reca dal Dottor Cane che gli rivela come la nuova serie fosse una trappola fin dall’inizio per mostrare quanto una televisione di qualità in Italia non sia consentita. La prima messa in onda, infatti, è stata fissata in concomitanza della finale di Champions League (il 22 maggio 2010, giorno del triplete dell’Inter): un flop annunciato.

René, a quel punto, si lascia andare. Si ubriaca con Duccio per le strade di Roma, raccatta sul Lungotevere un vecchio clochard di nome Montecarlo e giunge fradicio sul set. Quindi ordina un Manhattan e invita la troupe a fare una partita di calcio alle 11. Questa scena può essere vista come un omaggio a Bernardo Bertolucci e a Pier Paolo Pasolini che si sfidarono nel 1975 a Parma con le rispettive troupe di “Novecento” e “Salò e le 120 giornate di Sodoma”. All’epoca vinse Bertolucci, ma nell’era della locura è René a segnare il gol decisivo perché finalmente trova la chiave del suo successo: consegnare la merda che la Rete vuole propinare al pubblico italiano. Occhi del Cuore 3.

Rimane, quindi, impressa la spiegazione del delegato di rete Diego Lopez (Antonio Catania) a René: «In Italia una fiction diversa, oggi, non solo non è possibile, ma non è neanche augurabile. Non la vuole nessuno una fiction diversa. Ma tu ti rendi conto cosa succederebbe se veramente qualcuno facesse una fiction più moderna? Ben scritta, ben recitata, ben girata. Tutto un intero sistema industriale, fondamentale per il nostro Paese, dovrebbe chiudere. Caput! La domanda è un’altra: perché rivoluzionare un sistema che funziona già?».

E il calcio, quello di altissimo livello che tutti guardiamo, oggi, ha intenzione di rivoluzionare il proprio sistema che, tutto sommato, funziona già?

 

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