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Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare Matuidi

By 6 Gennaio 2020

Prezioso ma a volte sgraziato, Blaise Matuidi è un giocatore che finisce spesso nel mirino dei tifosi. Ecco perché, invece, Francesco Gavatorta ha imparato ad amarlo

Perché il popolo juventino non sopporta Blaise Matuidi? Perché sia nella Juventus di Sarri che in quella di Allegri, fra i giocatori più messi in dubbio dalla tifoseria c’è proprio questo francese di Tolosa, classe 1987, già campione del mondo con la Francia?

Non è una risposta facile da darsi. Daltronde, non può bastare il dogma semplificatore per antonomasia: Perché è scarso”. Parliamo di un giocatore con una carriera di tutto rispetto, dopotutto, che non è piaciuto solo a un allenatore, ma che ha conquistato tutti i tecnici con cui si è trovato (e si ritroverà, probabilmente) a lavorare.

Eppure, questodio atavico, una sopportazione mal digerita pronta a diventare aperta contestazione al primo stop sbagliato, si irradia in tutta la tifoseria juventina.

Intendiamoci: in uno sport come il calcio è normale trovare un capro espiatorio che venga messo in discussione a prescindere, come se avesse nelle corde il non riuscire a piacere ai più, pur mostrando di metterci tutto limpegno possibile. Al di là dei meriti più tattici, Matuidi appartiene a questa categoria. Con il suo modo tutto particolare di interpretare il ruolo, non potrebbe essere altrimenti: non segna tanto, non fa tanti assist, non è “bello da vedere”. Eppure rimane lì, titolare con tutti. Al di là dei suoi meriti strettamente tattici, tutto questo è pura poetica calcistica.

Foto LaPresse – Marco Alpozzi

Abbiamo provato a cristallizzare i suoi tratti semantici distintivi -quasi “Matuidi” fosse un verbo o un sostantivo, perché di fatto ci sono momenti che possono essere solo e soltanto suoi, come parlassimo di una corrente di pensiero- partendo da alcuni frammenti del suo periodo alla Juventus che fossero in grado di sintetizzare la fenomenologia del Matuidismo. Azioni, gesti, momenti topici che ne hanno fotografato il suo essere fondamentalmente indispensabile e divisivo.

 

Mi piace se ti muovi

Il mistero che più attanaglia i tifosi della Juventus rispetto a Matuidi è la sua cronica incapacità di esprimere un movimento anche solo lontanamente elegante. Ogni suo gesto sembra essere frutto di uninterpretazione tutta personale del concetto di coordinazione. Come pressa, come riparte, come ruba il pallone, come crossa: non è detto che sia sbagliata la sua scelta, ma il risultato arriva in una forma che tutto è, fuorché spettacolare.

Si ha sempre limpressione che Matuidi stia per cadere per terra anche solo quando passa un pallone, figuriamoci quando prova un colpo difficile. Tutto ciò lo porta a essere contestabile anche quando ciò che sceglie di fare è corretto: un’inflessione determinante delle proprie movenze che fa nascere spontaneamente commenti al vetriolo, anche quando la sua presenza in campo è determinante.

Un cross di Matuidi, dove al calciare segue uninspiegabile movenza a bilanciare la massa corporea.

Figuriamoci poi se la prestazione non è all’altezza: si prendano i 76’ giocati a Riad il 22 dicembre 2019 contro la Lazio in finale di Supercoppa Italiana, in cui Matuidi mette in scena un repertorio oggettivamente angosciante di tutti quelli che sono i suoi difetti (per assurdo, i suoi tratti distintivi che sanno diventare punti di forza). Non a caso in quell’ora abbondante di gioco, sui social fioccano critiche feroci abituali nelle partite dove il francese risulta essere insufficiente e più confuso del solito.

Il suo primo (e unico) assist nel 2017/2018

Il 5 novembre 2017 arriva a Torino il Benevento di De Zerbi. Partita in salita dalle prime battute con il goal di Cicciretti su punizione che obbligherà la Juventus a inseguire fin dalla prima frazione.

