Feed

Come Conte ha cambiato le prospettive di questa Inter

By 12 Maggio 2021

Mentre la vulgata lo descriveva come monolitico e integralista, l’allenatore nerazzurro è stato in grado di dar vita a un “piano B” vincente

Dalla partita d’andata con la Sampdoria – la seconda e, finora, ultima sconfitta dell’Inter in questo campionato – a quella di ieri sera contro la Roma, i nerazzurri hanno giocato 20 partite, vincendone 17 e pareggiandone 3. Dal momento in cui si è lasciata dietro Milan e Juventus, non ha mai dato l’impressione di poter concedere loro il minimo margine per riavvicinarsi, anzi, ha scavato un solco che si è fatto sempre più profondo, prima tecnicamente, poi mentalmente.

L’Inter del diciannovesimo Scudetto è una squadra plasmata a somiglianza di Conte e di tutto ciò che rientra nella sua narrativa, fondata sul nucleo solidissimo di pattern, compiti e principi che caratterizzano il suo modo di concepire il calcio. Persino psicologicamente, per la sua capacità di resistere ed eseguire senza mai calare di concentrazione, di chiudersi nella propria trequarti come tra le pareti di un carro armato, in attesa del momento giusto per colpire, sembra imbevuta dello spirito del suo allenatore.

Secondo Conte, il momento di svolta della stagione è stato l’eliminazione dalla Champions, in cui “sono piovute addosso critiche esagerate alla squadra”. Se il gruppo è riuscito a invertire così bene la forza delle pressioni a cui era sottoposto, sicuramente è stato anche grazie alla svolta tattica che ha riportato l’Inter a sfruttare al massimo il proprio potenziale tecnico. Questo titolo, infatti, è frutto di un percorso per molti aspetti eterogeneo e irregolare, in cui Conte ha dovuto pensare e ripensare l’Inter prima di assestarla sulla sua versione definitiva, quella che ha fagocitato la Serie A.

LaPresse.

Nel corso della stagione 2019-20, l’Inter ha alzato e abbassato il baricentro a seconda dei momento e degli avversari, rimanendo in quella zona grigia tra l’intento di difendere in avanti e lontano dall’area, anche a costo di faticare un po’ in transizione e depotenziando alcuni suoi componenti – in particolar modo Škriniar – e una difesa della propria area molto meno efficace di quella attuale. La ricerca dell’equilibrio era diventata un rompicapo. All’inizio di quest’anno, Conte ha deciso di provare a risolverlo adottando una soluzione radicale, già sperimentata nel post-lockdown e congelata per giocarsi le fasi finali di Europa League con le certezze della prima metà di stagione: costruire un’Inter totalmente improntata al dominio, con il baricentro più alto, l’obiettivo di schiacciare l’avversario nella sua metà campo con il pressing alto, e un 3-4-1-2 che ha cambiato molti dei pattern in fase di possesso a cui l’Inter era abituata.

Utilizzando questo assetto, l’Inter ha battuto la Fiorentina in una partita che esemplifica bene il cliché di vincere “segnando un gol in più dell’avversario”, ha perso un derby mostrandosi vulnerabile a ogni transizione e ha pareggiato in Champions League con il Borussia Mönchengladbach, vanificando per gli stessi motivi una buona prestazione.

A novembre, l’Inter aveva già perso punti importanti tra coppa e campionato, ma soprattutto non stava riuscendo ad assorbire il nuovo sistema di gioco, che in quel momento sembrava implicare rischi troppo più grossi dei benefici che stava raccogliendo. Il progetto di un’Inter dominante ed estremamente offensiva è naufragato per diversi fattori: il poco tempo a disposizione per far sedimentare un cambiamento piuttosto radicale – la stagione si è protratta a lungo per l’Europa League ed è ripresa subito a ritmi intensi per la Champions League, privando l’Inter della possibilità di lavorarci con costanza in allenamento – ma anche le caratteristiche dei suoi effettivi. Quelli offensivi, che con il nuovo 3-4-1-2 hanno faticato a riprodurre certi meccanismi e, con meno spazi a disposizione, hanno dovuto attaccare in un modo meno congeniale alle loro caratteristiche, e quelli difensivi, costretti a correre continuamente all’indietro, a causa di un pressing non abbastanza efficace.

Foto Claudio Martinelli/LaPresse

Mentre la vulgata descriveva un Conte monolitico e integralista, incapace di formulare un “piano B”, il tecnico interista aveva da tempo imposto un cambiamento, anzi, era già di fronte al bivio più difficile per un allenatore che disegna un passo ulteriore nello sviluppo tattico della propria squadra: continuare a insistere su una soluzione che, in parte anche per cause di forza maggiore, non sta funzionando, oppure guardare al presente e ripiegare sulle certezze.

Conte ha scelto la seconda, ovvero il ritorno al 3-5-2 e un più prudente assetto che alterna fasi di pressione e di attesa. Abbassando il baricentro, l’Inter ha cambiato intenzioni e prospettiva: dalla ricerca del dominio alla resistenza, dall’avere molto campo dietro di sé ad averne altrettanto davanti. Con questo switch, la squadra si allineata a una propria identità che, prima ancora che nelle intenzioni o nel modo in cui viene schierata in campo, è impressa nelle caratteristiche dei suoi giocatori. La maggior parte degli uomini più influenti nella manovra offensiva sono profili con doti fisiche e atletiche fuori dal comune, come lo strappo bruciante sul lungo di Hakimi e Lukaku, e la capacità di protrarre questo sforzo per tutta la partita, di Barella.