Al 59, una palla buttata in mezzo da De Sciglio (altro illustre vittima del loggione bianconero e, prima, milanista) che Blaise si trova a spizzare al centro. Ovviamente, la palla non procede il linea retta, ma anzi arretra verso il dischetto. Sul momento, sembrerebbe che sia un passaggio sbagliato.

E invece, come spesso capita, è unintuizione geniale e -possiamo dedurre- voluta: Matuidi la gira precisamente su Higuain, che è 6/7 metri dietro di lui. Lo fa con quellintensità che rende tutto meno veloce, schiacciando la palla e facendola quasi rallentare, la quale però continua a viaggiare e come se toccata da una sostanza nervosa sconosciuta, prende un movimento di difficile comprensione. Il Pipita è obbligato a inventarsi una mezza rovesciata che, in continuità con quella spizzata a metà fra il geniale e il matuidesco, si spegne lentamente sotto il sette.

Unazione che riprende una trama già nota al tifo juventino: il 14 maggio 2013 il trio meraviglioso Nedved – Del Piero – Trezeguet confezionò un goal esattamente identico al Real Madrid, su spazi più stretti e facendo risultare lazione contro il Benevento per certi versi ancora più fluida. Miracoli del Matuidismo.

Il goal di Higuain e lassist del Nostro, in tutta la sua fenomenale disarmonicità.

Il goal al Real Madrid

C’è un momento in particolare che cattura tutta lessenza di Blaise Matuidi. È il goal del momentaneo 3 a 0 ai quarti di finale di Champions League 2017/2018, al Bernabeu contro il Real Madrid.

Siamo nel secondo tempo con la Juventus che conduce per 2 a 0 e vuole pareggiare i conti con il match di andata. Gli attacchi stanno perdendo di intensità, si comincia a intravedere una certa stanchezza nella formazione di Allegri. Al 52esimo, Douglas Costa crossa dalla trequarti un pallone abbastanza innocuo.

Per qualche strana ragione, lunico che va a riempire larea è Matuidi, che taglia in mezzo a velocità tripla rispetto a Mandzukic e Higuain (i quali si limitano a guardare da lontano la sfera arrivare), incurante che sulla sua direttrice stia per arrivare Navas. Il portiere blanco riesce a far sua la sfera, anticipando il francese in sicurezza, ma in attimo matuidiescose la fa scappare: Mautidi che sta correndo in avanti la sente lì vicino e si gira, quasi fosse sfiorato quel tanto per capire che è veramente uscita dalla disponibilità dell’avversario.

Foto LaPresse/Fabio Ferrari

Quei due secondi (a star larghi) che seguono sono di una lentezza inspiegabile. Matuidi, si ferma non senza difficoltà e guarda il pallone rimbalzare sornione a un metro da lui. Varane, che è vicino, capisce che è ancora tutto recuperabile, perché Matuidi sta girandosi ma in maniera goffissima: tanta era laccelerazione in avanti che non è veramente riuscito a fermarsi, e mentre si muove la palla gli è indietro.

Quello sbandamento è quasi una dimostrazione che non avesse veramente ben chiaro cosa volesse, correndo così forte. Eppure, Blaise con uno stacco di reni riesce a calciare. Basterebbe un tiro dritto per dritto: in quella situazione, probabilmente, uno specialista come Inzaghi avrebbe tirato fuori dal cilindro un piattone rassicurante ed efficace. Invece Matuidi no, la tocca di punta, ma non dritta: la tocca angolatissima, come se al tatto la palla fosse fatta di gomma ricoperta di schiuma saponata. Quel tocchetto beffardo, quasi unico nel suo genere, spinge il pallone a finire all’angolo della porta, costruendo una traiettoria incomprensibile con tutto lo specchio libero a meno di un metro (Matuidi, manco a dirlo in caduta dopo la torsione, non tocca la linea di porta per pochi centrimetri).

Varane e l’accorrente Carvajal non possono far altro che guardare la sfera entrare, domandandosi forse come abbia fatto non tanto a farlo, il goal, ma a come abbia rischiato di sbagliarlo. È la domanda che ancor oggi molti juventini si fanno ripensando a quella partita. Forse era destino che la Juventus non dovesse proprio segnare in quel momento, visto com’è poi finita, ma essendo Matuidi il protagonista dell’azione, allora tutte le sicurezze vacillano.

Il goal, visto da tutte le angolazioni. In ognuna spunta un particolare che lo rende meravigliosamente matuidiesco.

 

L’esultanza contro l’Atletico Madrid

La capitale spagnola ispira Blaise quel tanto che basta per fargli dare il meglio di sé. Il 18/09/2019, di nuovo in UCL, la Juventus esordisce al Wanda Metropolitano contro l’Atletico. La partita nel secondo tempo si accende, con la squadra di Sarri che comincia a macinare gioco e si porta sull’1 a 0 con Cuadrado. Durante una ripartenza, al 65esimo, Ronaldo lancia sulla fascia Alex Sandro. Matuidi, terzo componente della catena di sinistra, per far spazio al portoghese ha scalato a centro area (a proposito di buone letture di gioco, non celebrate dai loggionisti).

Il cross del brasiliano è morbido, come la marcatura di Savic e Gimenez. Blaise ha tutto il tempo per saltare e insaccare con un pregevole colpo di testa.

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Dov’è la matuidata? Dopo. Nel cercare l’esultanza liberatoria e l’abbraccio del compagno, Matuidi sgomma come un quad dietro la porta di Oblak e cade per terra. Consapevole che il suo destino contempli sempre un frammento del suo essere autenticamente Blaise, non tenta neanche di rialzarsi: festeggia con la sua classica posa “volante” da sdraiato, tanto da diventare nei giorni seguenti un meme grazie alla complicità della stessa Juve.

Una scena ridicola per certi versi, rassicurante per altri: Matuidi è sempre lui, sempre conscio di essere ciò che è, in grado di far diventare punti di forza anche gli aspetti più incontrollabili del suo essere.

Volergli bene

Se dovessimo metterla su un piano analitico probabilmente Matuidi risulterebbe essere indiscutibile all’unanimità. Rimane ad oggi probabilmente il miglior giocatore della rosa bianconera in grado di assecondare i movimenti di Ronaldo e garantire il giusto mix di copertura e supporto offensivo.

Il calcio però non è solo schemi, dati e verticali, ma sport: quindi poesia, emozione, eroismo e coraggio, talvolta tragedia.

(Photo by Thananuwat Srirasant/Getty Images)

Matuidi rimarrà sempre un giocatore probabilmente facile da detestare perché impossibilitato per conclamata incapacità ad arruffianarsi il pubblico a colpi di doppi passi, dribbling in velocità e pallonetti alla Totti. C’è però un retrogusto quasi pirandelliano, umoristico e profondo, che fa sì che il tifoso juventino sappia in cuor suo che il dottor Blaise è comunque prezioso per tante ragioni invisibili agli occhi e visibili solo al cuore, quali appunto quella capacità di equilibrare spazi che altri più bravi di lui occuperanno in maniera più egregia ed efficace.

Lui, dal canto suo, continuerà a sorridere dall’alto del suo imprevedibile dinoccolare. Forse per questo, nella ricchissima rosa juventina, è l’unico calciatore cui alla fine, dopo averlo criticato fino a non poterne più, non si può far altro che voler bene, come se avessimo di fronte un amico da chiamare quando si è in 4 al calcetto del giovedì sera: perché sai che il dottor Blaise, alla fine, non mancherà all’appuntamento e darà tutto se stesso in partita, rimanendo con il sorriso di chi conosce i propri limiti e non si fa problemi a renderli punti di forza.

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