Inoltre, aspetto forse ancor più importante, si tratta di giocatori che si trovano più a loro agio quando riescono a imporre alla manovra un ritmo alto, quasi vertiginoso, piuttosto che doversi fermare e pensare. La maggior parte dei giocatori offensivi dell’Inter non sono particolarmente creativi, hanno assorbito benissimo i movimenti codificati del calcio di Conte e, grazie alle loro doti fisiche e tecniche, li riproducono in campo in modo letale. Le uscite elaborate, lo sviluppo per meccanismi provati e riprovati, ma anche la verticalità quasi esasperata, a cercare con il lancio lo scatto dell’esterno o della punta, quando l’avversario perde palla e ha molto campo dietro di sé, sono gli strumenti di una squadra che attacca cercando spazi da riempire con quei giocatori e con le loro caratteristiche. L’Inter di Conte, per come è costruita, riesce a generare il vantaggio più consistente, a imporre il proprio strapotere, quando trova spazi. Non è un caso che i nerazzurri abbiano incontrato le maggiori difficoltà nello scardinare squadre che si difendono con un blocco basso, specialmente nei momenti in cui Christian Eriksen e Alexis Sanchez, la vera quota di creatività dell’Inter, non erano in campo.

Foto Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse

Scegliendo di difendere più vicino alla propria porta e accettando il predominio territoriale degli avversari sul proprio campo, l’Inter si è aperta nuovi spazi per l’organizzazione delle sue uscite, le progressioni di Lukaku, i lanci lunghi di Bastoni e gli scatti nello spazio di Hakimi. Un bagaglio di situazioni che già costituiva una costante della produzione offensiva della squadra di Conte.

Il vero salto di qualità rispetto al passato, però, è stata l’efficacia con cui i nerazzurri hanno iniziato a difendere. Gli scontri diretti sono il miglior termometro per rilevare questo miglioramento: nella gara d’andata contro il Napoli, l’Inter ha scelto il blocco basso ma, pur vincendo, si è esposta a molti rischi. Contro la Juventus, per la prima volta, la linea difensiva ha dimostrato di sapersi abbassare e reggere l’urto, negando ai bianconeri ogni possibilità di rientrare in partita.

Più l’Inter è entrata nel vivo della stagione e più il livello dei centrali – soprattutto Škriniar, con prestazioni individuali di nuovo mostruose – è stato alto e la capacità di difendere nella propria area per lunghi tratti di gara si è intrecciata alla consapevolezza non solo di poterlo reggere mentalmente, ma di poterlo usare come arma per dominare le partite. Le due gare di ritorno contro Lazio e Atalanta sono state la dimostrazione di quanto i nerazzurri fossero a proprio agio, tecnicamente e psicologicamente, a giocare partite d’attesa. L’Inter ha trovato equilibrio, ma soprattutto ha trovato il modo di farlo dettando il contesto, gestendo i vari momenti della partita – soprattutto quelli di vantaggio – e preparando il terreno per i suoi attacchi letali e organizzati.

Foto Claudio Martinelli/LaPresse

Già a inizio anno Conte ha affermato che le fortune della squadra sarebbero passate dal miglioramento dei singoli: nel corso del suo biennio, tutti i giocatori impiegati sono cresciuti o hanno messo in evidenza i pregi e nascosto i difetti grazie al sistema. Quest’anno, l’allenatore dell’Inter ha dovuto lavorare su profili più complessi da inserire: Perišić ha impiegato mezza stagione per diventare un laterale a tutta fascia affidabile ed è stato un elemento fondamentale nel momento decisivo della stagione.

Anche Eriksen è un esempio evidente di quanto il livello del collettivo si sia alzato attraverso il lavoro sui singoli. Conte, dopo una lunga e dolorosa gestazione, gli ha affidato un ruolo da playmaker aggiunto. Il danese, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, ha spiegato che nel suo percorso all’Inter è stato decisivo il passaggio da una concezione del ruolo basata sulle intuizioni a una più legata all’esecuzione di un compito specifico: forse, non il migliore degli Eriksen possibili, ma sicuramente il migliore, se non l’unico, che avrebbe spazio nel contesto di questa Inter.

Questo incontro a metà strada, in un momento in cui dall’esterno l’allenatore dell’Inter sembrava aver relegato il suo miglior rifinitore a un ruolo di comparsa, ha finito per cambiare silenziosamente l’Inter, aumentando il numero di frecce in possesso dei nerazzurri in uscita e ripulendo la manovra dalla frenesia delle altre mezze ali, che finivano sempre risolvere l’azione con palloni diretti sulle punte. Smussare le forme di un giocatore per incastrarlo in uno slot del sistema diventa un compromesso necessario, se il sistema stesso alza il livello complessivo della squadra fino a quel punto. È la storia dell’Inter del diciannovesimo Scudetto: un squadra che spinge i singoli a migliorarsi, a evolversi, a volte anche a sacrificarsi, ma che restituisce loro tutto, fino all’ultimo centesimo.

Leave a Reply